Un presepe a marzo in una chiesa e tanto buio e fioche luci da far impallidire i blasfemi e ruzzoloni su un’amaca ed è così nera adesso la notte e le persone non hanno faccia e io non mi diverto affatto a parlare continuamente a questa panchina, a tirarmi giù i pantaloni; e come è incomprensibile sghignazzare e ciò che pensi faccia onore in realtà è un amico con un pugnale che ti porge la mano tenendo la lama per il manico e non riesci a costruire come hanno fatto i vecchi perché il tunisino obeso con la tesa sul cappellino non considera le cuffie nelle orecchie mentre ti offre del crack e certe gonne dietro le vetrine sono troppo abbondanti come certi culi, e non ti piace reggerti su un bastone e ciò che puoi capire senza fraintendimenti è solamente il rumore che copre i significati, come una tavola imbandita, un bicchiere che si spezza, un feto che galleggia in una bolla nella memoria, più grande di un pianeta, e l’unica scelta è nascere muti in un posto dove tutti siano diventati sordi e chi pensa che un addio sia un favore, dopo averti da tempo congedato senza alcuna cura, non si può incolpare perché non ha mai provato amore e la realtà è sempre più avvilente di come la raccontiamo e mentre cammini cercando di ossidare i tatuaggi sui polpacci le lontre non costruiscono case in riva ai fiumi e le anatre non abboccano ai pescatori che pesano le lenze. Le principesse sono viola quando indossano bombolette spray sull’asfalto, verdi gli aquiloni se soffia il vento e ogni percorso diventa scosceso e incomprensibile come le inferriate alle finestre dei castelli diroccati. I ciclamini sopra al cielo sbirciano le nostre teste bianche di coniglio. Metalli appena nati non riconoscono le loro forme e noi tossicodipendenti ci diamo appuntamento tutti i giorni nel pomeriggio in un vicolo stretto dietro ai cassonetti dell’immondizia per bucare le pietre e non vedere i vetri colorati dei rosoni e io riverso passi su passi lungo gli argini raccogliendo scaglie di luce dai fili d’erba e fiori di pesco e fascine d’ulivo in fumo si strappano i vestiti e la pelle delle scarpe s’inumidisce e non ha più odore e consumo le pupille come i risvolti dei pantaloni e piove e piove sui cappucci nelle piazze aperte. Cerco di non fermarmi perché la gente si siede sopra i miei polmoni e s’arrampica con le dita fra le costole come su scale per infilarmi carciofi nella bocca e il sole è sempre grande quando s’appanna la vista e penso che ogni crocifissione di piedi sulla strada deve sembrare un’indecenza mentre i nervi sotto la pelle diventano un suolo che sussulta e due anziani coniugi si riempiono la pancia di yogurt e di gelato alla nocciola. Dicono che non è il corpo ma la testa, ma non riesco a crederci. Cerco solo di dimenticare la paura di morire.