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Osservare la vita e raccontarla così: non come se fossi tu a viverla ma come potrebbero descriverti dei luoghi senzienti, dei cartelli stradali, le cupole di una città all’orizzonte. Loro saprebbero vedere l’altro te non indaffarato nelle minuzie di un’esistenza; il tipo dalla barba rada, che non sorride mai quando attraversa i ponti perché palazzi e prati crescono sull’acqua; l’impiccato fra smog ed esplosioni di clacson che osserva al mattino la statua della prima fatica e si ferma a pensare quanto sia soffice sulla tempia di Ercole la criniera del leone che stringe nella morsa, quanto sia malizioso provare pietà per la tua vittima e quanta carità ci sarebbe nel saper piangere la propria assenza di lacrime. Bisogna voltarsi indietro a volte, anche per dare le spalle ad un tramonto. Bisogna sputare sulla cultura perché l’educazione è un palo storto di castagno che condanna a morte la tua vite. Si sente sempre il desiderio di partecipare anche se è sconveniente, perché tirarsi indietro, che tu vinca o tu perda, che sia giusto o sbagliato, è non essere stati. Accade necessariamente come il profilarsi di un volto sulla pietra di uno scalpellino, l’incisione del trapano in un dente, un bluff a poker che non puoi verificare; e l’esperienza che, prima o poi, rende tutto inconciliabile. Ogni azione ha un solo senso di marcia, è un dissidente al confino, un degente in coma, ignaro di avere un destino, un pilota concentrato nel suo abitacolo; e in fondo non è importante quel che corra fra causa ed effetto, fra essere santi o turpi; basta che tutto prenda corpo magnificamente come la caduta perpetua di una cascata d’acqua salata in un lago dolce. E quanto più è fragoroso il frastuono tanto meno sei disposto a percepire; puoi anche dimenticare di respirare, come un fuoco nella canna del camino che ansima i suoi fiati rubati, e ritrovarti fra gente che non conosci, commessi di vita, impeccabili, in zecchino d’oro massiccio, habitué di bagni termali una volta al mese, tutti dritti come proiettili costretti nel tamburo di una pistola. Ogni giovedì tengono colloqui paradossali per tenersi sù; un branco di lupi dall’aspetto di pinguini a prendere un caffè in questo palazzo di provincia dalla forma di un rossetto. Intrecciano stupide disquisizioni, interminabili pettegolezzi, rendiconti pieni di sorrisi, dove si dà e si toglie ciò che non ci appartiene stringendo le labbra come un fegato sanguinante nelle mani di un chirurgo. Preferirei essere una bestia piuttosto che un re prigioniero dell’indifferenza, schiava incerta dell’ipocrisia, una concubina seminuda, le ginocchia a terra, la testa rivolta in alto e i capelli sciolti: basta incrociarne lo sguardo per essere perduti. Ma anche tu lo sai: ogni momento sarà una cosa remota come la tua macchina rimossa alla depositeria comunale o il tuo “ciao” ristretto a cinque dita. Cose utili per non restare irretiti dalla complessità di certi gesti. Rafforza la consapevolezza dell’invalicabile solitudine che ci circonda. Ti invita ad arrenderti, a non chiamare. E sì speri sempre in un finale volgare e sadico, che faccia male agli altri; qualcosa che sia definitivo come addormentarsi ad una riunione di lavoro, come masturbarsi in pubblico. Ma ho visto Dio: ha detto che essere liberi è peccato.

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