Prima legge di Pierce: siamo la nostra memoria. Non mi ero mai accorto di quanti ombrelli rotti vengono abbandonati per strada quando piove, di quante ragazze in bicicletta si fermino davanti ai cossonetti dell’immondizia per liberarsene. Finché un giorno si è rotto anche a me. L’identità non può essere coerente, il ricordo del vissuto è casuale, cambia in relazione ai luoghi, alle circostanze, all’umore; è conseguente ai fatti. L’inavarianza macroscopica è solo un po’ meno provvisoria della microscopica e la trasformazione è la legge. Alcuni pensieri sono solo più frequenti di altri. Le ossessioni seguono le inclinazioni. Non c’è più dignità nella sofferenza che in un orgasmo, nonostante tanti se ne vantino, sia che l’abbiano ricevuta in sorte, la ostentino, oppure se la siano cercata. Piove per poche ore; poi spunta il sole. Capita che piova per più giorni. Che passino pure, trascinando via tutto. Il tempo che ci lascia giovani ce lo siamo guadagnati a poco prezzo, senza bisogno di avvicinare la velocità della luce. L’abbandono è a buon mercato, non costa più di un libro di cui si può chiudere la copertina, di cui si possono rendere immortali i caratteri. Per farlo con me stesso ho eliminato da casa tutti gli specchi. Ora immagino di avere il naso porcino e il petto villoso di Stevie Ray Vaughan. Ma non ne ho il talento. Le rughe cominciano a strangolarci gli occhi, e io, forse per compensazione, da qualche tempo, ho sviluppato una predilezione per la carne fresca e muta, il desiderio di scopare un’anoressica perché il suo corpo non è capace di sentire, per sconfiggere il vuoto guardandolo nella sua umanità di fibre, per passare il tempo alla faccia di chi è incapace di sacrificio se non per se stesso e ne fa una missione e pretende, per di più, di donare carità. Non voglio ingroppare una regina che abbia il coraggio di Anacaona, non desidero l’abbraccio abbacinato della terra, che è pur sempre un’illusione collettiva; voglio sperimentare la parola passione quando sfida le proposizioni della comune stupidità, quando tenta di dimostrare che la sofferenza sia farsi patire mentre è l’unica cosa che siamo stati programmati a generare. La ricetta è leccare le ferite sul clitoride e sul perineo, spremere i bulbi ocracei, come i porci. In quanto uomo ho imparato a rimorchiare e a farti assumere nitrato d’amile per rilassare la muscolatura anale. Non credo, ma forse tu mi puoi dimostrare che possiamo gonfiare e penetrare d’aria come un vegetale. L’amore interessato di cui scrivevamo è la stessa avidità dell’affetto disinteressato di cui scrivi ora. Direzioni diverse, est ed ovest. Migrazioni e demolizioni. Tanti rifugi e caverne ammobiliate dove si cercano di depilare dei lupi mannari che ormai si sono fatti troppo grandi, con le unghie troppo lunghe. Escono a sera passando sotto ai detettori, allacciandoli ai polsi, fissandoli sopra le cosce, sugli occhi, in testa. Ognuno porta con sé il suo cronometro ma le lancette non coincidono mai. E anche la mia è a senso unico. Avremmo dovuto prendere un aereo per l’America, ma ho finito la chemio troppo tardi. Mi è rimasto un foro da bruciatura nella trachea, proprio fra il tendine dell’ipocrisia e quello della falsità. Spero che da lì tu non legga i miei pensieri, automatici come la respirazione. Quello che non posso dire è che penso spesso al suicidio, mentre vago per questo buco di città dove è impossibile perdersi. Non allo stesso modo di quando ero adolescente. È il proposito di un gesto non eclatante, come uscire per un caffè al bar e non tornare più, come il rischio calcolato di perdere le dita nell’allegria acquistata dei botti di capodanno. Eppure, come potessi essere ancora presente, mi chiedo come farei a giustificarmi nei tuoi confronti e in quelli degli altri, di chi mi sta vicino; non di chi mi vuol bene, questo sarebbe troppo. È la catena più forte che mi trattiene. Perfino la morte, così immutabile da sempre, in conclusione è capace di osare più di me. Non avrebbe potuto essere diversamente: per tutta la vita non ho fatto altro che considerare le conseguenze delle mie azioni, per quanto sappia