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l’altra il contro, il sé il verso: è questa, credo, la differenza di fondo fra poesia e modo di sentire del mondo occidentale e del mondo orientale; da una parte l’identificazione del desiderabile nella conquista attraverso la battaglia e nell’irraggiungibile fuori, nella donna stessa, angelicata, oppure nel disvelarsi di un senso per arrivare al quale è lei il mezzo, talvolta l’aiutante, altre il sabotatore; dall’altra il tornare a una verità già posseduta, che dentro di noi è da sempre, sedimentata, e che si può raggiungere forse con il sacrificio e l’abnegazione, primariamente con le sole proprie forze. E pure un verso è qualunque sia una direzione, la tensione ad una appartenenza; e mi chiedo quale sia la differenza di verità se uno solo è il percorso. È una tensione che ritrovo in questo sabato di ombre nette ma tenui, con il chiarore di una luce sincera che lascia vedere il bianco delle montagne, il crinale dell’Abetone, dove affondiamo con le ciaspole, scansando le orme notturne e perfette delle marmotte e delle lepri. Una precisione da cui ci si sente esclusi, che fa languire di malinconia ma anche suscita una premura di riparazione verso tutto ciò che è sfuggito, che è finito, verso ogni desiderio perduto. Perché al di là delle orme e delle ombre la vita resta e nulla finisce davvero, piuttosto si nutre e si moltiplica nell’irraggiungibile. È mattino in San Casciano in Val di Pesa, la gente porta a spasso il cane, l’abbraccia, senza accorgersi della mia invidia e del dolore; noi tutti in fila, seduti sulle tribune, ad applaudire dentro una bolla di disinteresse per lo sconosciuto, per la sorte altrui che non ci tocca; i negozianti, fuori, sopra agli amanti che non si amano più, – alla fine ogni luogo è una stratificazione di eventi, impressioni che stanno negli occhi – espongono la frutta nelle cassette, sotto le grandi querce della piazza principale (piazza della Repubblica), come si faceva una volta nei paesi di provincia; e mentre qualcuno mi chiede la strada e se sono di qui – e no, non lo sono dico – ogni pensiero emerge e mi sommerge; e appena lascio e poi mi soffermo con la mente sulle forme antropomorfe e sull’esplodere di costellazioni di luce e colore nei dipinti di Ruben Pang (un giovane artista di Singapore di cui solo ieri ho visto per la prima volta le opere), e penso a come è bello quello svanire, quell’apparire di sagome, quel signore continua, dicendo che si chiede a uno sconosciuto la strada, pensando sia di quelle parti, ma no… e che succede sempre così. Ma ho mentito, perché anche se non la conosco la strada, – e poi qual è davvero la tua? – non c’è posto che mi appartenga di più: il vicolo del Lauro, e giù e su verso la torre dell’acqua, e il tavolino del circolo, laccato di bianco, dove mi sorridevi; fino al supermercato dove ti vengo a cercare. Sono di nuovo qui, efficiente solo come può essere chi ha il vuoto dentro, inadeguato ai vestiti, agli specchi, a riconoscermi. Basta la mia presenza perché quei due acquistino ancora vita, anche se non l’ho fatto a posta a rianimarli; nulla è cambiato, dove si possa suscitare un’immagine. Ed è come se questa terrazza che volge lo sguardo sulla campagna toscana sia la scialuppa di un naufrago, e le colline tutt’attorno un’infinità di onde di cui non si veda la fine e capiti, di fortuna, di avvistare di nuovo un’isola. Eccoli la ragazza delle parole e l’uomo dei silenzi: la sola differenza è che adesso si sono scambiati la parte! (o almeno mi piace pensarlo, anche se quando il telefono squilla con un numero sconosciuto, non rispondo né richiamo per la paura di vanificare l’illusione e vivere la delusione che non sia tu). E se non aveva senso allora quel non capirsi, neppure adesso; ma come scorie di qualcos’altro siamo, esistiamo, compiutamente: le nostre mani l’hanno saputo che eravamo insieme! l’avranno sentito anche alcune delle cose che abbiamo toccato? E se anche penseresti che il mio sia un fare ingenuo, un fantasticare d’ipotesi, da sognatore, e seppur sappia bene che il sentire infetta l’altrui sentire solo nell’immaginazione, allo stesso modo, ostinato, rivendico la consapevolezza che le emozioni attutite dell’età adulta siano un modo semplice di suonare che non ho voluto né voglio imparare. È per questo che le mie (emozioni) restano lì confinate ad ogni luogo, al di qua di ogni persona amata cui solo in te stesso e nel ricordo