Domenica. Tifosi allo stadio, con i baveri fin sopra gli zigomi, rannicchiati nei piumini, ginocchia aderenti e mani a pugno, affondate nelle tasche; impiegati per le vie del centro con le labbra screpolate, persi nelle nuvolette di fumo e nei passi stretti, spiati dalle vetrine, dall’immaginazione dei passanti; portieri d’albergo scampati alle divise verde acqua, ai rigidi mantelli rossi; ammalati sotto le coperte di cotone, peli nudi sulle lenzuola, non responders di ditte farmaceutiche. Portano le proprie vite con sè sotto i cappelli firmati, nei manici delle valigette, negli anelli alle dita, come fiaschette di whiskey da tasca legate alla catenella, calde come orina; le ostentano nelle punte d’ottone degli ombrelli sotto le ascelle, nei profumi densi che frizzano dietro le orecchie, nei fori elastici degli aghi delle flebo, inoculati per farsi beffe di te; nei gilé a maglie larghe. Oggetti che accorciano le distanze perché allo stesso tempo sono comuni e personali, privi di dettagli nella loro metafisica quiddità, ed esasperano l’evidenza che, se anche così è difficile toccarsi, capita talvolta che una moneta sfugga al portafogli, che si dimentichi il cappotto adagiato sul sedile di un treno, che un bimbo si perda fra le cravatte all’aeroporto, che un detenuto dimentichi il proprio corpo impiccato alle sbarre di una cella. E quando accade si aprono visioni di pietre cadute in un pozzo, ciottoli lisci in profondità, inviolabili; ed è come l’espressione di un turista che osservi per la prima volta la chioma di un uro alle grotte di Lascaux, l’entusiasmo di un vecchio di fronte alle candeline azzurre del suo ottantesimo genetliaco, gli occhi di un sequestrato riflessi sulla lama della decapitazione. Cose familiari, cose che riconosci pur non avendole mai conosciute, che aspetti come una quietanza; come scuotere il talco dal sedere di un bambino, come la polvere sui libri d’infanzia. E sotto il velo d’ogni cosa, in ogni attimo, scorgi la morte. Sbandi appena. C’è tensione: sulle strade spirali muscolari di cavalli in corsa, in cielo orbite ad anello e teste di angeli; ovunque il biblico renitente crepitio delle ariste. Fa da contrappunto alle tue sballate sensazioni orfiche. Emozioni monocromatiche, ombre che schiacciano il visibile in cui si sopravvive in sussurri sommessi, in bisbigli friabili, in abiti fruscianti di lino. Quando fa sera e si accendono i lampioni puoi osservare tutte le cose trasposte sulla terra, come i dipinti a pastello di un madonnaro; senza guardare in alto; senza aver bisogno di girarti. Gli oggetti si liberano da se stessi e non riflettono più la luce; un romanzo che impreca senza personaggi. E se alzi la testa, allora non puoi fare a meno di notare che ogni contatto umano, ogni sfregamento, ciascun singolo saluto; qualunque pubblico di una partita di calcio o di una piece teatrale è in fondo solo un’assemblea informale nell’ambito di un protocollo, con le sue inevitabili e dilatorie dilatazioni linguistiche, le sue impeccabili eviscerazioni semantiche. Provi pena per non avere il coraggio di giustificare il desiderio di afferrare che hanno le tue mani: è un fuoco che non si estingue; l’invisibilità lo condanna a non essere lenito dall’abitudine alla condiscendenza. Niente di strano; ma alimenta la vergogna di fronte allo sforzo di partorire queste misere cose, meschine, piccole; impercettibili infiorescenze: come il suono del campanello a molla di una bicicletta in mezzo a una folla natalizia o gli accordi di un jazzista in sandali al tavolo di un bar; come un pallone nella rete. Si dovrebbero eliminare gli uomini e mantenere l’umanità. Ma non riesci ad espellere ormai, semplicemente perché non esistiamo più come esperienza e questo è irrevocabile. L’altalena dondola su un vuoto; il bicchiere giace frantumato nella tovaglietta bianca. Tutto persiste. E noi non ci siamo più. Gli altri restano. Restano gli escrementi di questa penna. Dannati gli uomini quando insulteranno e respingeranno; dannati gli uomini che, vivendo, avranno perso l’innocenza.