Bastano due chiodi colpiti con forza sulla capocchia con una pietra, piantati al centro del palmo delle mani, uno strappo sull’encefalografia della nostra pelle. Basta essere crocifissi con il mento puntato al cielo su su una scalinata qualunque, sporca di mozziconi di sigaretta, di vedove invecchiate a forza di elemosinare, di facce scure e passi stretti di chi tira a campare facendo da sentinella al brusio di veicoli imbavagliati che sbattono gli occhi correndo esausti e impavidi verso l’ora di cena. Basta questo per poter abbassare la guardia, per chinare il capo, rilassare i muscoli, far cedere la membrana che incolla una perle in un’ostrica, per sfilare le mani di due sedili a braccetto in un treno, dentro armature che costringono lo sguardo sempre in avanti o sempre indietro, senza poter vedere di lato, fuggire di sguincio. Ora puoi osservarti i piedi. Hai lasciato che le ghette si allentassero, che le scarpe scivolassero giù dondolandosi con nostalgia e paura, per pochi attimi, sulla caviglia. Hanno pensato di essere un pendolo, un ragno ripescato dal suo essere ragno. Hai finalmente visto tante piccole erezioni spuntate consapevolmente dall’osso, senza chiedere il permesso, ingannandoti per anni fra risate e tovagliette da picnic, spremute e veglie di moribondi in un ospedale, carezze e pennichelle sulle poltrone. Le hai tenute al chiuso, in prigione, nel loro rivestimento d’uomo. Non le hanno denudate i sassolini a punta su cui ci siamo sdraiati, battezzandoci la schiena; non le hanno trafitte le aste del biliardino o le leve del flipper che abbiamo immaginato come prolungamenti delle nostre dita nella nostra camera senza pareti, per centrare il bersaglio; non le ha scosse il monitor che cambia i minuti, come una modella i visoni appesi alle grucce, il censore della stazione, il Caronte che ci traghetta aldilà di un treno perso. Sono bastate due parole affilate come chiodi a farmi capire chi sono, per realizzare quello che siamo: sconosciuti urtati per caso in una strada affollata, diretti in posti che non abbiamo mai visto, che non vedremo mai; anime semplici che consumeranno lo stesso pasto in casette situate nello stesso posto su strade parallele, animate dalla stessa luce; che starnutiranno all’unisono per soffiarsi il naso nel candore di ciò che è stato come carte strette assieme che si accarezzano e si scaldano in un mazzo da ramino fino alla prossima mischia del destino. Alibi piacevoli e spensierati e confessioni non rese di ciò che non saremo mai.