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Non esistono pensieri bianchi, esistono pensieri dipinti di bianco. In noi prendono forma solo presuntuose ossessioni, vecchi bisbetici con la pipa in bocca, pronti a bacchettarti sulle mani se fai un piccolo errore nella composizione tipografica. Ma l’opera è già stata concepita, l’autore l’ha già congedata; e il senso, se c’è un senso, non cambierà; anche se rimescoli le carte. Schiaffi smarriti non possono raggiungere un’assenza ed immaginare un viso equivale a cercare altre bocche, altri occhi. Per quanto tu sia rotto ad ogni esperienza niente può essere replicato in quanto singolarità, neppure dall’occhio: se penso ad un cane, vedrò sempre un semplice schizzo tracciato dalla mano di Keith Haring, un folgorante scarabocchio, una lama che mi ha trafitto. Così per ogni cosa: solo l’immagine si riproduce nel tempo. E per ripetere un’abitudine ieri sera hai fatto la fila; il ragazzo alto, con i ricci neri, ha strappato i biglietti del cinema. Non si cura di te se non nello sguardo. Pensa di vederti davvero. Ed è come se ti guardasse attraverso una cornice senza tela. Hai fatto finta di niente; hai addirittura salutato abbassando lo sguardo e hai pensato che le donne godono di più, ma soffrono di meno: sono come il gatto che Maometto lasciò dormire sul suo lembo di stoffa, una sconosciuta che riposi fra i cuscini del tuo divano. Ma la constatazione non è servita a togliere il cervello di muffa. Stai ancora ridendo come un bambino che si punti una pistola alla tempia mentre qualcuno scatta una foto. Sei scivolato nella spirale intessuta dal lavoro alacre di un’epeira, mentre pensavi all’uso giusto della violenza ed ad una croce sulla tua tomba. Ora aspetti l’ultimo attacco di panico per riuscire a sentire ancora una volta il cuore che batte. Ti soffermi ad osservare una ragazza araba: Nike air dorate ai piedi, jeans Diesel consumati da agenti chimici, giubbotto cucito sul corpo e cappuccio alla moda, coronato di falsi brillanti, piercing al labbro per prendere all’amo le parole ed una lingua che non conosci. Sono come i numeri della cabala, ti fanno evadere da te stesso, ti fanno capire che ogni suono, ogni segno, per quanto semplice da decifrare, è pur sempre un enigma che non ha durata nella memoria. Per questo non è augurabile resuscitare: sarebbe sempre una condanna a termine, un condizionale nella declinazione della decadenza. Meglio assopirsi placidamente in una remissione artificiale. Osservare, focalizzare, vuol dire semplificare: come sfoltire i capelli in testa, come la pala di legno di un ventilabro che soffi via la pula in un’aia deserta di tanti anni fa. Mondi artificiali che passano attraverso bottiglie di alcool, strisce di coca sui vetrini; perché spregiare questa realtà è un’attività da dilettanti, un’elaborazione soggettiva che trascende il significante ed il significato, come due coppie di gemelli allo specchio. Se ti stacchi da terra invece, sei atto puro. Puoi dimenticare l’odore dell’adultera fedele alla legge degli uomini, intriso nel materasso, e dar di briglia all’abituale schizofrenia di escrementi d’ano sul tuo glande; e raccontare. Raccontare anche le cose che non so più di te, proprio come lo faresti tu.

