Spalanca la tua bocca ed io la riempirò. Metto la benzina nel serbatoio, la sento gorgogliare e fumare come se stessi sacrificando il mio cuore su un altare. L’ho tagliato con il rasoio, l’ho sezionato; poi ci ho infilato i polpastrelli provando a dargli di nuovo un corpo. Ho le dita di un vasaio di forme etrusche. Appoggio San Gimignano su un piccolo tornio e lo faccio ruotare. Cerco di dissotterrare visi che hanno vissuto, insonni, silenziosi. Hanno sognato come noi, hanno mangiato intorno a un tavolo nel riverbero di una caverna; hanno sorriso, corso, defecato in una radura pizzicandosi il sedere, lanciato monetine dietro la testa dentro pozzi nel cui fondo hanno scoperto la loro presenza a se stessi, intrappolata da una grata di ferro battuto, aggrovigliata ad un’ombra a forma di sole. L’hanno nutrita come si nutre un canarino con un osso di seppia: ogni giorno ci sbatte solo la sua pena. Dormono in pace ora in una vetrina di cristallo senza potersi toccare la mano; hanno le nocche screpolate di una lavandaia assorta nella teca del suo fuoco fatuo, nell’incanto semplice di vivere per un altro giorno. Affondano la memoria in un tessuto poroso che sorride alle loro facce rugose specchiandosi in una corrente di luce, bianca lava di fiume. Stasera prepareranno la cena, accenderanno il fuoco nel camino, toglieranno un cerotto dal polpaccio di un bimbo stando attenti a non fargli troppo male, verseranno da bere e berranno sicuri nella trincea di un balcone imbellettato di gerani. La loro finestra resterà accesa per noi. Ci scorgeremo un riflesso, un buco, un lago in cui sfuggire, la cruna di un ago dove nonna appende i suoi ricordi come su una corona d’agli in cantina; l’occhio di una lampada che ci illumini e ci protegga su un palco, un nastro di partenza su una griglia dove sarà forgiata una tragedia. Ti coloro l’orecchio scavando i cunicoli con la convessità dell’unghia; cerco di farti perdere l’equilibrio, di soffiare via la piuma di un dente di leone, la nostra inconsapevole bugia cresciuta in un prato. Provo a darti una dimensione, a far quadrare i lati in un cerchio. Corriamo giù da una discesa con le mani erranti; tu saltelli come una scolaretta al primo giorno di scuola nel suo grembiulino rosa, due pennellate di trecce nere. Le nuvole stasera sono cupe e calme come bisonti, immobili nella prateria; imbalsamati laggiù, sotto i nostri piedi, nell’illusione di non morire mai. Se fossimo vivi, se solo fossimo vivi, ci lasceremmo trasportare; ci lasceremmo cullare addormentati da quei lunghi scivoli-torri come neonati abbandonati dentro ceste di vimini in un canale di scolo, sotto coperte di cotone, troppo soli per essere privati del calore delle mammelle di mamma; liane a testa in giù in un mondo dove i contorni dei nostri occhi sarebbero due denti aguzzi di cinghiale piantati nelle fauci della nostra arrendevolezza d’avorio. Riposeremmo allora in un cimitero d’indiani, le nostre anime abbracciate come totem sui piedistalli delle nostre bare. Fumeremmo l’eternità attraverso uno sigaretta senza filtro, aspirando da entrambi i lati le lacrime solidificate di ricordi inconfessabili e perfetti inceneriti fra polvere di mascara e nero di rimmel. E avremmo trovato il nostro piccolo Eldorado, il capriccioso elisir tanto cercato, la coda imbambolata di una cometa incisa sulle nostre pupille nude. Sogneremmo l’immortalità quel giorno. Ma riusciremmo a dimenticare, a omettere che questa parola è solo una contraddizione? Forse non si può essere vivi se non si può morire. Forse un improbabile stato e mortale è davvero ciò che amiamo.