I morti sono tutti uguali. Trattengono il fiato. Stanno immobili dall’altra parte dello specchio, avvolti in garze, in abiti ben stirati. Per la prima volta riescono a non perdere l’attenzione. Per la prima volta la realtà li trafigge da ogni lato come un manichino impagliato, indifeso, sferzato dal vento, in croce al centro di un campo di gara per il tiro con l’arco. Degli sconosciuti li hanno adagiati su imbottiture bianche come quelle che rivestono le stanze dei matti. Hanno sistemato le cravatte su corpi gonfi di formaldeide. Li hanno imbalsamati perché conservino forma umana, imprigionati in una camicia di forza, insonorizzati: loro che sono già tritoni, corpi per un’altra vita cui già spunta la coda da chimera. Ma ogni vestito pende a filo sulla sua gruccia. Il passepartout è chiuso a chiave nel cassetto. “Vi inchioderemo supini perché possiate guardare quel cielo a cui non crediamo. Vedrete la Gerusalemme celeste come un’allucinazione, un’oasi nel deserto. Le vostre guance saranno cremisi e lucenti come spicchi di melegrane”. Adesso tutto è impermeabile; ci sono lucchetti ovunque: gomitoli di spago per ciò che non abbiamo fatto in tempo a dire, per le pretese che non puoi avanzare. I morti sono come rifiuti in un deposito di salgemma, cacca di cane sul pavimento di una cattedrale. Hanno senso religioso. Tu li guardi nelle loro bare e ti accorgi che, al contrario di te, loro sanno pregare. Osservi le corone di fiori alle pareti, i loro motivi a greca, così antichi, come incisi in bassorilievo su elmi da cavalleria: le suppellettili che ci affanniamo a procurare per sconfiggere la morte, petali bianchi di eliotropio per non smettere di guardare il sole, per essere invisibili alla terra. E loro restano lì imperturbabili come cavallette su una spiga di grano, stanchi e imbronciati come muli dietro un recinto. Forse ci prendono in giro. Hanno messo sù la cera, come il fondotinta che nonno si è cosparso sul viso una sera per fare uno scherzo. Tiene due lettere azzurre fra le mani. Due bimbi le hanno scritte con mano incerta, ridendo, senza prestarci troppa attenzione, poi le hanno abbandonate e dimenticate senza annotare un indirizzo. Non ci sarà più un respiro che le possa animare. Il destinatario è in viaggio insieme ad esse, ma in compartimenti separati, e non ha più tatto. I loro corpi riposano sigillati con viti d’acciaio dentro un coperchio, il gran finale per il nostro banchetto, mentre il loro complice, l’inserviente delle cappelle, se ne va lesto, con gli occhi bassi, con la cassetta degli attrezzi. Sono certo che ci ha nascosto l’anima là dentro: l’immagine di ciò che non vedremo più, di quello che rimane quando una porta sbatte, di ciò che si dilegua in un lampo appena osservo il retro delle tue spalle mentre ti allontani, del soffio che c’è nel singhiozzo che ti stringe la gola.