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Domenica. Tifosi allo stadio, con i baveri fin sopra gli zigomi, rannicchiati nei piumini, ginocchia aderenti e mani a pugno, affondate nelle tasche; impiegati per le vie del centro con le labbra screpolate, persi nelle nuvolette di fumo e nei passi stretti, spiati dalle vetrine, dall’immaginazione dei passanti; portieri d’albergo scampati alle divise verde acqua, ai rigidi mantelli rossi; ammalati sotto le coperte di cotone, peli nudi sulle lenzuola, non responders di ditte farmaceutiche. Portano le proprie vite con sè sotto i cappelli firmati, nei manici delle valigette, negli anelli alle dita, come fiaschette di whiskey da tasca legate alla catenella, calde come orina; le ostentano nelle punte d’ottone degli ombrelli sotto le ascelle, nei profumi densi che frizzano dietro le orecchie, nei fori elastici degli aghi delle flebo, inoculati per farsi beffe di te; nei gilé a maglie larghe. Oggetti che accorciano le distanze perché allo stesso tempo sono comuni e personali, privi di dettagli nella loro metafisica quiddità, ed esasperano l’evidenza che, se anche così è difficile toccarsi, capita talvolta che una moneta sfugga al portafogli, che si dimentichi il cappotto adagiato sul sedile di un treno, che un bimbo si perda fra le cravatte all’aeroporto, che un detenuto dimentichi il proprio corpo impiccato alle sbarre di una cella. E quando accade si aprono visioni di pietre cadute in un pozzo, ciottoli lisci in profondità, inviolabili; ed è come l’espressione di un turista che osservi per la prima volta la chioma di un uro alle grotte di Lascaux, l’entusiasmo di un vecchio di fronte alle candeline azzurre del suo ottantesimo genetliaco, gli occhi di un sequestrato riflessi sulla lama della decapitazione. Cose familiari, cose che riconosci pur non avendole mai conosciute, che aspetti come una quietanza; come scuotere il talco dal sedere di un bambino, come la polvere sui libri d’infanzia. E sotto il velo d’ogni cosa, in ogni attimo, scorgi la morte. Sbandi appena. C’è tensione: sulle strade spirali muscolari di cavalli in corsa, in cielo orbite ad anello e teste di angeli; ovunque il biblico renitente crepitio delle ariste. Fa da contrappunto alle tue sballate sensazioni orfiche. Emozioni monocromatiche, ombre che schiacciano il visibile in cui si sopravvive in sussurri sommessi, in bisbigli friabili, in abiti fruscianti di lino. Quando fa sera e si accendono i lampioni puoi osservare tutte le cose trasposte sulla terra, come i dipinti a pastello di un madonnaro; senza guardare in alto; senza aver bisogno di girarti. Gli oggetti si liberano da se stessi e non riflettono più la luce; un romanzo che impreca senza personaggi. E se alzi la testa, allora non puoi fare a meno di notare che ogni contatto umano, ogni sfregamento, ciascun singolo saluto; qualunque pubblico di una partita di calcio o di una piece teatrale è in fondo solo un’assemblea informale nell’ambito di un protocollo, con le sue inevitabili e dilatorie dilatazioni linguistiche, le sue impeccabili eviscerazioni semantiche. Provi pena per non avere il coraggio di giustificare il desiderio di afferrare che hanno le tue mani: è un fuoco che non si estingue; l’invisibilità lo condanna a non essere lenito dall’abitudine alla condiscendenza. Niente di strano; ma alimenta la vergogna di fronte allo sforzo di partorire queste misere cose, meschine, piccole; impercettibili infiorescenze: come il suono del campanello a molla di una bicicletta in mezzo a una folla natalizia o gli accordi di un jazzista in sandali al tavolo di un bar; come un pallone nella rete. Si dovrebbero eliminare gli uomini e mantenere l’umanità. Ma non riesci ad espellere ormai, semplicemente perché non esistiamo più come esperienza e questo è irrevocabile. L’altalena dondola su un vuoto; il bicchiere giace frantumato nella tovaglietta bianca. Tutto persiste. E noi non ci siamo più. Gli altri restano. Restano gli escrementi di questa penna. Dannati gli uomini quando insulteranno e respingeranno; dannati gli uomini che, vivendo, avranno perso l’innocenza.

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Osservare la vita e raccontarla così: non come se fossi tu a viverla ma come potrebbero descriverti dei luoghi senzienti, dei cartelli stradali, le cupole di una città all’orizzonte. Loro saprebbero vedere l’altro te non indaffarato nelle minuzie di un’esistenza; il tipo dalla barba rada, che non sorride mai quando attraversa i ponti perché palazzi e prati crescono sull’acqua; l’impiccato fra smog ed esplosioni di clacson che osserva al mattino la statua della prima fatica e si ferma a pensare quanto sia soffice sulla tempia di Ercole la criniera del leone che stringe nella morsa, quanto sia malizioso provare pietà per la tua vittima e quanta carità ci sarebbe nel saper piangere la propria assenza di lacrime. Bisogna voltarsi indietro a volte, anche per dare le spalle ad un tramonto. Bisogna sputare sulla cultura perché l’educazione è un palo storto di castagno che condanna a morte la tua vite. Si sente sempre il desiderio di partecipare anche se è sconveniente, perché tirarsi indietro, che tu vinca o tu perda, che sia giusto o sbagliato, è non essere stati. Accade necessariamente come il profilarsi di un volto sulla pietra di uno scalpellino, l’incisione del trapano in un dente, un bluff a poker che non puoi verificare; e l’esperienza che, prima o poi, rende tutto inconciliabile. Ogni