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Cinquantadue, cinquantatre; carrozza cinque. Le stanze di albergo si dimenticano presto perché sai che ti appartengono solo finché le abiti. È una questione d’egoismo; l’ironia che si paga per perderle. La sera, sul letto, cerco più volte di masturbarmi. Lo faccio senza convinzione, per occupare lo spazio, marcare il territorio come i cani, pensando alla biondina notata poche ore prima in un locale. Era accompagnata da un uomo incredibilmente brutto, pelato, con la testa grossa e gli avambracci villosi, i polsi larghi. Il suo contegno appassionato e cordiale ha suscitato in me la supposizione di un accomodamento mercenario. Probabilmente un errore, colpa dell’invidia. Stringo le dita sul glande come su un raspo d’uva. Non ne scaturisce alcuna eccitazione. Rimetto sù le mutande. Un atto fine a se stesso sarebbe confessabile ma indelebile, senza eiaculazione o saldo. L’amore è un travestimento che può essere svelato solo pagando. Un fastidio alla trachea pungola sui pensieri. Resto per un po’ internato in uno stato di spossamento. So di avere la tosse. Qualcosa in gola non mi permette di concentrarmi sul sonno. È proprio adesso che mi addormento. La sveglia non interrompe mai un viaggio: prolungamenti delle stesse strade, queste strade. Non diverse. È squillata già da qualche ora, come una malattia cronica. Abdico alla conferenza per spingermi ancora più a nord, cerco la fuga nel paesaggio urbano che tende ad ammassarsi su se stesso, ingrassando in vista di un culmine ogni volta illusorio, aumentando per compensazione di dislivello come il piscio nella vescica, emettendo lo stesso gorgoglio dei liquidi nello stomaco, dell’acqua fetida in una cassetta di scarico. È pieno di rumori e tutti ci stanno dentro. La gente scivola sulla strada, ognuno nella sacca di se stesso. Ovunque scontri, accelerazioni, collisioni; metodicamente attutite. L’eutanasia di cui si parla non si pratica negli ospedali; nella vita è consentita e taciuta: come fosse diverso costruire dentro da fuori. Ma l’invisibile non può essere monito o esempio. Schiacciamo gli individui come scarafaggi affinché siano affilate proteste; contro le persone aboliamo la reciprocità. Il freddo è pungente; mi bruciano e formicolano i polmoni. Sento il corpo come zucchero filato, deformabile ad ogni contatto. Penso come tutto dev’essere strano laggiù, sotto le piante dei piedi. Comincio a perdere sensibilità. Torno a fatica in camera fingendo normalità. La notte è straziante e lercia come la fica nera di una bagascia. I muri sono luridi, organismi organici che respirano metano. Sogno la fabbrica di vapore del domani. Al mattino, accomodatomi nello scompartimento, passo il tempo a sbirciare in un test psicologico di un presunto dottore che occupa col gomito tutto il bracciolo fra i nostri sedili. Volta le pagine con interesse e professionalità, con le mani sciatte, facendo lo spelling mentale dei cognomi. Il paziente si chiama Francesca. Questa mattina non sa che sta correndo su un treno insieme a me che osservo le montagne svettare bianche in una striscia di cielo. Ha sedici anni. Certamente si è già fatta scopare ed è questa la nevrosi più vera, lo strazio dell’essere al mondo. Lui si nasconde in una barbetta appena accennata e in riccioli neri dietro al collo, concentrato come un prete in una missione. Le parole gli sfuggono ad alta voce, come starnutisse. Preme forte sulla tastiera del computer portatile. In un attimo di semilucidità canticchia una melodia quasi comprensibile. Di fronte c’è chi strappa una pagina da un quotidiano, la piega accuratamente due volte e la ripone, rapido, nella tasca della giacca. Poi, di riflesso, stuzzica la palpebra dell’occhio destro con il dorso del mignolo della mano. Grossi nei navigano fuori dalle maniche di una maglietta verde, dalle pieghe flosce. Capelli di rame sta per prendere un volo per Londra; per ammazzare il tempo fischietta, un po’ fuoriluogo. Altrettanto lo sarebbe alzare gli occhi per farglielo notare. Risate lontane qualche metro rimangono piantate come case. I campi tracannano dagli annaffiatoi. La certezza dell’isolamento mi scinde dallo scompartimento, dalle persone. Vorrei trattenerla per sempre come fosse il picciolo nato dal morso nella mela. A Milano condivido il materasso con l’amico di sempre. Mi racconta i suoi sogni, divertito e sguaiato, mentre, assonnato, posticipa la sveglia. Prima di andare a letto mi ha sfottuto per quanto sembro piccolo nel pigiama taglia XL. Ho trentadue anni. Abbiamo discusso prima di addormentarci. Possiamo ammettere ma non partecipare ai pensieri degli altri. Novantatre; carrozza nove. Un uomo anziano, preistorico, parla di iscrizioni e preiscrizioni. La cravatta gli si gonfia a gobba di cammello sprigionandosi come una serpe dallo scollo di un golf color vinaccia. Si è spiaccicato i capelli sul lato destro della testa spazzolandoli forte. Immagino che mi metta al corrente che quello è una dei tanti gesti assidui che compie ogni giorno, uno fra i più rilevanti per quanto riguarda l’essere collocati in se stessi. Una penna che corre fra la griglia di un sudoku sbarra un sorriso dolcissimo. Una mano sfrega sul foglio, un mento poggia sulla mano. Sopra s’inumidiscono le labbra. Fuori piove e c’è poca luce. Una ragazza indossa scarpe eleganti, calze nere di lana. Sopra porta un impermeabile. Ha un porro su una guancia. Là stazionano tre peli biondi. Passa qualcuno dal corridoio trainando a seguito la valigia. Una signora mi urta il gomito, fa cadere un giornale. L’ipotesi dell’altro è in ogni parte di materia e ne derivano percezioni sessuali e culturali. Qualcuna di quelle ragazze giovani alla fine della carrozza la scoperei. Continuo a chiedermi perché. Ogni aura è senza Laura, carne impenetrabile come l’acciaio. L’unica certezza in fondo è che sono su un treno, torno a casa, puzzo. La merda mi preme sul culo.

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