si possa partecipare. Non voglio avere, provare un sentimento, voglio essere un sentimento! Ma come! se si configura sempre come un bisogno, una minzione? Desiderio di scriverne, di riversare fuori, ma perché se la scrittura non è una pioggia ma un’inferriata con le sue ombre? Che cosa si può raggiungere verosimilmente? Ricordi e scrittura sono come due mari di diversa densità che si incontrino, come puoi veder fare al mar baltico e al mare del nord dalla lingua di sabbia a nord della cittadina di Skagen, in Danimarca: le due masse rimangono separate in una sutura che è di labbra chiuse, e pur baciandosi non hanno niente da dirsi. E come il vento e la schiuma delle acque allora il silenzio accade, ma con imperfezione, con lontani stridii d’uccelli, sciabordio di onde, mugolìi di cani, se la forza liquida dei ricordi è più densa, poiché sopraffà il desiderio di scrivere in un mutismo d’insufficienza ad oltrepassare la superficie di un dolore che sta sul margine della ferita; succede, al contrario e ancora, se ti ci costringe la scrittura, con le sue traverse, poiché l’intenzione è di più ma per noi sempre meno della partecipazione, un ex voto che trova il limite oltre la semplicità: in una foto e una dedica sbiadita, nell’ombra delle cancellature del tempo. E allora continuo l’inganno, con la tristezza dell’autenticità e delle millantate rivincite e dei desideri insoddisfatti che ho riservato per la fine quale unico luogo e mezzo di eternarli, scrivendo, sopravvivendo; nell’impossibilità del desiderio e nella paura di precipitare la catastrofe, snudando i seni e il pene all’ambivalenza del deteriorarsi e dell’acme delle emozioni. Osservando e ascoltando tutto perché in fondo, come quella pioggia, ogni riga di scrittura, ogni verso di poesia, dentro di noi cade, facendosi lago, e perché anche il silenzio ha un volto, fatto di cose, profili, spigoli e tratti; scriverne è come toccarlo ad occhi chiusi, tirando e scostando ciuffi di capelli. E ogni luogo ne possiede un altro e tanti, più silenti; ed anche adesso, qui dove sono stato, c’è allo stesso tempo il luogo in cui siamo e quello che non confesso, con lo stratagemma di credere alla confessione delle cose, passandola per una testimonianza: barattoli, coperchi e sacchetti di plastica, vomito, bottiglie e rami rotti per la strada, e grida e suoni di bandoni nella notte che si sveglia sui banchi di pesce del mercato del Capo, su marciapiedi insormontabili per le mie vene, con respiri profondi per riuscire a respirare. E mentre saliamo in taxi dal centro di Palermo mi forzo al sorriso, aprendomi alla socialità, pur costretto nel soffocare di una faccia rossa da avvinazzato, nel pungere fastidioso di un rovo nella giugulare, dimentico del piccolo neo sotto la pianta del piede che non la smette di tornare: e come questa sia una città di contrasti e che ogni regione d’Italia ha le proprie specialità culinarie e il tempo e la politica e i prezzi e le tasse e il governo, e poi i figli – l’autista ne ha tre: uno professore a Torino, trentacinque anni, un altro fa l’animatore a bordo delle navi da crociera MSC; l’ultimo, il più piccolo, diciassette anni, studia ancora all’istituto alberghiero ma vuol girare il mondo – ; e poi il tassista racconta di quando sotto il promontorio su cui sorge il duomo di Monreale non avevano ancora costruito case e la valle era chiamata “conca d’oro” ed era disseminata di bellissime aranceti e limoni e meli e non, come adesso, di fabbricati e case (lui abita qui, con la moglie; ha una casetta e un giardino con l’orto; quando tutti i figli tornano a casa festeggiano facendo delle grigliate). Ha le guance grasse come guantoni da boxe, con la mascella stringe la bocca cercando di adattarla al profilo di una farfalla, due sferette d’acciaio bagnate negli occhi. “Nella vita bisogna stare bene”, dice: “quello che voglio è stare bene”; proprio come mi hai detto tu quel giorno. Le cose ci parlano in tanti modi, bisbigliando da improbabili orifizi. Nella mente ho quella foto in cui ridi afferrando una mela, in qualche giardino di New York, fra foglie esageratamente verdi, dal colore acceso. Come se la vita abbia una dignità per cui si possa acconsentire a stare bene. Io, in fondo, non voglio. Il mio cuore è un pesce in un acquario. Ma quegli aranci e le mele: non ne ho mai viste di così belle come quando ho sognato di raccoglierle insieme a te.

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