55

La signora liberazione si è ammalata di poliandria. È solo una puttana che ti fa visita di domenica senza pensarci. Lo fa per abitudine, in barba ai preti. Famiglie rimangono mute al tavolo bisbigliando le loro pratiche euologie mentre i bimbi incatenati invidiano i sorrisi dalle finestre dei loro denti. Usano le cose, non le posseggono. Siamo in attesa del nostro numero nell’ambulatorio del dottore; addormentati intorno ad un falò in un campo di grano, le palpebre annoiate delle serate di ferragosto. Non è vero che abbiamo vissuto. Siamo solo schiavi di simpatiche paramnesie. Poche ore fa abbiamo steso i nostri corpi sulle casse; in un attimo di lucidità vi abbiamo trovato riposo dopo esserci persi al mercato. La commessa ci ha aperto il petto. Ha usato le nostre carte di credito come fossero un bisturi seguendo scrupolosamente il rituale del rito collettivo. Guardiamo tutto dall’alto ora, ma non arriva mai il momento di sapere quanto è profondo il cielo. Intanto il priore trascina la sua lenta litania come un marinaio recupera la rete. Circuisce le vecchie improfumate, sfuggite ai carillon di tanti anni fa, un ricordo dei loro mariti morti. È diventato l’ombra del leggio di pietra dove ha appoggiato il suo santo graal, il libro della metempsicosi. Ma fra poche ore il sole tramonterà. Tu morirai, ti dileguerai. Non rinasceremo. Siamo dei ricci di mare infilzati come candelabri e portati in trionfo, il cellophane strappato da mani calde avvolto sulle nostre facce, a proteggere il nostro flebile respiro. Il bricco sbocca. La caffettiera sbuffa. Passa un treno senza rumore fra le dita affondate sulla nuca, fra i miei capelli secchi e sporchi. Ci sei tu dentro; riesco a vedere la silhouette evanescente del tuo viso. Mi fa ridere di dolcezza pensare che ho imbrattato la maglia di liquido seminale e tu non lo sai. È una piccola macchia. Fa venire fame. Due tegami di metallo cozzano al centro del tavolo. Sono due profonde fosse comuni; chiudo gli occhi per non guardarci dentro. Agnello nero e coniglio rosso. Piccoli peli grigi escono dal naso di papà. È diventato vecchio. La pancia ha ceduto. Ha gli occhi stanchi e non capisce suo figlio. Morirà senza averlo capito mentre mamma urlerà col sorriso una delle sue solite sciocchezze. Le posate sbattono come le spade in una battaglia campale. Gi autocarri svuotano i loro carichi di polvere. I becchini trafugano le ossa, i tombaroli oggetti cari a fratellastri acquisiti. Il bricco sbocca, la caffettiera sbuffa. Premo la fronte sulle tue ginocchia; sono pronto a rotolare con leggerezza come una carta straccia lungo le pietre del marciapiede. Non sono riuscito ad imparare come toccarti, non hai voluto insegnarmi: hai nascosto bene la tua mappa del tesoro, il tuo codice segreto. Confuso sento il desiderio di vomitarti nella vagina, di lavarmi la faccia sfregandola su questi cocktail rovesciati. Non farebbe differenza. Sarebbe un atto d’amore come qualunque altro; un modo per nascondere quello che siamo; una delle tante feste; un’ anima che ha perso la strada, intontita da un grido. Ma la sbornia passa. I cancelli percorrono le loro guide. Certi pesci si riproducono annualmente il settimo giorno dopo il plenilunio di novembre ma noi sedicenti uomini perderemo un’altra occasione perché non c’è mai un punto d’arrivo e dimentichiamo facilmente da dove siamo partiti. Leggeremo un altro libro che non ha risposte. Lo faremo solo perché è bello.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *