La vita è l’antitesi del pederasta che rinfaccia tutti i giorni l’evidenza del possibile rispetto all’impossibile, del sapere di fronte all’ignoranza. E se la nostra maieusi sta nel sapere di non sapere, è inutile vagheggiare una giustizia che sia conforme al simulacro di una qualsiasi provvisoria bellezza. L’ideale non esiste, e la ricerca è una vana o fortunata casualità. L’ermetismo e l’esoterismo in cui frantumiamo noi stessi non sono diversi da un vestito barocco, indossato da una vecchia laida e ripugnante. Le ciondolano i seni e non può allattare. Solo la conoscenza violenta che c’è in un sacrificio ci purifica davvero; ma non abbiamo strumenti e forza per sacrificare all’assoluto; lo facciamo sempre per noi e i nostri squallidi sosia. Possiamo essere semplicemente delle vittime. Non si può mentire a ciò cui si è predestinati. E ogni gesto che compiamo per sottrarci alla pena è una impotenza fra guizzi e contrazioni e ogni pensiero una contraddizione insanabile di canti e controcanti, di risposte senza domanda a domande senza risposta. Nessuna idea ha voglia di venire fuori a vedere la luce dal mondo dei morti; per questo riesco ad essere così personale e falso d’emozioni, perché ridurre ai minimi termini significa ampliare, articolare, ed è alla fine di un atomo che è nascosta la verità. Sono gonfio e pieno e vuoto e vero e contraddico l’interminabile. Ho deciso di negare, di vivere tanto per vivere e trattare tutto con sufficienza e addomesticarlo con una parola sfacciata o col sorriso; perché ciò che vediamo è pelle senza ossa e, nella maggior parte dei casi, mangiare o digiunare, oziare e lavorare è tutto quello che abbiamo da dire sul mondo. Nasi succhiano linfa come radici nell’aria, e se non ci fosse attrito, scontro e impermeabilità non esisterebbe forma. Tutto è resistenza e le cose e le persone sono forze più o meno intense che prima o poi lasciano la presa anche senza essersi mai arrese. L’ho già fatto e non m’importa. Affittiamo case nuove e i ricordi sono ciò che traslochiamo ma che non ci appartiene di diritto. Andrebbero requisiti, espropriati dalle nostre menti affinché ciò che è stato rimanga reale. Ma l’ippocampo si restringe sempre di più e l’amigdala frigge di stimoli come il bramito di un cervo. Ogni altro istante è uno shock. E mentre gli occhi mi trascinano come funi, io stesso ed ogni cosa e questo corpo che è me continuiamo a mulinare come i riccioli sulle terminazioni dei numeri che papà ha lasciato scritti su un foglio, come il sentore forte d’asparago nell’orina e sulle mani e il lavandino lezzo di quando, bambino, mi stropicciavo le nocche col sapone fino a farmi male. Aperti ovunque, dietro qualsivoglia oggetto e superficie, ci sono gli occhi delle persone morte, incredibili come bolle d’acqua, infrazionabili come prismi di cristallo; e mi fanno sentire colpevole, sporco e impunito, ma completamente libero come i colori dell’iride. Non so niente di chi sia mio padre, eppure è stato. Contribuiamo a finirle le persone, anche solo parlando o osservando, portando avanti noi stessi a dispetto di tutto, e il gesto d’amore più grande che ci sia concesso di fare è stringere e lasciare andare una mano. E mi fermo ancora alcuni istanti ad osservarti papà, e mi sembri san Sebastiano al palo, sempre giovane, trafitto tante volte da somigliare ad un riccio, ancora vivo perché anche del dolore, chi ci ha creato, ha acconsentito che si faccia spettacolo. Dio è un clown triste, un censore arido che fa di noi lapidi, reliquie come moniti eterni con cui curarsi ma di cui nessuno in fondo si cura. Dio mi fa pena perché pensa di non soffrire d’imprevidenza. Ma mie si schiudono le emozioni come intrusi, suo è solo un cuore.