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Nonna non aveva mai imparato a scrivere. Dipingeva apostrofando la sua ‘x’ senza vergogna come ci si corica la sera sotto le lenzuola, nudi come vermi. La firma era una trapianto d’organo, la resurrezione di Lazzaro, la presa di coscienza di una potenzialità. Ne andava fiera. Per lei era un vanto come una fuga d’incontinenza scoperta al mattino, a ricordare che siamo acqua. I suoi tratti obliqui erano cancelli, recinti. Zittiva quelle carte boriose che non sapevano parlare, le imbavagliava. Nonna era un racconto muto di fazzoletti bianchi, una processione sommessa di zucchero filato nelle prime ore del pomeriggio della domenica delle palme, una veglia che nessun altro avrebbe saputo raccontare. Il guanciale dell’ospedale, caldo, sudato, privato del tuo corpo, è rimasto come una sindone sospesa fra i miei pensieri. C’è impigliato il tuo sorriso dolce tradito da trappole di carne, umide, senza deglutizione, come un soldato bocconi, infangato in una trincea, gli occhi spalancati, attenti, sicuri di non riconoscere la morte. Ti ho baciata in fronte prima di fuggire, prima che il corpo esplodesse in una fontana di fuochi d’artificio, le parche di plastica del tuo travaglio. Hanno alzato gli occhi, dopo aver reciso il filo, la faccia coperta dai coriandoli del tuo sangue. Ti ho dato la bocca; tu mi hai prestato le mani. Non so più scrivere ora; ho tolto le lenti, non vedo bene, ho le dita tozze e rugose, rallentate dall’artrite. Bisbiglio il tuo kyrie, rumino come un copista medievale trascrivendo la legge del signore, il DNA sporco della sua coscienza. Ho abbandonato un piccolo gattino scalciandolo giù da un auto in corsa, sull’autostrada. L’ho tagliato con due fendenti confondendo la tua penna con un pugnale. Non gli ho permesso nemmeno un morso innocente sulle nocche della mano. Ho chiuso l’album dei ricordi, preparato le buste, riempito i biglietti d’auguri. Li ho appesi alle porte dei negozi, nella bacheca delle biblioteche, soprattutto in comune. Ho festeggiato; ho parlato ad alta voce. E ho pensato a te nonna. Ho pensato che sei morta in pochi istanti dopo che ti avevo baciato sulla fronte, mentre giravo la chiave nel foro dell’accensione. Ho pensato che non è Natale e che non c’è mai niente da festeggiare; e che l’unico svago, l’unica gioia, è svegliarsi e non aver niente da fare, penzolarsi da un balcone e far finta di pescare, guardare un lampadario e cercare di dimenticare. Stare in silenzio. Fumare.

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Bastano due chiodi colpiti con forza sulla capocchia con una pietra, piantati al centro del palmo delle mani, uno strappo sull’encefalografia della nostra pelle. Basta essere crocifissi con il mento puntato al cielo su su una scalinata qualunque, sporca di mozziconi di sigaretta, di vedove invecchiate a forza di elemosinare, di facce scure e passi stretti di chi tira a campare facendo da sentinella al brusio di veicoli imbavagliati che sbattono gli occhi correndo esausti e impavidi verso l’ora di cena. Basta questo per poter abbassare la guardia, per chinare il capo, rilassare i muscoli, far cedere la membrana che incolla una perle in un’ostrica, per sfilare le mani di due sedili a braccetto in un treno, dentro armature che costringono lo sguardo sempre in avanti o sempre indietro, senza poter vedere di lato, fuggire di sguincio. Ora puoi osservarti i piedi. Hai lasciato che le ghette si allentassero, che le scarpe scivolassero giù dondolandosi con nostalgia e paura, per pochi attimi, sulla caviglia. Hanno pensato di essere un pendolo, un ragno ripescato dal suo essere ragno. Hai finalmente visto tante piccole erezioni spuntate consapevolmente dall’osso, senza chiedere il permesso, ingannandoti per anni fra risate e tovagliette da picnic, spremute e veglie di moribondi in un ospedale, carezze e pennichelle sulle poltrone. Le hai tenute al chiuso, in prigione, nel loro rivestimento d’uomo. Non le hanno denudate i sassolini a punta su cui ci siamo sdraiati, battezzandoci la schiena; non le hanno trafitte le aste del biliardino o le leve del flipper che abbiamo immaginato come prolungamenti delle nostre dita nella nostra camera senza pareti, per centrare il bersaglio; non le ha scosse il monitor che cambia i minuti, come una modella i visoni appesi alle grucce, il censore della stazione, il Caronte che ci traghetta aldilà di un treno perso. Sono bastate due parole affilate come chiodi a farmi capire chi sono, per realizzare quello che siamo: sconosciuti urtati per caso in una strada affollata, diretti in posti che non abbiamo mai visto, che non vedremo mai; anime semplici che consumeranno lo stesso pasto in casette situate nello stesso posto su strade parallele, animate dalla stessa luce; che starnutiranno all’unisono per soffiarsi il naso nel candore di ciò che è stato come carte strette assieme che si accarezzano e si scaldano in un mazzo da ramino fino alla prossima mischia del destino. Alibi piacevoli e spensierati e confessioni non rese di ciò che non saremo mai.

