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Cammino per strada come una macchia, mani affondate in lunghe tasche, attento ad evitare il luccichio delle dure corazze degli scarafaggi che se ne vanno tranquilli come dromedari sull’asfalto. Nella mia testa sono ad una festa che in tutto somiglia alla corsa dei tori a Pamplona: la confusione, la polvere acquosa della calura, i rumori sommessi cui faccio distrattamente caso perché sto morbosamente sfregando la patta contro il sedere di una ragazza dai lunghi ricci imburrati. Poi, a un tratto, sorpasso una lunga fila di persone in attesa per l’ingresso in un locale come fossi invisibile e camminassi un metro da terra; sento distintamente le parole risentite degli spettatori ma non m’importa, assomigliano a un filato incolore, a un fumoso bruco senza fine. Il manico della mia chitarra è un incastro formato dalle carte argentate che si trovano all’interno dei pacchetti di sigarette. Qualcosa non tiene. Un ragazzetto tutto lentiggini e capelli rossi mi sorride, mi urla alcune parole, sembrano d’incitamento, ma la sua voce non ha suono. Prendo a tracollo la chitarra. Il manico si spezza e da una delle lamine fuoriesce una fetta marrone spugnosa, simile ad un dolce al cioccolato, ad un fungo strano, di quelli, mi spiegherà poi un becchino, che raccolgono nel prato fra le lapidi vecchie signore stanche o dimentiche di accudire le tombe. Ha un filo di ferro legato intorno cui è appesa una bustina di plastica trasparente, asettica, che contiene una dentiera, ma così rosa che sembra di bambina.

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