Il guaio è che tu non sai che l’esistenza è forse il prodotto dell’aggiunta di forme d’occlusione, corpi, case, vestiti, eventi e si protrae contraddittoria, indecisa come l’acqua, per strade e percorsi elefantini, di padre in figlio, ascesa e discesa in un’onda; e che nel profondo puoi trovare il muto nuotare dei non nati. Mi chiedo se saprei risolvere la gestaltica delle tue curve se raschiassi via il mondo come il feto dalla vagina, svuotassi ogni canale che minge e munge l’eminenza della materia e non si scindesse in ramo l’albero di ogni mia decisione; o se finirei soggiogato dalla diade di vizio e vita che ti trattiene, ti guarda selvaggia e snuda mentre ancora giochi con le tue catene. Una casa piena di assenze è oggi l’anafora di te che sollevi la mia esistenza con la nascita e il rigurgito della tua vitalità. Non ho bisogno di un sant’Antonio per trovarti poiché breve è l’escursione da te ai miei pensieri. Nel cielo del lunedì guarderò il tuo corpo dissodato, seguirò l’espressione dei solchi del tuo viso e dopo aver soffiato via i fiori di ciliegio, diraderò le nubi della vita per restituire te a te stessa e alle tue cicatrici, ai cretti, agli spiragli nel muro del pianto della tua coscienza, e mi approprierò di essa attraverso gli stilemi del passo e del trapasso che porti tatuati sulla pelle ed essi faranno da bussola al punto distante d’assi cartesiani in cui fiorisce, esplode la tua vita, e devieranno un po’ la rotta di una chiglia d’uomo e di una vela a brandelli, che dimenticherai un giorno appena fu riflessa nei tuoi occhi belli.