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Immagino le mille oscillazioni del mio corpo: nessuna consapevolezza dei movimenti, decisioni prese senza controllo; so che fra pochi minuti mi alzerò da questa scrivania; ma non ne sono convinto. Devo prendere la macchina, alzerò per un momento lo sguardo per osservare attraverso l’alone appiccicoso del parabrezza nella speranza fanciullesca di sorprendere un gufo appollaiato nella cuccia di rami di un abete. Nessuna immaginazione o speranza, in fondo non fa differenza; è solo una posa e mi sembra di confessarlo ai lampioni dall’aria stanca, gobbi come grigie befane ai lati della strada. Giro la chiave, intravedo tendini che si flettono e mi chiedo con stupore come il mio cervello possa sopportare, quale sia il meccanismo che fa saltare all’azione successiva: è grasso, gibboso; lo vedo apparire e sparire come un iceberg sulla superficie oleosa di una palude. La gomma sfrigola, in un attimo sono sulla strada. Tutto sfreccia veloce sullo schermo che porto sulla testa. Cerco di tenerlo in equilibrio, in un certo senso mi pesa. Ho la fastidiosa sensazione che il mio corpo si trovi in una posizione strana e se ci penso bene mi sento ridicolo. Mi chiedo: cos’è? che cosa sono? Sono il regalo nella scatola? Il prigioniero nella cella? Il coniglio nella tana?… guardo ancora in alto perché ciò che mi circonda è troppo reale o troppo poco e questo mi fa male. Ho voglia di aprire le braccia, svelare l’interno dei gomiti, sfilare le arterie, darle a un passante… ma lui capirebbe?

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