Delle lezioni di catechismo di quando ero bambino ricordo solo una ragazza bionda. Era una ragazza con qualche problema, timida, tartagliava; in faccia aveva l’espressione di chi sa che vivere è un peso; i lineamenti prosciugati come scritture antiche, a sgraffio, con il loro taglio deciso, immutabile; la pelle cosparsa di eruzioni cutanee, i geroglifici incomprensibili di una dottrina. Si sforzava. Stava sulla sedia di legno in sacrestia, con la testa bassa, la schiena ingobbita nella sua giacca di panno, appesa con fili invisibili allo schienale come un burattino senza burattinaio, disorientata come un bimbo seduto a terra in uno scantinato, la testa fra le ginocchia dopo qualche schiaffo, in una nube di farina. Teneva il vangelo aperto sulle cosce coperte da una gonna troppo ampia, da vecchia; ma non leggeva mai, nemmeno quando il prete insisteva a torturarla con il suo naso aquilino. E allora non vedevi più parole, ma solo risa e innocenza; e lei che si sforzava. Era brutta e lo è tuttora sotto la coltre di capelli secchi e stinti. Ma non è per questo che non le ho mai rivolto la parola, che ne ho sempre evitato lo sguardo. Se ci penso bene, sono stato attento a non sfiorarla, a non toccarla; ma non perché non fosse carina. Sentivo una sensazione di soggezione quando la incontravo. Stavo sempre sulla sedia più lontana perché avevo paura di farle male rivolgendole la parola. Tartaglia ancora la ragazza bionda senza forme, che adesso se ne va vestita come una drag queen col rossetto eccessivamente rosso sulle labbra, i pantaloni verdi corti sulle caviglie grosse e gli occhi pieni di rimpianto. L’ho incontrata spesso in questi anni, nei posti più impensati, nelle strade poco frequentate. L’ho sognata. Chissà perché. E ogni volta, dovunque fossimo, c’era solo lei: come se i luoghi le stringessero le tempie, come se l’aria fosse troppo pesante per respirare e lei un composto efflorescente. Ogni giorno aspetta un autobus. Mi immagino che pensi di dover aspettare un autobus tutte le mattine appena sveglia. Ogni ambiente ha la sua integrità, come tu hai i tuoi vestiti in camera tua, i tuoi pensieri in testa. E non puoi andare aldilà ma solo stare sulla balaustra del ponte e guardare giù senza fare un cenno di saluto con la mano. Essere vicini e allo stesso tempo lontani. Come Amleto con il teschio di Yorick. La lontananza ci sottrae la parola, ma non la memoria. Ci dà quell’aurea di solitudine, di timore e riverenza che hanno i monumenti, gli obelischi al centro di una piazza, i razzi su una rampa di lancio. Cose che un giorno hai visto, che ti hanno osservato aldilà del velo dei tuoi occhi offuscati dall’entusiasmo. Sono scomparse rapide come una vista da un finestrino in un paese straniero, una persona amata sul letto di morte che esala l’ultimo respiro. Ma che rimangono lì, nella loro ubiquità, esistenze senza corpo, private d’effimero come regali già scartati. Perché un simbolo ha senso solo per ciò che hai perso, per gli oggetti che hai usato, le persone che hai toccato. Ma i contenitori non li possiedi mai; non ci fai mai troppo caso, eppure sono ciò che ricordi meglio. Sono carichi delle tue aspettative. Sono ciò che resta della tua delusione come il fondo opalescente di un bicchiere di whiskey accanto ad una sigaretta dimenticata in un posacenere di cristallo. Per questo ricordo una giacca, dei pantaloni verdi, una parola tronca. È ciò che non è germogliato.