che, quasi sempre, a nessuno importi se non in quanto ostacoli il corso della sua vita. Se lo dici ad alta voce la non esistenza non può essere il tuo benessere. Ma è sufficiente non disturbare. Non credo ci rivedremo senza questa carne, se non avremo niente da perdere. La sostanza della solitudine, di ciò che non si condivide, per quanto orribile, è perfezione: non in sè, ma per te e per gli altri. Non avrò bisogno di replicare perché non ci saranno bisogni. E in fondo all’assenza ci abituiamo più in fretta che a qualunque altra cosa. E questo è la mia vita; quella che si sgomitola irrimediabile all’uscita della stazione: la clemenza scampata alla breve e meravigliosa vita di Oscar Wao per rispetto agli orari e al parossismo della concatenazione dei fatti; la lenza invisibile alla mano che impugna la canna; papà che dimentica l’aspirata nell’ausiliare dei passati prossimi sui biglietti che lascia sull’incerato della tavola, e il trionfo, la sconfitta e la speranza che, in qualche modo, ci rivedremo oltre anche senza. Non ci è concesso sulla terra di voler condividere la vita che si vuole, quella che non si vuole invece può essere accettabile ed è previsto che abbia un finale triste, affinché possa anche essere bello. E sembra sempre tutto imminente quando rimandiamo, mai esaustibile se ripetibile. E io cerco di dissimulare le mie stereotipie gestuali, ma sono consapevole di fallire. Ed è terribile. Ecolalie entrano in circolo supplendo alla mancanza d’immaginazione; all’inutilità dell’immaginazione. È impossibile decidere se fare una vocazione del proprio dubbio significhi risolverlo o semplicemente continuare a dubitare. Anche se tutto è sconvolto ci è consustanziale l’invarianza di ciò che fuoriesce dagli orifizi e per questo si accentua l’impressione di restare impelagati in caustiche battute da nosocomio, in una famiglia di sconosciuti fratelli scherzosi, ma solo per emergenza. Fuori piove ed è il penultimo giorno dell’anno, i lampi ti fanno trasalire e le raffiche di vento squassano le finestre. Le voci a centinaia si frammischiano e le ore scoccano ad una ad una. Qualche volta, fra le palme, mi sopraggiunge il ricordo scultoreo di un viso, bello e sempre giovane come quello della dama di Elche; con un difetto di fabbricazione, destinato a naufragare, come il vascello dei Vasa. E posso cancellare o far tutto d’oro, ma ad ogni modo mi accorgo di quanto Mida somigli a Sileno, di come una stella sia la stessa identica cosa di un buco nero.
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Ha la mascella grande e una nuvola di capelli neri e crespi come un covone di fieno. Ride leggendo “le zie non sono gentiluomini”. Non te lo aspetteresti da una che indossa una camicetta ricamata a mano, come avrebbe potuto portare mia nonna trent’anni fa. Ride da sola, incurante dei suoi compagni di viaggio, a disagio sui sedili di fronte, all’interno dello scompartimento otturato dalle cappelliere; sgranano gli occhi sotto le montature degli occhiali, stizziti, con astiosa condiscendenza. E io la immagino saltare agile un ostacolo in groppa ad un cavallo: cosa che non saprei mai fare perchè, quando leggo, sorrido sempre, o, al massimo, piango. Ridere esclude il tempo e il dolore, ma non è realistico. È breve dimenticanza, come la vita. Perché ogni oggetto ti ha ferito: solo che, per fortuna, per la maggior parte del tempo, l’hai scordato; come l’asciugamano su cui, per poche volte, hai strusciato il viso. E sarebbe fantastico se la vita fosse infinita, e certi gesti non smettessero mai di ripetersi; ma, inevitabilmente, andrebbe anche tutto a puttane, e rimarremmo sempre all’inizio, che non è mai cosa da niente, semmai cosa da poco, nell’impossibilità del tutto. Ciò che qua è raggiungibile non ha niente a che fare con l’infinito ma con la moltiplicazione di ciò che si può finire. Lo stato delle cose sono queste affermazioni, questi dipinti di uomini senza volto che hanno dentro la pancia templi e resti di città greche, che non hanno voce e portano anelli in testa; aspettano che tu gridi e spezzi la loro perfezione, figlia delle tue mani, come di quelle del