azione ha un solo senso di marcia, è un dissidente al confino, un degente in coma, ignaro di avere un destino, un pilota concentrato nel suo abitacolo; e in fondo non è importante quel che corra fra causa ed effetto, fra essere santi o turpi; basta che tutto prenda corpo magnificamente come la caduta perpetua di una cascata d’acqua salata in un lago dolce. E quanto più è fragoroso il frastuono tanto meno sei disposto a percepire; puoi anche dimenticare di respirare, come un fuoco nella canna del camino che ansima i suoi fiati rubati, e ritrovarti fra gente che non conosci, commessi di vita, impeccabili, in zecchino d’oro massiccio, habitué di bagni termali una volta al mese, tutti dritti come proiettili costretti nel tamburo di una pistola. Ogni giovedì tengono colloqui paradossali per tenersi sù; un branco di lupi dall’aspetto di pinguini a prendere un caffè in questo palazzo di provincia dalla forma di un rossetto. Intrecciano stupide disquisizioni, interminabili pettegolezzi, rendiconti pieni di sorrisi, dove si dà e si toglie ciò che non ci appartiene stringendo le labbra come un fegato sanguinante nelle mani di un chirurgo. Preferirei essere una bestia piuttosto che un re prigioniero dell’indifferenza, schiava incerta dell’ipocrisia, una concubina seminuda, le ginocchia a terra, la testa rivolta in alto e i capelli sciolti: basta incrociarne lo sguardo per essere perduti. Ma anche tu lo sai: ogni momento sarà una cosa remota come la tua macchina rimossa alla depositeria comunale o il tuo “ciao” ristretto a cinque dita. Cose utili per non restare irretiti dalla complessità di certi gesti. Rafforza la consapevolezza dell’invalicabile solitudine che ci circonda. Ti invita ad arrenderti, a non chiamare. E sì speri sempre in un finale volgare e sadico, che faccia male agli altri; qualcosa che sia definitivo come addormentarsi ad una riunione di lavoro, come masturbarsi in pubblico. Ma ho visto Dio: ha detto che essere liberi è peccato.

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La signora liberazione si è ammalata di poliandria. È solo una puttana che ti fa visita di domenica senza pensarci. Lo fa per abitudine, in barba ai preti. Famiglie rimangono mute al tavolo bisbigliando le loro pratiche euologie mentre i bimbi incatenati invidiano i sorrisi dalle finestre dei loro denti. Usano le cose, non le posseggono. Siamo in attesa del nostro numero nell’ambulatorio del dottore; addormentati intorno ad un falò in un campo di grano, le palpebre annoiate delle serate di ferragosto. Non è vero che abbiamo vissuto. Siamo solo schiavi di simpatiche paramnesie. Poche ore fa abbiamo steso i nostri corpi sulle casse; in un attimo di lucidità vi abbiamo trovato riposo dopo esserci persi al mercato. La commessa ci ha aperto il petto. Ha usato le nostre carte di credito come fossero un bisturi seguendo scrupolosamente il rituale del rito collettivo. Guardiamo tutto dall’alto ora, ma non arriva mai il momento di sapere quanto è profondo il cielo. Intanto il priore trascina la sua lenta litania come un marinaio recupera la rete. Circuisce le vecchie improfumate, sfuggite ai carillon di tanti anni fa, un ricordo dei loro mariti morti. È diventato l’ombra del leggio di pietra dove ha appoggiato il suo santo graal, il libro della metempsicosi. Ma fra poche ore il sole tramonterà. Tu morirai, ti dileguerai. Non rinasceremo. Siamo dei ricci di mare infilzati come candelabri e portati in trionfo, il cellophane strappato da mani calde avvolto sulle nostre facce, a proteggere il nostro flebile respiro. Il bricco sbocca. La caffettiera sbuffa. Passa un treno senza rumore fra le dita affondate sulla nuca, fra i miei capelli secchi e sporchi. Ci sei tu dentro; riesco a vedere la silhouette evanescente del tuo viso. Mi fa ridere di dolcezza pensare che ho imbrattato la maglia di liquido seminale e tu non lo sai. È una piccola macchia. Fa venire fame. Due tegami di metallo cozzano al centro del tavolo. Sono due profonde fosse comuni; chiudo gli occhi per non guardarci dentro. Agnello nero e coniglio rosso. Piccoli peli grigi escono dal naso di papà. È diventato vecchio. La pancia ha ceduto. Ha gli occhi stanchi e non capisce suo figlio. Morirà senza averlo capito mentre mamma urlerà col sorriso una delle sue solite sciocchezze. Le posate sbattono come le spade in una battaglia campale. Gi autocarri svuotano i loro carichi di polvere. I becchini trafugano le ossa, i tombaroli oggetti cari a fratellastri acquisiti. Il bricco sbocca, la caffettiera sbuffa. Premo la fronte sulle tue ginocchia; sono pronto a rotolare con leggerezza come una carta straccia lungo le pietre del marciapiede. Non sono riuscito ad imparare come toccarti, non hai voluto insegnarmi: hai nascosto bene la tua mappa del tesoro, il tuo codice segreto. Confuso sento il desiderio di vomitarti nella vagina, di lavarmi la faccia sfregandola su questi cocktail rovesciati. Non farebbe differenza. Sarebbe un atto d’amore come qualunque altro; un modo per nascondere quello che siamo; una delle tante feste; un’ anima che ha perso la strada, intontita da un grido. Ma la sbornia passa. I cancelli percorrono le loro guide. Certi pesci si riproducono annualmente il settimo giorno dopo il plenilunio di novembre ma noi sedicenti uomini perderemo un’altra occasione perché non c’è mai un punto d’arrivo e dimentichiamo facilmente da dove siamo partiti. Leggeremo un altro libro che non ha risposte. Lo faremo solo perché è bello.

