Non conosciamo mai né il giorno né l’ora. O forse la conosciamo e semplicemente procrastiniamo cose che sono sempre se stesse mentre la coscienza cambia. L’impostore di te stesso è l’individuo che sta alla scrivania, quello che si ascolta quando non lo ascolti. Si studia al mattino nello specchio, accampato dietro il mistero della propria vita risorta come consuetudine dal calore del letto. E vede sempre lo stesso lato, la stessa faccia. Come un soldato romano rimasto in piedi per miracolo sul campo di battaglia, la lorica indosso, i fianchi marcati e le spalle nude. Non si è ancora accorto della lancia che ha conficcata nella schiena. Non ha più tempo per pensare; la novità l’ha spiazzato: per la prima volta qualcosa gli ha sfiorato il cuore ed ha provato meraviglia. Non aveva mai visto il sole né la pioggia. È stato in letargo per non sfiorire; invisibile, in volo, nascosto al sicuro sotto il carapace fosforescente di uno scarabeo, dietro il ronzio familiare che accompagna la litania di giorni troppo uguali. Solo la morte farà schiudere le uova deposte fra gli escrementi, profonde sotto la terra. Solo chiudere gli occhi, nascondere i lividi che ha sulla pelle come mele battute, come pesche cadute. E allora il vento devierà il corso di una vita e tu sarai un giacinto nell’aria, finalmente rosso. Perché non hai mai desiderato la consapevolezza del bianco. Volevi imparare come non infilarsi i pantaloni, come non abbottonarsi la camicia; come stringersi forte al palco di un concerto per ammassare mobili alla serratura di una porta i cui cardini stanno per cedere. E che valore avranno allora le nostre indulgenze, le nostre misere giaculatorie neppure degne dei baci non dati; oboli offerti per riconoscenza, consegnati fingendo di tenere le mani alzate. Non risponderà perché non ci sono risposte. Cambierà idea all’ultimo minuto; solo per farti male o perché sembri che ti faccia male. Solo per farmi male. Perché non potrebbe dirti che avrebbe perdutamente voluto correre all’impazzata attraverso il transetto di una navata quando il prete obbligava a scambiarsi un cenno di pace. Non potrebbe dirti che avrebbe voluto sparare su quella gente dagli arti imbalsamati che non sa che sbattere confusamente i piedi come sbattono le ali di un piccione imprigionato fra le vetrine di un bar. Chissà, forse non c’è vetro dove sembra esserci trasparenza e ti illudi sempre di non esserti giocato anche l’ultima possibilità. È la condiscendenza che applichiamo alle nostre azioni come scolpite sul palmo della mano dalle profezie di un chiromante, auto-appesa al collo come un ex-voto. Come un getto casuale di calce da una cazzuola su qualche mattone o l’abitudine comoda d’impersonare la terza persona dietro la porta, parafrasando le proprie dietrologie. Come tornare a casa e posare le chiavi; aprire uno sportello cercando di non emettere un suono. Come bere un bicchiere di vino senza guardare la tv accesa. Come notare il passaggio di un gatto.