Ci sono presenze che mi accompagnano: il dente mancante di papà, l’odore soffice dei vestiti di mamma che riposano sulla costola della sedia, il luccichio felpato e caracollante del passo del gatto. Fanno visita talvolta come scolpite da un bagliore nell’oscurità, in fuga dal sonno, strisciando fra le crepe dell’attenzione. Sono penne dimenticate negli interstizi, fra libri accatastati, sussultano del loro stesso peso come scatole private di senzatetto, ancora calde; conchiglie carezzate su una scogliera e poi rubate. Visioni a cui dò significato; pozze d’acqua piovana, contenitori di coscienza e pergamene perdute. Temo le pozze; sono lattiginosi occhi selvaggi; sono specchi di presenze senza direzione, schermi riflessi di ciò che sorregge la terra; guardano dentro: motori di macchine, suole di scarpe, pantaloni a cavallo, narici, il palmo di una mano. Vi si sprofonda muti senza guardare.