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Ho inviato lettera di rinuncia per l’incarico del prossimo anno. Non parteciperò. Non salirò più le scale antincendio dell’Art Hotel Museo, correndo giù per mano al tuo sguardo impudente a balzi di due gradini. Certo, per motivi diversi: non sono due cose correlate se le consideri nell’ordine delle finalità; ma non fa differenza, è bello mischiare insieme, buttare all’aria quello che passa per la testa o sottomano e scoprire inaspettate corrispondenze. Somigliano a te stesso come il nuovo corpo che ti hanno regalato. L’hai indossato, così, da un giorno all’altro. Ora non puoi più correre. Una passeggiata di domenica pomeriggio fa paura; come il cinema con gli amici, una sera a teatro o l’alta quota di un aereo; come fare sesso. L’acquisto di qualsiasi cosa risulta essere un’impresa che richieda forze sovrumane. Nella condotta delle apparenze invece la prova non sembra delle più difficili: in fondo, in questo frangente, tutti raggiungono quasi sempre la sufficienza. Ma è solo una trasposizione, come la stessa musica in chiave di basso o di violino su un pentagramma. Ogni cosa è uno sforzo di adattamento: proviamo sempre a riallineare situazioni diverse sulle stesse connotazioni con un senso di rivincita e liberazione mai del tutto soddisfatto, nel tentativo di catturare, di dare una forma definitiva al riflesso delle costellazioni sulla punta dorata di una piramide. E quanto è più forte la complicità con certe stanze, certe pareti o strade che abbiamo conosciuto rispetto a quelle invisibili che ci proteggono la sera o ci conducono al mercato, tanto la fascinazione della lontananza ci soggioga, l’espressione conscia ed inconscia della costrizione subita si manifesta nella dissimulazione dell’accumulo e dell’importanza: come tracciare centinaia di ritratti con la matita sulla carta carbone o l’impressione della cucitura del guanciale sul tuo viso, ripetuta ogni notte. E continuo a ricevere luce dagli occhi mentre camminiamo in questo parco invernale, fra la maestà rossa e invincibile dei faggi dalla chioma folta, prendendoci in giro dalla fontana di Giove alla vasca della Lavandaia fino all’imponente colosso degli Appennini del Giambologna. Ci piovono addosso frutti inaccessibili in cupole spinose. Enormi piedi di pietra giacciono su un sprazzo di sole nel prato di violette dove due innamorati si rotolano ancora, lottando avvinghiati alle risate. È quel che è rimasto sulla strada dopo il passaggio di un esercito di soldati avvinazzati che trafiggono con le baionette. Abbiamo salito le scale anguste all’interno del gigante col timore di essere notati, stupiti e invidiosi dell’ingegnosità degli scherzi d’acqua e dei meccanismi arrugginiti dei giochi artificiali. Poi di corsa alla grotta di Cupido dove, mentre non mi guardavi, ho cercato di rubare una freccia dalla faretra del piccolo dio dell’amore carnale, mentre era distratto. Ma la sorte me ne ha riservata una con la punta di piombo e più niente potrà essere generato dal caos. Tu te ne sei andata ed io sono rimasto là condannato a non crescere mai, senza nemmeno un’effigie in ricordo di un sacrificio.

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