Intrichiamo anima e corpo, in un turbine scintillano lampione, LED d’abitacolo e vita, e vorrei dirti che ogni poeta è una ferita che sanguina, che non cicatrizza. Scopiamo al vento, su tombini divelti, fra alberi abbattuti, e il vento scopa noi rassegnati su strade dissestate. Fuori è tutto inadeguato: la luce è una via cieca a cui diamo la nuca e la tenebra un posto senza volto per chi se ne va avvolto, a capo chino, in un calderone liscio di cancello e umido d’ossa, sterno, becchi e rami, e noi con occhi vacui, in un lampo assunti in forma di spaventapasseri dai polsi rotti nella solitudine della campagna. Acuisce l’impertinenza di essere vivi l’inaccettabilità che si muoia in un giorno e che questo sia uno dei momenti e il solo modo in cui si possa esistere nella memoria. Ricordo ogni movimento, ogni minimo scostamento per rinforzare il prossimo ricordo mentre il cielo è un uovo muto e paziente. La cascata di eventi va persa in ogni direzione, complici sono il vino, la paura, l’emozione, il vissuto, cazzi mosci poi cazzi dritti. Corpi si accalcano scomodi e felici, pieni di arpioni e cuspidi, stipati, ingobbiti come ragni, con vene di cavallo, denti affilati e labbra; la cascata di eventi va perduta mentre giaci scucita da dove ti apri al mondo senza bisogno di parole. La mole dei contenitori ci assorbe e astrae in carne e sangue, in lamiere d’auto, in un’isola di sofferenza da violare con un po’ di felicità o in un luogo d’apparizioni sfuggente e fortunato che ci consenta invece d’isolarla; e siamo noi i nostri fedeli protettori ma allo stesso tempo anche i cattivi custodi, falle di dispersione dei battiti dei nostri cuori, ingranaggi dentro loculi e stive con cazzi parassita e aste, pulegge e leve. Poi l’abbraccio in un riccio, in un rivolo d’acqua, i poli del tuo corpo che tendono all’oscillazione massima; e proprio lì al culmine è dolorosa la consapevolezza che il modello delle emozioni regredisca sempre verso la media e che un rassegnato sforzo sia la tensione di raggiungimento dei sentimenti comuni e del linguaggio. La vera trascendenza è dell’artificio, perfetto e enorme come un Buddha d’oro vicino a un tempio Khmer; è la possibilità inattuabile di aver potuto osare sempre una parola, un luogo in più perché non fosse adesso abbandonato: il tuo culo, la bocca, la tua fica come oggetti concavi dove l’incomprensione soffochi il silenzio. La dissolutezza in fondo è il carattere della vera ricerca. E proprio la tua è una ricerca muta e rumorosa, tu bendata mosca cieca che punti il dito al bimbo del più prossimo sorriso e stringi il cerchio maschio che dà riposo e poi mi tocchi il viso. E forse lo hai riconosciuto ma non sai e non puoi parlare di un nome che sia un freno al divertimento e al riso di un’esistenza che si può risollevare solo con rumore e gioco. Hai ragione: solo il rumore a volte ci ricorda le nostre e le altrui esistenze. Ridi. E il riso è la separazione che non ci appartiene, la montatura, la costruzione sopra al tempo che impieghiamo a disperderci, a contagiare le cose. Delle cagne nere ci inseguono nudi e graffiati dai rami spezzati, non abbiamo incendiato case ma i nostri corpi sì; non siamo caduti, suicidi, alle Giostre del Toppo per aver troppo sperperato ma abbiamo fatto orgia delle nostre emozioni e questi precisi istanti in cui riviviamo noi stessi sono i più colpevoli degli scialacquatori. Ridere, ridere, e poi farlo ancora. Dopo il diluvio. Insieme a te. Lo so, per assurdo, è l’unico gesto che mi potrebbe salvare.