Ridere, alla lunga, diventa una malattia: si finisce per farlo sempre di se stessi, anche se non ce ne rendiamo conto e ostentiamo un’allegra sicumera. In seconda fila, incapaci di compiere un gesto qualunque, troppo affaticati perché i premi non sono premi quando non sono mai troppi. Ormai ho polmoni saturi a tal punto da non poter fumare; indosso vestiti ridicoli e al mattino ho sugli occhi il poco trucco delle damigelle d’onore, rorido di lacrime. I ragazzi mi guardano con attenzione; non lo crederesti, ma mi danno fiducia; forse è la voce grave, o il fatto che sembro così giovane, così facilmente raggiungibile: che cos’è che posso insegnarvi davvero non lo so: sono insulse nozioni, al massimo poche stupide emozioni. Una studentessa allunga la mano, strusciandola provocantemente su una coscia; una ragazzina sul treno ti tocca insistentemente con la punta di un piede. Continuo a far finta di nulla, non per me, ma per non mettere in imbarazzo loro; non provo eccitazione, nessun interesse; so già chi sono, chi siamo, e gli esseri umani non mi sorprendono più; si nutrono di uomini senza aver coscienza del fatto che è più facile digerire l’odio dell’amore e che giusto e sbagliato sono solo i residui di ciò che non ci torna nell’esperienza della gioia e del dolore. Vorrei solo spregiare e drogare e schiantarmi a tutta velocità su un’autostrada per provare un’ebbrezza che sia solo mia, per fottere il mio stesso corpo. Non sono più capace di inebriarmi di qualcosa, l’unica esigenza che sento è quella di assentarmi. Lo so bene che ogni angolo spietato si rinserra, che ogni occasione si aspetta di mandarti al confino, che l’astinenza è l’unica pratica che non si esaurisce mai. Non voglio guardare facce; al massimo labbra, lingue, seni e vagine, per esserne sempre avvezzo prima di infilare la giacca e uscire di casa. Sono le uniche misere cose che valgano un sacrificio. In fondo è questo che ci si aspetta da te. La ragazza carina che attende il treno delle sei te lo ricorda tutti i giorni. Ti guarda, si avvicina, si tocca i capelli; ha le unghie curate e tinte di rosso, gli stivali da puttana sopra il ginocchio per soffocare un’ordinaria austerità. È questo che mi piace: coloro che non hanno ritegno cercano sempre un modo per farsi stuprare: nei tagli e negli strappi c’è il sollievo dei punti di non ritorno, delle cose definitive; c’è l’insinuarsi della morte, e la pena è come un pene nei visi altrui. Si volta con scatti languidi da biscia; non sa che non la scoperò; non perché non ne abbia voglia ma perché non ho niente da dire, perché dovrebbe sbottonarmi i pantaloni e prendermelo in bocca davanti ai viaggiatori, perché non ho paura a guardarla dritto negli occhi, ma, allo stesso tempo, non voglio sciupare il silenzio. Tutti si aspettano che tu dica sempre qualcosa, ma le uniche cose che so dire ormai le ripasso la sera sui libri: sono parole verosimili perché le hanno stampate su una pagina, posseggono autorità. Ma i giornali parlano con le nostre bocche, le radio trasmettono dalle ugole, le televisioni oscurano la vista; i calciatori si passano la palla fra i nostri denti, i politici si accomodano comodamente sulla poltrona delle nostre lingue. Ogni giorno si riprogramma il palinsesto, e tutto ha una certa durata. La verità si misura col cronometro: rapporti affidabili, frequentazioni di tutti i giorni, vite passate in comune, studenti sempre presenti anche se si masturbano sotto i banchetti di scuola. L’importante è esserci; l’assenza è la negazione della comunità, e la comunità ti cancella, un marito o una moglie ti opprimono, una famiglia ti succhia dalle ossa quello che sei, la scuola ti rende indolente e privo di idee e senza personalità. Passiamo il tempo a soggiogare le passioni, a disquisire di moralità; sostenuti e impigliati dalla stessa rete, intrappolati, fissati o ritratti dallo scivolare oppure liberati da un eterno giro. Non lo sapremo mai. Scheletri, gambe di tavoli o di sedie sono lame ambivalenti, strutture e sovrastrutture; ma i desideri non fanno mai amicizia, sono dannatamente sconvenienti, e solo se non scendi a compromessi non smetti mai di realizzarli. Un pene in bocca è il vero capolavoro, figlio autentico e trasfigurato della nostra progenie.