Credo di non avere alcun controllo su me stesso. Ho sempre pensato che non avrei mai condotto una vita comune: che sarei diventato un poeta, un drogato, un barbone, un musicista senza dimora. E invece eccomi qui. Questa normalità mi spaventa. Mi spaventa il treno che arriva al mattino, preciso come una fionda. Mi terrorizzano i mille passi che mi separano dal lavoro. Ho come l’impressione di una interminabile lastra di ghiaccio che ceda sempre di più sotto un sole desertico. Sto perdendo la cognizione dei miei movimenti, o meglio del perché mi guidino. Perché alle sei del pomeriggio suono la chitarra e alle otto ceno? Chi mi spinge a uscire? A mangiare? E ne ho davvero bisogno o mi state ingannando? Sto cominciando a vedermi dall’esterno. Quello non sono io. Ma ormai non desidero più nemmeno essere altro: solo essere cancellato, abusato, sbattuto. Non penso o invece sì, non so. Perché affrettarsi? Perché prendere il treno? La sequenza riprende, una cosa porta all’altra. L’ordine consueto. “Ma non salirò le scale. Siamo condannati; tutti. Dolore, affonda le zanne nella mia carne. Sbranami!”.