creatore. Ed è così che ti vedo, imprigionata nelle mura tessute dei fili di ciò che siamo stati, su cui sbattiamo la testa come una mosca sul vetro della finestra. È così che ti vedo, che mi sorridi, con le ginocchia piegate sotto i glutei bianchi, i piedi piccoli e callosi, poggiati sulle alghe morbide, dopo che ti sei tolta le mutande, beata a farti penetrare dolcemente dalle onde del mare, impotente e selvaggia come una balena agonizzante, trafitta dagli arpioni, trascinata sul ponte di una baleniera. Io sto in piedi sullo scoglio, graffiandomi la pelle. Tengo in mano l’aquilone e cerco di parlare con dio; stringo le leve dalla plancia della cabina di comando. Ma non riesco mai ad essere presente, a capire quand’è che comincia a piovere. Sono sempre in un altrove dove ogni momento l’ho portato con me, in uno zainetto McKinley; e sono solo, all’interno di una muta in neoprene, e cerco di rianimarlo con un defibrillatore, di rimettergli l’innesco come ad una mina fuori uso, affinché ne nasca qualcosa o non ne resti niente. E continuo a camminare fra l’odore di pepe e di sodio, arricciandomi su me stesso, stringendo lo sfintere come un baro, ostinandomi a rendere tutto irreale, seduto nel salone dei seminari, ad ascoltare interessato il direttore di Wired Italia che racconta del suo esercito di nativi digitali; affaccendato fra mixer, microfoni e interfaccia audio nel tentativo di dire ancora qualcosa, sforzandomi di registrare ogni fatto, per avere qualcosa da raccontarti a sera e non sembrare sempre un fesso qualunque, con un arto mozzato. Non so se sia giusto avere delle aspettative. Il fatto è che tu ne hai. Nei sogni indossi i miei pantaloni eleganti: quelli che ho messo poche volte, con le cerniere e i cinturini di pelle per stringerli intorno alla vita. Stasera ti racconterò della gru rimasta di traverso sulle rotaie: nella notte qualcuno ha cercato di rubarla e forse avremo qualche problema per andare a lavoro. Mi sembra essere una di quelle cose di cui parla la gente. Almeno ci spero. E ci proverò. Come al solito mi sembrerà di avere un viso asinino e mi sentirò come una pianta che ce la stia mettendo tutta per attecchire. Non so se ce la farò. Sprangherò tutte le porte delle stanze dove sono rimasto intasato nella salopette di jeans dei miei vent’anni, quando i colori non erano così saturi e non c’erano sbavature. E so che tu sarai lì, a pattugliarmi, mentre piscio mugugnando nei sanitari, con il siero per il morso delle baccanti; a sbrogliare i nodi, a volte infastidita ma tollerante di fronte alle mie strane epifanie. Resto stranito da tanta caparbietà; mi chiedo come possa venire da un corpo così delicato e fragile. E nonostante pensi che, in ogni caso, ogni volontà sia un inganno, e spesso cerchi di respingere ciò che avanza; per tutto quello che fai non riesco a perdonarmi.
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Sono l’unica finestra da cui posso guardare il mio mondo; mi sporgo senza paura ed è come avere le grandi orecchie e il cappello da aviatore del topino Desperaux, come possedere il suo coraggio, che è sempre innato, come una malformazione. Da qua riesco a vedere buona parte di viale Marconi, dove, per due settimane l’anno, Victor tiene lo spettacolo delle meraviglie, fatto di squali, orche assassine e cartelloni. È posizionato appena sotto l’argine; i grandi pesci gironzolano in vasche coperte da un tendone da circo, a strisce blu e bianche; circondato da tanti piccoli orti sociali, curati, dove i pensionati passano il tempo dando occasionali quanto casuali colpi di vanga. Quando mi affaccio da questa finestra, la televisione non va mai in distorsione, come fa di solito. La luce che mi raggiunge è una specie di stimolazione magnetica per la depressione, mi serve a riattivare le aree spente del cervello. E me ne sto ad osservare Ivan, poeta d’asfalto, in piazza della Repubblica, che sta sistemando cinquanta fogli di pvc: ha intenzione di coprire trenta metri quadri di quelle antiche pietre; afferma che su ogni superficie bianca ci sia una poesia nascosta. Sorrido e penso che ne dovrà per forza uscire una bella