Vuoti riempiono le nostre esistenze vuote; contorni che definiscono: l’incavo della scarpa, l’onda violenta di una chitarra, le zanne del pettine. Disegnano neonati sballottati dolcemente in funeree culle, astronavi d’oltre-tempo, cunicoli di tela in bilico su precarie altalene. Ci afferrano: sedie, volante. Ci stringono: scrivania, tastiera. Hanno dita callose, da infermiera; modi asettici, freddi di sala operatoria. Sono linguaggi: posate, cacciaviti. L’ingranaggio sferraglia: bulloni, viti. Ronzano come api appese in fiale di cristallo. Milioni di minuscoli messaggi, impiccati in ceppi, endovene al centro della terra. Celle imprigionano api che imprigionano fiori. E tutto sogna se stesso in un canovaccio da commedia dell’arte, una pellicola in nero di seppia e una musica… la colonna sonora: sciacquio scordato di un mondo prenatale, rumore attutito di voci lontane e la mano che gratta la sabbia di una spiaggia che muore, affogata, e l’oceano che monta, e una strana evasione… e vomito, vomito; visione, visione.