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C’è un tempo per tutto: un tempo per vivere e uno per morire, un tempo per ricordare e uno per dimenticare. Ma non su questa pagina. Qui si può solo rimuovere, impossibile cancellare. Non è consentito ruotare la matita, sfregarne lievi la fronte. E non resta nulla; nemmeno la consunzione che è riservata a qualsivoglia oggetto d’uso: le imposte alle finestre, le stoviglie sotto la corrente, un gesso fra le dita. Queste lettere possono solo essere ibernate, conservate fra le pagine di un libro come le ali polverose di una farfalla, ingessate. Nessun odore, niente vezzi o inganni, nessuna malinconia; solo ricordi. Non si premono come l’arancia nello spremiagrumi. Non hanno bisogno di vendersi in giro come individui intabarrati, cosparsi di profumo. Non puzzano d’uomo, né vanno in putrefazione. L’inchiostro non sbiadisce, non diventa grigio. Eppure quando apri la scatola, quando varchi la soglia, addentano come occhi di murene fra gli scogli. Epifanie che si scoprono quando stiri le pieghe delle lenzuola, quando scosti i capelli dalla faccia: come evitare una mela verde caduta da un ramo. Poi si eclissano appena distogli lo sguardo. Perché se non ci si nega allora il castello crolla, la camicia si gualcisce, la diga cede. È faticoso costruire, materializzare, per noi malati di disambizione; meglio ritirare la mano su una tavola imbandita e lasciare intatto il cibo; meglio non toccare le posate: la percezione di un’esistenza altra da te può essere terrificante, anche di quella che è te sotto la pelle. Forme di difesa, antiche icone dorate appese alle pareti, teche annerite di falso argento che lasciano scoperti volti per cui il creatore ha dimenticato braccia e petto, dipinti surreali dove un sognatore morto sogna in lontananza un padre morto che porta a cavalluccio sulle spalle un figlio morto; molluschi senza conchiglia pronti a perdere parti del proprio corpo, a lasciarle ai predatori; cartelli con sù scritto “proprietà privata”; tende alle verande quando tutto sembra essere di troppo e pensi che in ogni posto c’è un impostore e non lo puoi guardare e non lo vuoi sfiorare; un nuovo bacio che devi dare. È il prezzo da pagare per poter chiudere gli occhi, per passare sopra a ciò che senti di essere mentre dubiti che veramente esista; affinché il cielo sia sgombro di nubi e il tuo animo pacato e rassegnato; affinché le foglie d’autunno rotolino senza far male sulle strade deserte. E così tutto muore e piccoli ricci notturni se ne vanno circospetti, alla ricerca di un altro pasto fra la spazzatura, e sul fondo riposano ingannevoli aranciati anemoni di mare. Sopra e ovunque spira lo stesso vento gelido. Ma ci sono sempre diverse versioni di una storia, tutte contraddittorie: la fanciulla lattea può amare o farsi beffe di te e tu puoi indossare le vesti di Polifemo o Aci o restare per sempre un appellativo, il dio tutelare di una sorgente nascosta fra foglie e rovi. Una compagna che resta ghiacciata a febbraio. Bucano, ma non lo senti. Eppure in natura è molto più difficile produrre freddo che caldo. Chissà perché per gli uomini non vale.

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