poesia; immagino che la reciteranno con gioia gli estintori a bocca aperta, nel campo di maggese, stesi come struzzi morti: sarà il loro canto del cigno. Alla fermata dell’autobus, di fronte alla casa di cura Villa Fiorita, seduto col gran sedere su due delle seggioline di plastica, sotto il tetto della pensilina d’aspetto, c’è il solito barbone con le enormi verruche sul naso, più rosse del solito. Quaggiù, forse per il gran sole, non c’è nessuno: non credo siano andati tutti alla discarica a sparare ai topi o se ne stiano lungo la ferrovia, sul cofano delle auto, con una chitarra in mano, a veder passare i treni. E non conosco nessuno, ed è l’unica cosa che importi: mi piacerebbe una vita da albergo, alla David Sedaris, dove il resto e il superfluo fossero sempre provvisori; belli proprio perché provvisori. Non voglio un’esistenza tradizionale, passata in calzoni corti all’autolavaggio, preparando la cena, con il cellulare sempre sveglio come un grillo all’interno di una scatola appesa alla cintura; in un camerino di un negozio del centro, provando una camicia Tommy Hilfiger, ostentando vanità di fronte alla falsa ammirazione delle commesse; invidiando la linea moderna delle auto altrui, macchine modeste, guadagnate con lavori di fatica o d’intelletto: la Lancia Y o la Cinquecento. Voglio potermi alzare di notte, senza dovermi giustificare, e trovare un posto dove si possa respirare, vedere le facce delle gente, di chi non conosce il mio nome; sedere al tavolino di un locale vuoto con tutto il tempo per potersi sbronzare e non aver voglia di scopare. Un posto dove le lucertole scivolino in continuazione sui prati come i sassi sul pelo dell’acqua e mi capiti qualche volta di percepire la sensazione di essere soffiati via come il riso; e poi perdersi in qualche paesino poco conosciuto, a mezzogiorno, in sella ad una bicicletta, e fermarsi a guardare il tabernacolo con sant’Anna metterza e la madonna del latte di Agnolo Gaddi e bottega, affrescata lungo la via vecchia di Cantagallo a Figline, fra le cave di serpentino, e ammirare la tetta dell’immacolata, tirata via con forza dalla veste e spremuta fino a vederle il dolore sul viso, e concentrare lo sguardo sul suo capezzolo rosso di bacca in bocca ai dentini del tiranno bambin gesù, impassibile al cospetto dei ventinove martiri che verranno. È da questo balcone che l’indecifrabile si fa decifrabile. Da qui non mi preoccupo se mi sembra di avere le spalle non allineate, se mi sento rigido come un triangolo isoscele; non mi crea ansia il fatto che una clavicola sia più bassa dell’altra, e che non si possa cambiare. Le possibilità e le occasioni sono le maglie di una rete in una trappola troppo grande perché la possiamo vedere; e così entriamo in questo mondo come pesci nella tremaglia: all’inizio penetriamo con facilità attraverso delle pezze larghe, ma presto finiamo ammagliati in un presente che stringe sempre più ciò che rimane del passato in una diminuzione dove la propria individualità è così vera e immobile che credi fermamente di possedere un corpo, indossare un vestito, abitare una casa che hai scelto; mentre quello che sei viene escluso da dove pensi di dover respirare come l’epiglottide impedisce che il cibo entri nella trachea. Ed è quel ricordo pericoloso che il corpo cerca di evacuare, la merda che supera il limite della sopravvivenza, inaccettabile perché troppo viva. Le persone non si posseggono, neppure si appartengono, soprattutto non si conoscono, mai; ed è inutile che pensi che qualcuno possa sentirti davvero; desideri essere esclusivo e bello, ma sei solo un’altro po’ di acqua sotto ai ponti e gli altri sono lo stesso per te. Forse dirai che per fortuna siamo distratti dalla verità, come l’occhio dalla casetta dell’oculista, e che, se non fosse così, scopriremmo un grande vuoto. Hai ragione. Ma non mi va di lasciarmi infinocchiare dai falsi positivi, dagli infiniti artefatti, dai simulacri d’oggetti persistenti; dalle croci russe d’ottone, come quella che ti hanno venduto ad una bancarella del mercato; la croce d’ottone che ti hanno spacciata per russa, approfittando della tua miopia, e che porta inciso sul retro un versetto dal Vangelo di Giovanni, in italiano, che recita “che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato, nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”. E infatti è per questo che non esiste l’amore e non ci sono amici. E a volte vorrei restare qua, e tenere i paraocchi, come un puledro. Perché così il mondo mi sputerebbe continuamente in faccia la verità, e non tornerei mai a Grover’s Corners, ma resterei immobile, sul pavimento, come un bimbo fra i giocattoli, a invecchiare come Matusalemme nella matassa di rovi di quella volta che mi hai insegnato a mangiarne le cime; cincischiando con i cioccolatini della copertina delle swing guitars di Django Reinhardt, fra accordi e disaccordi; immerso nell’odore piacevole di quando ti sei lamentato dei problemi d’intestino, non sapendo che di lì a pochi giorni saresti morto; ritirando le mani dal pane bagnato, divertito all’idea del tuo dentista malato di Parkinson che sorride con le gote rosse di bottiglie di vino e la barba rada mentre ti dice che ti dondolano tutti i denti; guardando sfrecciare come una lumaca l’utilitaria verde da vecchietto cui strombazzano con rabbia i giovani impazienti, cosa che faccio anch’io se non si tratta di te, e che mi fa imbestialire. Ma non è vero che la vita è l’infanzia della nostra immortalità. L’infanzia è già passata ed ormai ho solo tempo per passeggiare fra le macerie, in vie strette dove ho stipato cianfrusaglie, in un iperspazio pieno di cose poco importanti da scialacquare, infastidito, con la barba tagliata male sotto le narici, appena più lunga agli angoli della bocca e sopra il mento, pur di non ricordare; nella speranza che la tua mano piccola mi allunghi un giorno il beverone, che non finisca tutto in preda alla malversazione, che non smettiamo la farsa e la simulazione, che la decrepitezza sia una benedizione. Tutto organizzato solo per una bella e vuota rima. E in fondo lo so. Solo nella morte si è liberi o poco prima.
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Quando andrò di là, se ci sarà davvero un angelo a leggere i miei peccati, sarò fregato. Di Dio non ho paura, neppure mi condannasse al più basso dei gironi. Ho più paura di te, di scoprire nei tuoi occhi la rivelazione di quanta miseria ci sia nell’odio di non dover soccombere che ci lega. Ma l’evidenza che si nega è la verità che conferma che non c’è alcuna entità oltre tutto questo, e perché le persone si bacino e facciano sesso, mentre ti fanno male le tempie, resta un mistero. Non riusciremo a fare esperienza di noi stessi se non in sogno, dove spesso mi capita di scopare una cinesina dalla fica slabbrata e calda come l’interno di una pantofola; appena vengo, rido. L’altra notte attorno al pene avevo l’involucro rivestito di gelato del cono Sammontana; lo tenevo in alto con la mano, come per far volare un aquilone, come per sbandierarlo a tutti, preso dalla lebbra del protagonismo. Te l’ho raccontato perché raccontare un sogno è un po’ come partecipare al Carnevale, e tutto si può rovesciare per un giorno a patto di abiurare. L’irreale diventa reale solo dove non c’è ordine, in mezzo alla strazio, come la poesia nell’abiezione; e qui c’è abbondanza di strazio e di disordine e d’abiezione. Eppure mi piace passare e ripassare per le mie strade come uno sconosciuto e riconoscere Frankie, dalle mani lascive, che ripete sempre i trentacinque anni, e li festeggia ogni giorno, anche d’estate, con bomber, chierica e BMX; o Gino, con la camicia a quadri grossi, che sembra uscire dal campo, sano scommetteresti, con una cesta di cipolle, mentre invece prende il metadone non sa più neanche lui da quanti anni e per miracolo è ancora vivo; mi fa sorridere e accigliare la chiesa con il tetto a guscio di tartaruga, dove, fra gli scherzi, quella sera un po’ ti ho incalzato affinché mi facessi toccare le cosce e i seni, seduta sul muretto di pietra, il muretto sul quale ogni mattina sosta il parroco per qualche minuto, accavallando le gambe bianche sotto la tonaca nera, sgranando lentamente il rosario e addolcendo il sorriso. Mi chiedo se porti le mutande. Amo la piccola chiesa rotonda che è il mio personale castello errante di Howl: mi aspetto sempre che vedendomi si alzi in piedi all’improvviso su due alte zampe di gallina e se ne vada con i miei ricordi, balzellando scomposta, perdendo pezzi ed emettendo fumo dal naso. Sono pochi i miei ricordi, non più di due o tre per volta; non possiedo la dote di Jill, che soffre di sindrome ipertimestica, laggiù, in qualche paesino sperduto degli Stati Uniti, di non più di mille abitanti, e ricorda tutto. Non mi sorprende che l’abbiano chiamata sindrome: devono aver pensato che esserne affetti sia un dolore lancinante; ma non credo l’abbiano confessato alle loro mogli o a se stessi. Forse lei, eccezione fra gli umani, conosce tutta la sua storia, quella che io fatico a far quadrare; ma anche per lei, sono sicuro, è impossibile raccontarla. La vita e le cose che nulla sanno di noi finiranno ciò che abbiamo cominciato; una cassa che non abbiamo né visto né tanto meno ordinato saprà di noi più di quello che abbiamo saputo. In libreria, da qualche tempo, è uscito “Virginia Woolf. Diario di una scrittrice”, edito da Minimum Fax con la prefazione di Ali Smith. È l’edizione completa dello stesso libro, in edizione parziale, che ho regalato a qualcuno che adesso chiamo qualcuno, forse per pudore o ipocrisia, quando quel qualcuno era ancora qualcuno per me. Che strana ironia: per fortuna certe cose hanno bisogno di un lasso di tempo più lungo per compiere il giro, o forse chissà, il nostro percorso equivale semplicemente al moto di rivoluzione di Plutone e ancora non lo sappiamo ma torneremo a toccarci le mani. Ad Ali Smith voglio dire che a me Virginia Woolf piace pensarla nevrotica e col nasone, e non m’importa sapere se avesse un nasino all’insù o fosse una simpatica festaiola. Quando la leggo, perso fra le onde, ho radici profonde e nodose e un gran nasone che m’impedisce di vedere sopra la terra e mi fa sbattere in ogni dove: le sono grato per questo. E ne sono consapevole: dopo la lettura, fra i terremoti al telegiornale e la crusca bagnata per le due piccole papere in giardino, dopo Ally McBeal alle nove e trenta del mattino e la cura per le zecche che fuggono panciute dalla testa del mio felino; nonostante abbia schivato i pensionati testimoni di Geova, ex agenti immobiliari a riposo, che mi fanno un po’ tenerezza quando tiro dritto ad occhi bassi, il peggio deve ancora venire. E di fronte al degrado e alle cose sputtanate e ai rimasugli di sporco e fra i pensieri da scartare, tutto quello che so fare è concentrarmi su ogni culo che mi accenda il desiderio di scopare, e ogni giorno, per passare le ore, prendere più caffè perché non c’è niente che sia più tranquillizzante di polverizzare chicchi d’oro dopo averli soppesati in mani inconsapevoli come fa il banchiere giocando in borsa con il denaro altrui o l’operaio trasportando le lamine d’amianto che gli causeranno un tumore. Tutte queste cose sono come spaventapasseri, frottole per puntellare; sono tanti delfini rosa che girano intorno alla mia zattera, un modo incantato dei morti per comunicare: i morti che non ho conosciuto o quelli che ho conosciuto o conosco e che non sapevano e non sanno parlare. Merci senza materia, sacchi vuoti: rapporti umani e rapporti sessuali, peggiori dei rapporti di denaro, dove ci si presta solo per essere riavuti indietro e non si regala mai; e se si compra è solo per poco. Tutto falso; e quanto è meno subdola questa forma di usucapione di tutto ciò che in fondo è abbandonato come una scoperta scientifica, o il forno di casa o un cellulare. Cose senza fraintendimenti come un fiammifero che nasce per bruciare appena tirato fuori dalla scatola. Non come gli uomini che finiscono per imparare le vertigini e si credono furbi come gatti neri, impantanati nel letamaio dell’indeterminazione, dissotterati per rimangiare se stessi, sbalestrati a passeggiare sugli argini dei fiumi la domenica pomeriggio raccontando cazzate, con gli uccelli che via via si rattrappiscono, intirizziti dalla vecchiaia o dalla paura, come lombrichi sventrati, la cui unica fortuna è la sterilità che arriva sempre troppo tardi; riluttanti a confessare. Quando andrò di là, se ci sarà davvero un angelo a leggere i miei peccati, sarò salvato.
