Quando la realtà deraglia, ritrai il corpo come una lumaca nella sua conchiglia. Puoi incrociare le gambe e diventare lo sciamano della tua piccola tribù, impugnare il pastorale, maneggiarlo come fa il pastore con il bastone nodoso che usa per non confondersi con il suo gregge, per ancorarsi alla sua lucidità. Spalanchi gli occhi affinché le nuvole ci guardino dentro, perché i loro cirri possano macchiare l’ordito da orefici della tua tela. Vorresti che fossero le corolle dei fiori dove trovano riposo le farfalle in fuga dai predatori, le increspature soffici sull’acqua provocate dall’oscillazione delle zampe timorose di una zanzara, i piedistalli su cui si erge la replica di plastica trasparente della tua personalità, un calice che raccolga ciò che tieni nascosto sotto l’epidermide. Ma la verità è che non abbiamo più bisogno di circospezione. La carnalità ha rubato il ruolo a questa essenza. È diventata il necroforo di se stessa. L’ha sotterrata solo perché qualcuno potesse deporre le uova su questi cadaveri putrefatti, sul becco duro e le penne disfatte della carcassa di un passerotto morto che una volta volava, sul calore che per poco rimane di un’esistenza; affinché fruttificasse. Ma non c’è mai niente di nuovo. Le generazioni non hanno di meglio da fare che replicare se stesse e i singoli individui sono sempre e solo degli sconfitti in ascolto sotto lastre di marmo senza nome. Affondati nel tumulto rosso di una vasca di porcellana in un orinatoio sporco, disseminato di bachi da sego, o nella concrezione di carne, terra e sale della patella attaccata allo scoglio, si sforzano senza mira come la palla che ruota per capovolgere se stessa. Quando manca un inizio ed una fine, o sono troppo irreali o semplicemente troppo lontani perché tu li possa vedere, quello che resta è solamente ciò che credi di poter correggere: spostare il tiro alla matita della maestra che correggeva i compiti mentre la osservavi con gli occhi languidi e stupiti dal tuo banchetto di scuola, curioso della sua ambiguità; cambiare la traiettoria di volo di questa mosca bianca che stanca il silenzio di queste fragili pareti senza curarsi della tua presenza, senza averti chiesto il permesso; rovesciare la parabola di un viaggio che muore d’inerzia ma non cessa mai solo perché qualche sbadato ti ha dato una spinta. E se riesci ad invertire il cono della visione allora all’improvviso diventa chiaro come tutto sia una lenta, inesorabile caduta e quanto ognuno di noi sia un aborto della suggestione scaturita da questa folle, vitale impersonalità, e come tu sia preda della tua camuffata, apatica ipoergia. Perché ogni gesto svogliato di te inconsapevole contribuisce a consumarti. Ogni pianto o sorriso ti sottrae al desiderio. E ciascun battito del tuo cuore, per quanto rapido o lento, ti ruba la vita.