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Ha piovuto e il destino mi ha segnato le vene di rivoli neri d’acqua e di paura. Il pensiero l’ho decifrato, era la periferia di un centro, restituito in polimeri di parole subito scisse. Tu lo sai, solo nel tempo ci si incontra e la possibilità sussiste come vetro franto dalla luce: i riflessi sono gemme di vite nel cielo vibrante e ansimano di una onnipresenza che sdrucciola al culmine della vista nell’insenatura che assiepa la pancia del cielo al feto della terra. Dalle nuvole gravide, dai fulmini alle mie vene in rilievo adesso: una rete sul mare del tuo corpo uzbeko e due seni guizzanti, pesci sull’onda, caldi e gonfi come schizzi di catrame sull’asfalto del desiderio. Io e te, radici di braccia in terriccio di seni, un sogno, quei sogni che uccidono gli altri, nelle luci della città, nei viali di lecci e sabbia d’oro, sotto al forte e all’imbarco dei marmi, in bilico sulle strade come becchi d’uccelli senzienti sui rami; e insieme forse tu mi puoi salvare dalla gente che morde e lacera ciecamente ebbra la carcassa della mia inclusione, compreso nella sola comprensione di me stesso, giù nell’inguine delle vie di Madrid con lame di suoni, senza compassione di piedi; la gente che io guardo, effigie muta iconica del tempo, sospesa su case elettriche di spine, ammutinata al piano di un sogno; la gente con le cosce aperte di una natta schiacciata e rivolta, e lo sbozzato entusiasmo di corpi d’uomini che aggrediscono i frammenti d’oggi erosi al delta dell’esistenza. Io non mi sento diverso, e ogni cosa mi sembra non come in se stessa materiale ma vertice di forze, illusione e incertezza d’incontro di direzioni, abbaglio di rappresentazione in specchi fratelli, concrezione pingue e ammasso di gravità. Non so dire, non so spiegare anche se in fondo pensare è rettile e primordiale. Quale sia il verso, il fine; quale la differenza in ciascuno di noi, in ciascuna cosa. Cosa c’è di diverso fra noi e i fili d’erba: nascono da vagine di terra con lo sperma del cielo e si muovono fin dove li porta il vento, convivono, soffrono e la riflessione al mattino della luce è la loro e la nostra vista. Nessuna sorpresa in ciò che si conosce. Solo tu sei la bellezza che non vedo, la bellezza del tuo nome indiano, la torre dei venti di Yokohama; tu sei lo spiraglio d’oggi di una adolescenza di sole che ti sboccia il viso e si prepara a rendere sterile il campo dove giochiamo a raccogliere i fiori. Chiamo te il fiore che schiude una vita, chiamo te il fiore della voragine che apri e allarghi nel non rinnegare l’agnosia che ci somiglia. E brucio mentre la mia parte peggiore masturba ogni distinzione, brucio nella collisione di te sconosciuta, prigioniero della sodomia marchiante di una casa, e sento il vento, il fuoco tenuissimo della scintilla delle frizioni che sarchiano l’anima all’uscita dalla vagina; brucio, brucio nell’elettricità di ginepri d’anima che pungono sotto la pelle; avvampo, brucio nel mio corpo perforato in bocca e ano che dà la schiena ad un centroide, nella tua fica nutriente come una noce di cocco fra le foglie, e solo il limite di ciò che mi preme mi trattiene in un istmo di auto-consolazione. E poi mi perdo, mi dimentico, ancora e ancora. Che il tuo petto sussulti come una lingua di fuoco al vento; che la redenzione assordante dell’essere sospesi in una smisurata immanenza sia questa carne in cui affogo ogni eccesso.

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