Prendo compasso e matita, li faccio volteggiare in aria come pianeti, secondo orbite precise; oggi voglio misurare il presente, lo stesso che buca la finestra e bagna di luce la pagina. Ma non ho seme da piantare, niente da offrire se non istantanee di vuoti di memoria, vivide cicatrici senza suono del mio corpo nudo. Uno scudiscio afferra la mia mano, un capestro i fianchi. Un’acuta sensazione di labilità, una lucida percezione di spossatezza s’incarna dentro come linfa trascinata a forza per il collo nei tenebrosi condotti di una pianta. Una ricerca senza frutto è solo figlia di una ricerca senza mire. Per questo i grossi batraci sul fondo dell’inguine umido della collina si stringono fra loro pigramente, indifferenti alle generazioni che verranno: partecipano al sonno solitario e caldo che mi è concesso. Non hanno voglia nemmeno di accennare la soluzione, ammiccarla con una leggera scossa della testa. Sono appagati di restare sepolti, timorosi che il mattino non abbia troppa fretta di accompagnarli fuori dall’oscurità. Dormo: vorrei poterli scegliere gli alberi, vorrei poter scegliere la luna senza che chi sta sotto la città sia liberato dalla sua tela. Vorrei assistere una volta alle gare stupide delle ore dalla tribuna, fuori dal gioco, in modo da non consumare il tempo. Ma il toro è stanco nell’arena, vede già il suo deserto; s’abbuia la luce, fiotti di sangue gli colano sulla criniera, lunghi rivoli di sangue zampillanti dai fori provocati dalle medaglie, dalle spille, dalle bandierine appuntate sul petto durante la vita, matador che ti hanno assegnato alla nascita come controllori sull’autobus o insegnanti a scuola. Confondo la muleta con il mio stesso scalpo; mi tuffo di testa, cerco di vedere il lato concavo dei miei occhi; è questa la morte? o è solo un’altra inutile ricerca? Volteggiare spensierati e dimentichi contro i capricci del tempo; danzare, far ballare sobri un corpo ubriaco è solo un inutile slancio vitale gridato contro le universali e spietate occorrenze dell’essere.