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Spalanca la tua bocca ed io la riempirò. Metto la benzina nel serbatoio, la sento gorgogliare e fumare come se stessi sacrificando il mio cuore su un altare. L’ho tagliato con il rasoio, l’ho sezionato; poi ci ho infilato i polpastrelli provando a dargli di nuovo un corpo. Ho le dita di un vasaio di forme etrusche. Appoggio San Gimignano su un piccolo tornio e lo faccio ruotare. Cerco di dissotterrare visi che hanno vissuto, insonni, silenziosi. Hanno sognato come noi, hanno mangiato intorno a un tavolo nel riverbero di una caverna; hanno sorriso, corso, defecato in una radura pizzicandosi il sedere, lanciato monetine dietro la testa dentro pozzi nel cui fondo hanno scoperto la loro presenza a se stessi, intrappolata da una grata di ferro battuto, aggrovigliata ad un’ombra a forma di sole. L’hanno nutrita come si nutre un canarino con un osso di seppia: ogni giorno ci sbatte solo la sua pena. Dormono in pace ora in una vetrina di cristallo senza potersi toccare la mano; hanno le nocche screpolate di una lavandaia assorta nella teca del suo fuoco fatuo, nell’incanto semplice di vivere per un altro giorno. Affondano la memoria in un tessuto poroso che sorride alle loro facce rugose specchiandosi in una corrente di luce, bianca lava di fiume. Stasera prepareranno la cena, accenderanno il fuoco nel camino, toglieranno un cerotto dal polpaccio di un bimbo stando attenti a non fargli troppo male, verseranno da bere e berranno sicuri nella trincea di un balcone imbellettato di gerani. La loro finestra resterà accesa per noi. Ci scorgeremo un riflesso, un buco, un lago in cui sfuggire, la cruna di un ago dove nonna appende i suoi ricordi come su una corona d’agli in cantina; l’occhio di una lampada che ci illumini e ci protegga su un palco, un nastro di partenza su una griglia dove sarà forgiata una tragedia. Ti coloro l’orecchio scavando i cunicoli con la convessità dell’unghia; cerco di farti perdere l’equilibrio, di soffiare via la piuma di un dente di leone, la nostra inconsapevole bugia cresciuta in un prato. Provo a darti una dimensione, a far quadrare i lati in un cerchio. Corriamo giù da una discesa con le mani erranti; tu saltelli come una scolaretta al primo giorno di scuola nel suo grembiulino rosa, due pennellate di trecce nere. Le nuvole stasera sono cupe e calme come bisonti, immobili nella prateria; imbalsamati laggiù, sotto i nostri piedi, nell’illusione di non morire mai. Se fossimo vivi, se solo fossimo vivi, ci lasceremmo trasportare; ci lasceremmo cullare addormentati da quei lunghi scivoli-torri come neonati abbandonati dentro ceste di vimini in un canale di scolo, sotto coperte di cotone, troppo soli per essere privati del calore delle mammelle di mamma; liane a testa in giù in un mondo dove i contorni dei nostri occhi sarebbero due denti aguzzi di cinghiale piantati nelle fauci della nostra arrendevolezza d’avorio. Riposeremmo allora in un cimitero d’indiani, le nostre anime abbracciate come totem sui piedistalli delle nostre bare. Fumeremmo l’eternità attraverso uno sigaretta senza filtro, aspirando da entrambi i lati le lacrime solidificate di ricordi inconfessabili e perfetti inceneriti fra polvere di mascara e nero di rimmel. E avremmo trovato il nostro piccolo Eldorado, il capriccioso elisir tanto cercato, la coda imbambolata di una cometa incisa sulle nostre pupille nude. Sogneremmo l’immortalità quel giorno. Ma riusciremmo a dimenticare, a omettere che questa parola è solo una contraddizione? Forse non si può essere vivi se non si può morire. Forse un improbabile stato e mortale è davvero ciò che amiamo.

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Mattino. Ciglia che germogliano ed un frutto rosso sul collo: un grappolo di lamponi in un mantello di vino, una dentiera lucida e fragile in cerca delle sue pupille miopi su una marmorea lastra di ghiaccio, nello studio di un dentista; una zampa rimasta in una tagliola, che freme di vita, folgorante della concretezza di scoprirsi incastrata nelle pause di un brusio di fili d’erba emersi dagli interstizi di un sottobosco affollato. Non so come sia successo; osservo le mie mani svogliate e stanche e mi ripeto che quando si muore, si muore davvero. La morte è solo una delle tante attività semiautomatiche; ne hai consapevolezza e ti fai coraggio solo quando la eserciti. Un libro stellato di brevi tratti di pennello ha cancellato le nostre esistenze stanotte. Mamma impaurita ha sbirciato dalla fessura della camera da letto; ha pensato che fossi io Veronika, che avessi ricominciato a fumare, che mi fossi addormentato troppo tardi per la furia di un’ultima pera. “Sì mamma, è l’ultima pera” ho bisbigliato. Ho afferrato enormi cesoie, gambe lunghe e snelle di una pubblicità su “Vanity Fair”. Ho reciso il pene senza che facesse male, acqua rovesciata da un bicchiere in frantumi su un pavimento che è il cappello di vite altrui, l’orecchio in ascolto dei suoni morbidi e attutiti delle cose non dette. “Shhhh…”, faccio silenzio. Penso agli angeli; alle loro ali di latte di mandorla, al mistero orribile e bello della riproduzione; all’evoluzione. “Giudicheremo anche gli angeli” recita la Bibbia; saremo liberi e pieni di gloria, diventeremo santi a forza di calpestare, di saltare la corda, stropicciando, mordendo corpi che rotolano come zerbini, languono come tappeti, riposano come bende. Il giorno e la notte soffieranno sopra le nostre pelli rutilanti; membra dinoccolate sguazzeranno nella melma, teste di maialini alla gogna, bendate per la ghigliottina, vestite da vacche di legno per farsi montare dalla savana. Non posso guardare a trecentosessanta gradi. Non ho una schiena, nè un bel collo; non conosco la solitudine della mia nuca. È ora di deporre il fucile; aspetto il balzo della bestia; sussurro un mantra, un tantra, un amen e così sia; un addio per tutti.

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A mani nude, sotto una cascata. Hai sentito il lucore rifranto del vetro del mare? Hai visto il lucciolare delle onde? Una voce tace nel petto; non ti potrà raggiungere. Ricordo un’altra vita e penso che forse tu conosci il fine d’altri mondi, o del tutto. Il cuore scalpita e trema. Il potere dell’amore piove da sopra e ci lava l’anima. Schegge di mare ti si scolpiscono negli occhi. Non guardo; vedo noi due attraverso i palmi delle tue mani come in una foto ricordo di una squadra di calcio, tanti bambini su un prato, in una giornata piovosa di sale. Sono rimasti lì, troppo vivi per essere morti. Lo so che l’arbitro non darà il segnale d’inizio; lo fischietterò nel bacio che non ti ho dato in una mattina d’autunno, quando non saprai più chi sono, su un marciapiede senza direzione. Ho preparato il nido a una candela come al nostro piccolo pet domestico, l’ho accarezzato per tenerlo sveglio. È morto. L’onda ha rovesciato la tavola come uno schiaffo su una scacchiera. Non ho avuto più occhi, non ho avuto più bocca. Una coperta si è animata; si è trasformata nell’altra te che riuscivo a stringere; per un attimo l’ho sentita sul viso come uno di quei fazzoletti bianchi come gigli che si adagiano per pietà sui volti dei cadaveri che riposano sui lettini di un obitorio. Se chiudo gli occhi, quanto è profondo il cielo! Le stelle si ottenebrano fra le tue trecce nere. Scendo le scale, raccolgo i pennelli; vorrei imporporarti le guance di coralli, indorarti le narici. Confondermi con gli scogli, diventare azzurrite! Potrei dipingere sulla tela un’altra scogliera, un altro me, un’altra te. Ma ecco riecheggiare l’eco del mare. Sai un giorno avremo anche noi duri occhi socchiusi. Ti ricorderai allora ciò che ti ho raccontato? E cosa esattamente ti ho raccontato? Del mare? Del male? Una volta avresti potuto incontrarmi come un bambino sulla spiaggia, a bamboleggiare; un bimbo dolce, da amare, difficile, fragile. Ma non si rimane mai innocenti: si corre, si grida, si sente, mentre tutto il resto è fermo. La sorte ti scioglie dell’ingenuità della vita. Aspetto in eterno la tua mano premuta su quella stoffa informe a ridisegnare un viso che davvero ti possa vedere. Spero solo di riemergere, sfiorarti le dita.

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