I sogni non chiedono mai il permesso di entrare. Un giorno ti suonano alla porta travestiti da venditori ambulanti, tappeti orientali sulle spalle; chissà forse volanti. Hanno le pupille languide e l’orgoglio di non guardarti negli occhi. Te ne stai lì sulla soglia; per un attimo osservi appena aldilà delle loro teste e non sei capace di vedere se non un bagliore indefinito, un’oscillazione rallentata dell’eco di un salve che hai avuto intenzione di dire ma che hai dimenticato. I sogni sono carne umana e tu non li puoi riconoscere. Puoi immaginare solo scrigni scintillanti, ermeticamenti chiusi, e restare imbambolato come un avvinazzato confuso affascinato dal lucore pallido di una fila di candele, tante suore minute oranti all’alba quando tutto ancora tace, come un gruppo di carbonari accaldati che discutono fra sacchi unti di polvere da sparo ad una riunione clandestina nelle prime ore del mattino. Ti siedi nel tuo scrittoio angusto, prendi posto nell’angolo nascosto di un’osteria scura, graffiata dalla confusione; t’inginocchi sullo scranno, volti la testa da ogni lato. Vedi esistere, ma non puoi sentire. Hai le sopracciglia folte, i lunghi ricci, le posate in mano piantate in verticale come baionette d’ufficiali al cambio della guardia. Tenti di schiudere le parole, di sciogliere l’impasto sonoro che si è impigliato nella bocca, di lucidare l’oracolo d’oro che proteggi nel petto cospargendolo di malto. Resti fermo immobile, di vedetta ad una portata di mitili neri trascinati per caso in una rete, violati e poi venduti ad un prezzo qualunque in cassette di legno anonime come lettini d’ambulatorio: un vaso di Pandora d’insignificanti nefandezze decorato con fregi multicolore, addobbato da nastri dalle mille fogge, figlio della dimenticanza. Indeciso ci poggi l’orecchio. Sei impaurito e curioso; vorresti tuffarci la mano, estrarne a caso qualcosa che sia soffice al tatto, un ricordo con gli angoli smussati, una fotografia dai margini taglienti che t’incida l’anima, un ciuffo di capelli neri che una volta ti ha sfiorato la guancia. Tutte cose che non puoi possedere davvero perché già le hai avute e non hanno saputo appartenerti perché non le meritavi. Vorresti rompere qualcosa, annullarlo con la stretta di una mano, affogarlo nell’esplosione di una lacrima fra il battito delle ciglia. Perché non si può essere se non assediati, sbalzati a testa giù come bimbi dalla testa troppo grossa e pesante, ingannati nel gioco dalle gambe della sedia; pestati dalle scarpe vecchie degli avventori che guardano solo ad una certa altezza per cercare di riconoscersi. Ma tu non pensare; riposa. Cerca di non far rumore, raccogli i minuzzoli sparsi sul pavimento; mangia gli avanzi. Forse dei cani noteranno la tua presenza, magari ti sbraneranno perché qualche anima buona, a notte fonda, ti avrà coperto con una pelle di daino. Indiani dalle lunghe penne danzeranno intorno al tuo scalpo. Gli avvoltoi in cerchio ti daranno l’ultimo saluto. E allora davvero sarai quel che sei. Carne, solo carne.