36

Mattino. Ciglia che germogliano ed un frutto rosso sul collo: un grappolo di lamponi in un mantello di vino, una dentiera lucida e fragile in cerca delle sue pupille miopi su una marmorea lastra di ghiaccio, nello studio di un dentista; una zampa rimasta in una tagliola, che freme di vita, folgorante della concretezza di scoprirsi incastrata nelle pause di un brusio di fili d’erba emersi dagli interstizi di un sottobosco affollato. Non so come sia successo; osservo le mie mani svogliate e stanche e mi ripeto che quando si muore, si muore davvero. La morte è solo una delle tante attività semiautomatiche; ne hai consapevolezza e ti fai coraggio solo quando la eserciti. Un libro stellato di brevi tratti di pennello ha cancellato le nostre esistenze stanotte. Mamma impaurita ha sbirciato dalla fessura della camera da letto; ha pensato che fossi io Veronika, che avessi ricominciato a fumare, che mi fossi addormentato troppo tardi per la furia di un’ultima pera. “Sì mamma, è l’ultima pera” ho bisbigliato. Ho afferrato enormi cesoie, gambe lunghe e snelle di una pubblicità su “Vanity Fair”. Ho reciso il pene senza che facesse male, acqua rovesciata da un bicchiere in frantumi su un pavimento che è il cappello di vite altrui, l’orecchio in ascolto dei suoni morbidi e attutiti delle cose non dette. “Shhhh…”, faccio silenzio. Penso agli angeli; alle loro ali di latte di mandorla, al mistero orribile e bello della riproduzione; all’evoluzione. “Giudicheremo anche gli angeli” recita la Bibbia; saremo liberi e pieni di gloria, diventeremo santi a forza di calpestare, di saltare la corda, stropicciando, mordendo corpi che rotolano come zerbini, languono come tappeti, riposano come bende. Il giorno e la notte soffieranno sopra le nostre pelli rutilanti; membra dinoccolate sguazzeranno nella melma, teste di maialini alla gogna, bendate per la ghigliottina, vestite da vacche di legno per farsi montare dalla savana. Non posso guardare a trecentosessanta gradi. Non ho una schiena, nè un bel collo; non conosco la solitudine della mia nuca. È ora di deporre il fucile; aspetto il balzo della bestia; sussurro un mantra, un tantra, un amen e così sia; un addio per tutti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *