Oggi ho corso; erano otto mesi che non correvo così. Sì è vero, subito dopo ho avuto una mezz’ora di difficoltà respiratorie e giramenti di testa, ma almeno non ho cominciato a tremare come al solito ed il cuore, anche se con estrema lentezza, ha smesso di battere forte. Mi fa tenerezza e pena il fatto che, in un certo senso, ne sono deluso. Però quanto é bello giocare a palla con i ragazzini e sporcare i pantaloni della rena di un campetto di periferia e bagnare di sudore la maglietta fino a farla diventare come un panno umido sulla fronte febbricitante di un malato. E come sento che è proprio lì che voglio essere quando mi sposto da un posto all’altro e non ne conosco i nomi. Muoversi è come essere sopraffatti, e non hai più bisogno di audacia, non ti serve la riflessione che ti gratifica in una identificazione. Una corsa è la metafora della tua missione e della tua condanna, perché non si tratta di fare, ma di lasciare. E ogni volta continua a sembrarmi impossibile partire. Ho sempre provato un’amore subitaneo e maniacale per le cose e le persone che la casualità dell’esistenza mi ha portato ad incontrare; poi, purtroppo, è arrivato anche tutto il resto, ciò che in fondo non c’entra niente: le cene con gli amici, il cinema, la macchina, le gite in barca, le chiamate sui cellulari, i punti di vista sempre condivisibili e mai condivisi, gl’inganni inammissibili a se stessi, le cattiverie nei confronti di chi diciamo di amare, i tradimenti soprattutto, quelli che alla fine ti chiedi di che cosa e non lo sai. In verità ogni giorno cerchiamo di convincere gli altri di qualcosa a cui non crediamo perché non riusciamo ad accettare di parlare come pesci. Ma se ci penso bene, questa è l’unica sensazione che dentro di me non è mai cambiata: la percezione forte di una spinta e il bisogno di essere isolato da tutto e la certezza dell’impossibilità che qualcuno lo possa capire. Ed ora che sono solo, ogni sera, quando rientro a casa, dopo aver bighellonato per le strade, ripeto con desiderio gli stessi gesti: mi sistemo su una sedia, accendo la tv con i jeans ormai sotto le natiche per quanto sono dimagrito, scolo in silenzio qualche bicchiere di vino, agito la mano sull’uccello e la testa si reclina piano e scivola giù nella trachea, persa nelle visioni delle cose che so che non farò mai perché mi sono liberato dal giogo dell’ostinazione delle affermazioni. E quanta passione viene in superficie quando acquisti noncuranza verso te stesso e non ha più importanza se sei sul punto di restituire la vita o di togliere la vita. Non ho più scatole da riempire o da svuotare. Erano schiave semplici di se stesse, del loro spazio positivo o negativo. Certo il sangue amaro nelle vene non è cambiato, non si è addolcito, anche se ho districato i condotti come fili elettrici, anche se niente va in corto circuito e le dimensioni rimangono intercambiabili e apersonali. Ma non si sceglie né si supera mai una tortura, solo chi ti fa prigioniero si scorda presto di te; tu non ce la farai. Adesso vedo con chiarezza che punti interrogativi e perché escono come bruchi dalla vagina e ho smesso di parlare perché servirebbero unghie e parole di bronzo a noi plantigradi per scalare la muraglia. Il nostro destino non è fiorire in petali vellutati, in ghirlande di frasi; ci è concesso solo di generare, intrappolati di notte in camere da letto ad adempiere all’attribuzione che ci rende uomini, scampati per qualche ora agli ablativi ed agli allativi dell’esistenza. Facciamo sesso, mangiamo e beviamo come topi in gabbia fino a gonfiare d’una illusoria ipertrofia d’immanenza. Ma restiamo raggelati da un’atrofia di morte. L’eccesso ci assorbe e le pupille, scatenate, sprofondate nel grasso, faticano a mettere a fuoco le cose. Il corpo è il piacere di cedere che non riusciamo a condividere e ne cerchiamo vendetta nella lebbra della satiriasi in cui sconfiggere è la vittoria degli sconfitti e la propria mistica decadenza. Pugnalatemi pure dopo mezzanotte, quando rientro a casa; usate il pene, non m’importa; così magari proverò un’altra stupida emozione e mi sveglierò e vi restituirò con piacere il favore. In fondo l’eccitazione della morte uccide chi ha già ucciso e, anche se non c’è stata sentenza o misfatto, dalla nascita, siamo tutti solo degli ipocriti e degli assassini.
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Non parliamo mai delle cose cui teniamo di più e finiamo per non saperne più niente; così restano immortali e le possiamo deformare al punto che esistono dovunque. E chissà poi perché ci attacchiamo tanto visceralmente a coloro che ci provocano dolore; forse è dovuto al fatto che loro hanno il coraggio di farci ciò che vorremmo per noi stessi ma che non riusciamo a fare. Ho imparato a perdonare, lo giuro; ma non mi ha fatto sentire meglio, non mi ha sollevato l’animo, perché per questo non è necessario il perdono né un’assoluzione, ma la comprensione. I nostri simili compiono in un batter d’occhio le uniche cose che mai avremmo creduto fossero capaci di fare; sempre le peggiori e le più scontate. Non si conosce mai nessuno e neppure se sorprendi il tempo con le mani nelle pieghe di una gonna e le dita nelle rughe della pelle, confessa di essere uno stupratore. Fare per pensare; e non pensare, per smettere di fare; oppure il contrario, ed è qui che sta la contraddizione; camminare o stare composti, e che importanza vuoi che abbia di fronte alla morte. Le nostre vite ce le hanno date in prestito, ma noi ugualmente cerchiamo di comprarle e di rubarle perché non ci va di restituire; e vogliamo viverne altre, e vorremmo viverle tutte. Pensieri: il centro di una tromba d’aria, l’odore peloso di buccia del mercato rionale, l’aspersione di sangue del culto di Mitra: come la penna arruffata dell’ala di un piccione in equilibrio su una balaustra arrugginita sono il punto di svolta dello svolgersi di un’altra vita. Ne conservo il ricordo e in fondo vivo coloro che ormai sono diventati altri. Il suggeritore bisbiglia dentro la botola sotto al palco che dovresti mettere in atto un’estrusione delle cose verso il meno, azionare il conto alla rovescia, togliere i punti dal tabellone; le sirene fanno eco. Voglio cominciare dall’inizio, ma non per procedere di nuovo in avanti; voglio andare all’indietro come i gamberi e poter pulire con lo straccio le impronte dei piedi che hanno calpestato e si sono incise nel cemento mentre aprivo la mia strada, ripulendola degli altri. Non essere stati ma… essere mai stati; non aver conosciuto, non aver mai abbassato le palpebre per non averle mai aperte. E che cosa sono in fondo i nostri occhi, la bocca, le orecchie, il naso se non tagli aperti dalla separazione di ciò che ci unisce al tutto affinché vi possano uscire pianti, muco e grida di dolore, macchie dove si esaurisce la continuità del colore della pelle come le parti più chiare della corteccia di un albero nei punti in cui sono stati appena potati i rami; e quali sono le cose che si chiudono, cosa ci manca per prima cosa nel momento in cui moriamo: proprio una bocca, degli occhi, delle orecchie, un naso. Spero che nel nulla ci sia la pace che cerco. Fiumi e ceneri e vento e il tutto che si scioglie. E camminare e camminare ancora. E io lo faccio sull’orlo dei canali, in mezzo all’erba alta, e sogno fenicotteri rosa. Ma ancora penso, involontariamente; e questo mi conferma quanto in fondo non ci sia un io che esista veramente. E allora provo a lottare, ma non riesco a spengere le sinapsi: e gli argini sono file di teste ricciute di persone ed i pensieri sono come capelli affondati nella corrente mischiati ad oggetti di ogni tipo: palloni, lavatrici, biberon, maschere di carnevale, scarpe, telecomandi, bambole, uccelli morti e, se mi concentro, li posso vedere attraverso le fronti, aldilà delle connessioni delle molecole dei cervelli, attorcigliati insieme ad altrettanti esseri umani che vi si aggrappano con forza trascinati via dalla furia delle acque, sbattuti qua e là, alcuni infangati ed incappucciati come prigionieri perché ormai è dai tempi della scuola che non li vedo più; ed i ricordi non somigliano alle serpi sulla testa di Medusa se non nella freccia di lampo di un morso di dolore; sono più simili a quegli individui sbandati, avvinazzati, torturati, fuorilegge legati per i piedi alla cima di una fune fissata alla sella di un cavallo imbizzarrito; cercano di non mollare la presa, mi solleticano i follicoli, mi irritano la pelle del cranio, scolorano catene di cellule morte a forza di agguantarle e le fanno diventare bianche come vecchie, le fanno impallidire; poi, alla fine, me le strappano via e vengono risucchiati nei gorghi. Vorrei che facesse male solo per un momento; vorrei che poi già li avessi dimenticati. Ma non è mai così.
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Sono sette le divinità della fortuna ma un cuore dovrebbe essere unico nello stesso modo in cui non esistono colori. Ci sono solo tinte e ombre, gradazioni di grigio che corrono avanti a bocca aperta come rane pescatrici, ad occhi chiusi. Addentano tutto come porci, dimentiche di se stesse, slavate dalla ricerca di un accento, di una sfumatura più bella e solitaria delle altre, senza salire né scendere su gradini di scale a chiocciola che attraversano pareti di stanze attigue, pilastri in orizzontale sullo stesso piano. Le loro labbra non si chiudono mai. È l’aspetto malvagio di ciò ha vita, assuefatto ad un mondo in cui dimenticare è naturale e sostituire è una pratica celata e ben tollerata. Ovunque ti volti occhi ruggiscono d’amore nel punire i figli della propria ingiustizia perché la felicità è difficile da ammettere dove il piacere è una malattia congenita come farsi una pera o fottere la moglie di un individuo con lo stesso sangue. Insaccati, sporcizia e sudiciume sono dappertutto, come spade sulle teste, e il vizio è il principio di costituzione. Sotto la pelle ci sono organi che sfiatano da orifizi d’oro, appestati dalla retinenza. Ma non c’è nessuno che sia capace di dare, di rinunciare; nessuno che giri per strada nudo. Perché solo allora cadono veli e rivestimenti, le monache dalle tuniche, le pleure dai polmoni, e smettiamo di gratificarci della sufficienza con cui trattiamo ciò che è latente, rinunciamo a nutrirci di ciò che in noi muffa come un verme e abiuriamo al comandamento di essere intelligenti trappole di carne, enormi plughi artificiali. Il nostro corpo è l’impostore, il più perfido degli aguzzini e la più indifesa delle vittime; e la personalità è una disgrazia che s’incarna in una provvisoria, instabile metamorfosi di un nocciolo sconosciuto alla stregua degli alberi che crescono dalla terra, delle case che sorgono dalle fondamenta, delle pietre erose che rovinano giù dalle montagne. E non ci può essere delizia quando senti ma non ascolti, se guardi e non osservi. E l’enumerazione è l’espressione più consona di noi stessi; le abbiamo attribuito la qualifica di figura retorica pur di evocare false emozioni. Ma in verità è solo un simulacro dell’avidità, la metafora della coercizione che ci spinge a classificare; e i cataloghi sono gli unici libri che sappiamo sfogliare, gli unici registri da compilare. E quanto siamo bravi a contare, da bimbi le caramelle sulle dita e poi a mente le pecorelle in sogno; da adulti le promesse infrante, gli anni che passano, e il gusto sadico di raccontare per scherzo ai fidanzati le persone dimenticate. Fuggire, scomparire ti dà un po’ di quiete anche se sai che in vita può esistere libertà solo in una morte prematura o in una straordinaria longevità. E quando faccio a meno di tutto o tutti mi hanno abbandonato sulla strada, allora sono fradicio di vita; e non importa cosa indosso; scanso le pozze zoppicando ed evito di guardare negli occhi il bastardo che ringhia aldilà del fossato perché per una volta, senza distrazioni, posso riconoscere chiaramente una delle regole della sopravvivenza. Se fai silenzio ti accorgi che anche fare una rapina è solo un problema di linguaggio. Allora finalmente mi perdo per un po’; mi affretto giù, sulla statale, in mezzo alla campagna. C’è un uomo anziano sul cancello del cortile di casa, stringe nel pugno un martello tenendolo per la testa. Mi avvicino, lo osservo, sorrido, e penso con quanta velocità e con quale facilità, e quanto poco rumore farebbe se mi fracassasse il cranio; e l’abete di natale, piantato sul ciglio della strada, per non doverlo abbandonare vicino ai cassonetti dell’immondizia, per non farlo seccare, resterebbe lì immobile per ancora tanti giorni e i gabbiani continuerebbero a planare a pelo d’acqua.
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Un presepe a marzo in una chiesa e tanto buio e fioche luci da far impallidire i blasfemi e ruzzoloni su un’amaca ed è così nera adesso la notte e le persone non hanno faccia e io non mi diverto affatto a parlare continuamente a questa panchina, a tirarmi giù i pantaloni; e come è incomprensibile sghignazzare e ciò che pensi faccia onore in realtà è un amico con un pugnale che ti porge la mano tenendo la lama per il manico e non riesci a costruire come hanno fatto i vecchi perché il tunisino obeso con la tesa sul cappellino non considera le cuffie nelle orecchie mentre ti offre del crack e certe gonne dietro le vetrine sono troppo abbondanti come certi culi, e non ti piace reggerti su un bastone e ciò che puoi capire senza fraintendimenti è solamente il rumore che copre i significati, come una tavola imbandita, un bicchiere che si spezza, un feto che galleggia in una bolla nella memoria, più grande di un pianeta, e l’unica scelta è nascere muti in un posto dove tutti siano diventati sordi e chi pensa che un addio sia un favore, dopo averti da tempo congedato senza alcuna cura, non si può incolpare perché non ha mai provato amore e la realtà è sempre più avvilente di come la raccontiamo e mentre cammini cercando di ossidare i tatuaggi sui polpacci le lontre non costruiscono case in riva ai fiumi e le anatre non abboccano ai pescatori che pesano le lenze. Le principesse sono viola quando indossano bombolette spray sull’asfalto, verdi gli aquiloni se soffia il vento e ogni percorso diventa scosceso e incomprensibile come le inferriate alle finestre dei castelli diroccati. I ciclamini sopra al cielo sbirciano le nostre teste bianche di coniglio. Metalli appena nati non riconoscono le loro forme e noi tossicodipendenti ci diamo appuntamento tutti i giorni nel pomeriggio in un vicolo stretto dietro ai cassonetti dell’immondizia per bucare le pietre e non vedere i vetri colorati dei rosoni e io riverso passi su passi lungo gli argini raccogliendo scaglie di luce dai fili d’erba e fiori di pesco e fascine d’ulivo in fumo si strappano i vestiti e la pelle delle scarpe s’inumidisce e non ha più odore e consumo le pupille come i risvolti dei pantaloni e piove e piove sui cappucci nelle piazze aperte. Cerco di non fermarmi perché la gente si siede sopra i miei polmoni e s’arrampica con le dita fra le costole come su scale per infilarmi carciofi nella bocca e il sole è sempre grande quando s’appanna la vista e penso che ogni crocifissione di piedi sulla strada deve sembrare un’indecenza mentre i nervi sotto la pelle diventano un suolo che sussulta e due anziani coniugi si riempiono la pancia di yogurt e di gelato alla nocciola. Dicono che non è il corpo ma la testa, ma non riesco a crederci. Cerco solo di dimenticare la paura di morire.
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Spesso vorremmo essere come la gente ci vede perché ci piace pensare che chi non conosciamo affatto riesca a rischiarare le acque torbide della nostra coscienza, ad offrirci un nuovo abito e una nuova occasione che possano rallentare l’istinto indotto dal disordine provocato dall’acqua sporca che sciaborda come una serpe attraverso le arterie e sanare o almeno coprire i graffi provocati dai rovi che crescono come antenne sulla pelle. Ma è solo un’illusione dettata dall’abitudine ad edulcorare: cerchiamo un approdo, fingiamo di riconoscerci nelle espressioni e negli sguardi altrui perché i nostri occhi non si possono sfilare al contrario come guanti. Diversamente dai becchini siamo più che disponibili ad interrare ciò che ci appartiene. Ma certi pozzi sono troppo profondi per consentire che la realtà non vada in distorsione in questo tunnel dove nascita e morte riflettono se stessi e mondi capovolti d’incandescenza. Il cammino di ognuno di noi è come il tubo a scarica di una lampada al neon di cui non riusciamo a vedere le giunture; sono cuciture con la lampo che tornano sempre su se stesse, lenti paraboliche fissate alle estremità di un telescopio come trapezisti senza presa per i fianchi ad una corda, palle da bowling che ondeggiano oscillando fra i canali levigati di una pista. E non prendiamo mai in considerazione in anticipo che qualche meccanismo si possa inceppare, anche se si usa legno duro di corniolo. Siamo degli estranei, distanti forse più quando siamo vicini che mentre occupiamo spazi diversi. E raramente capita di sentire una vera intimità con qualcuno. Magari riesci a provarla una volta sola nel corso dell’esistenza, e una volta significa già essere stati fortunati. Tutti prima o poi scoprono che l’unicità avrebbe potuto essere il solo successo, ma è comunque sempre troppo tardi. La ripetitività ti trascina fra la feccia della vita dove a materia si accumula materia e le persone sperimentano senza vergogna su se stesse come l’amnesia dei sentimenti sia più intensa e fugace di quella dei ricordi. Anche in ciò che non si rapprende restiamo sempre degli edonisti ed è l’unica cosa cui non smetto di rassegnarmi, che cerco di combattere. E così me ne sto in disparte e osservo sciupare, senza essere visto, e concedo a chiunque la contraddizione di lasciarsi di nuovo innamorare. La sento ancora come allora la stessa intimità ormai rubata, come se il tempo non fosse più il tempo e lo spazio lo spazio. Non importa se una sensazione si rivela unilaterale e comunque, anche se il desiderio di costrizione è un sentimento ingrato che ci hanno regalato insieme al corpo, bisogna cercare di metterla a tacere semplicemente perché ciò che amiamo è ciò che soffoca gli altri e noi stessi; e per quanto sia piacevole fare a meno di respirare, a un certo punto non ne hai più bisogno. Non mi taglierò le narici per prendere parte alla competizione come si fa con i cavalli; non mi interessa più; provo ancora emozioni ma come se appartenessero a qualcun altro, come se avessi lasciato il mio corpo da qualche altra parte, e ciò che resta è una specie di dio invisibile che si crede onnisciente, che lo veglia e lo trattiene a fatica dal perdere il controllo. La realtà è che sono sceso dalla macchina su una strada desolata, non asfaltata, in mezzo al deserto, sotto un sole insopportabile, dopo aver vagato per giorni senza meta, e ho gettato via le chiavi. Ora aspetto la notte e la luna dalla barba bianca, seduto su una pietra, e immagino come saranno i morsi delle iene e dei caimani. Il campo si è fissato. Non riesco ad essere indipendente e fatico ad applicare il principio di differenziazione continuando a mischiare le tempere col pennello e a versare troppa acqua su colori ad acqua, e il mio corpo si comporta allo stesso modo e lo stomaco prova ad imboccare ossigeno e i polmoni a digerire e la mente dilaga in superficie, incerta se sia arrivato il momento di annegare; e tutte le cose che faccio e che accadono sono solo gesti esteriori che si ramificano in tentativi d’artificio dove la cattiveria è un parto originale dell’intelligenza e ogni oggetto, ogni azione è una controfigura di altri oggetti e altre azioni. Ma dentro è rimasto solo un microcosmo di rappresentazione di un impianto d’organizzazione in cui le persone camminano sulle terrazze dei grattacieli, in bilico sui cornicioni come ladri e sui marciapiedi sopra le fogne, e corde d’alluminio si spezzano sotto i colpi di un plettro lasciando segni sulle pupille, e mentre gli alberi fioriscono e l’erba urla spuntando da mille vagine, ad ogni organo sono cresciute mani gonfie come neoplasie che straripano in un tentativo d’eversione. Parlano, colmi di sangue come brocche, usano le stesse parole, singhiozzando senza, ma quasi, vomitare; fendendo l’aria con gli stessi segni muti, sussurri che somigliano al soffio di una tromba con diverse intonazioni; e intanto per strada passano rapper coi cappucci tirati sopra cappellini da baseball, afroamericane con i sandali e unghie sporche e nude, punk con anelli al naso e creste tinte e puntute di capelli, ragazzine sensuali alla moda con scarpe fotocopiate sempre in modo diverso e gonne di jeans su ciclisti neri e aderenti e stivali e armature della paura di essere sbattute, signori di una certa età con tagli di rughe che incastonano occhi azzurrissimi e maglioni pelosi di lana e puzzo vuoto di fiato e d’ascella, massaie con buste troppo piene. E tutto si mischia in un concerto di lingue politonali che non riesci a districare, e ovunque nelle orecchie, nelle vene, nella testa e nel cuore si diffonde lo stesso identico, costante e confuso rumore di fondo. Come una nebbia intela gli spartitraffico, i timpani delle chiese, i portoni, lo smog, i cartelli stradali. Afferra le persone per la nuca e le trascina via di casa, nei negozi, qua e là per pochi minuti, nelle gabine del telefono per ripararsi dalla pioggia. Hai imparato a riconoscerlo tappandoti le orecchie con le mani come fanno le scimmie; è diventato il tuo strano gergo, la preghiera del mattino, l’angelo d’elettricità che presiede agli orchestrali dei rumori dello stomaco e dell’intestino, l’angelo che ti suggerisce la soluzione, la fuga, l’unica parola che nega sempre se stessa anche quando si nega. E non la puoi chiamare eppure arriva, ed è la sola che non somiglia a niente; la morte.