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Resto al mio posto, seduto come una spugna, e non rispondo mai al telefono. Scrivere è come passare in rassegna i fascicoli di un vecchio schedario di carcerati; alcuni per fortuna sono già volati via; altri purtroppo sono irrimediabilmente morti, nonostante l’ottimismo dei medici. Di quelli che restano non so che farmene, come non so che fare dei passerotti trascurati dai cacciatori, in vista del voto contro il decreto legge per la liberalizzazione della caccia. Passo ore a cavillare, a piluccare qua e là fra le pertinenze delle impalcature, fra barlumi di lucidità, levigando le parole con la pietra pomice per renderle affidabili o affilandole con la penna dopo averla strusciata su ciò che so essere impenetrabile, come un rasoio sulla coramella. Cerco di centrare la vita con gli arnesi a mia disposizione, con manovre avventate, a costo di straorzare, ma finisco per colpire sempre qualcos’altro, l’altro di cui quella è infestata e intrisa fino al midollo e che mi stizzisce come ciò che è sufficiente, come i ‘dunque’ e ciò che per ora basta, come le cose che sopravvivono ma sono destinate a morire, come ogni presenza pronta a sventolare come canne al vento, nell’erba bianca e veloce come la coda di una volpe. L’io non è padrone a casa propria, quella casa che devitalizziamo come il dentista fa col dente; non lo è nel sonno, quando dai calci e pugni al letto, e poi ci ridi su; non lo è neppure nella veglia, quando si sospetta di non essere mutati, camminando per strada, prestanti come un decatleta; quando si incontra qualcuno con cui si è già vissuto. Anche tu, con cui ho avuto tanta intimità, non mi hai riconosciuto subito. Mentre parliamo mi accorgo che il tempo che non abbiamo passato insieme ci ha reso migliori: quasi sempre è per questo che tutto svanisce. Ti sono cresciuti dei piccoli peli biondi appena sopra e sotto la mascella, vicino all’orecchio, ancora incredibilmente piccolo, da morsicchiare. Non li ho visti crescere, e sono consapevole che per questo non ci sarà consolazione. Non ci sarà consolazione per ciò che non è stato. Se ometto il resto e alzo la testa e gli alberi sono gli alberi, la strada la strada, di questo posso almeno chiedere scusa, questo lo posso accettare perché sono stato e voi siete stati e ogni giorno ci siamo salutati; ma ciò che è strisciato sotto ai piedi, scalzi, ruvido come il velcro, non visto, è solo una mortificazione per ciò che abbiamo mistificato, come deturpare il viso di un bimbo estraendolo dalla vagina, violentemente, con un forcipe. Ora capisco che la mia sindrome di Stendhal non è altro che il panico che mi prende di fronte alla constatazione che è tutto più piccolo e miserabile di come l’avrei voluto, di come l’ho sognato, che i nostri strumenti sono obsoleti; le parole, le emozioni e i gesti inadeguati; la mia vena aorta troppo fragile. Potremmo essere più grandi e meno aridi della facciata di Santa Croce. Lei, però, è dotata della perseveranza che a noi manca. Noi perdiamo facilmente la bussola e i nostri sensi vanno in confusione. Solo raramente mi accorgo di possedere l’udito del barbagianni e sento il suono che mi scivola sulla faccia come sulla sua bianca mela. Siamo larve di farfalla in cui la normalità inocula il suo uovo come un ape braconida, contrariamente a quando, con l’andare degli anni, perdiamo tutti i capelli per alopecia e ci vediamo finalmente il cranio. Arriva tante volte il giorno in cui sei destinato a scoprirti molto diverso da chi avevi pensato di essere. Adesso, se appoggio la fronte sulla scrivania, sono di nuovo bambino e faccio la fila alla cannella per riempire i palloncini, per giocare ai gavettoni; d’incanto mi ritrovo in mano i miei testicoli grossi da vecchio, spelacchiati, gonfi come le mammelle di una mucca da latte, e provo a strizzarli, a piazzarli di nuovo sotto il glande. Adesso, se apro gli occhi, in mezzo a tanta gente, c’è il tossico con i capelli ricci e biondi, ossigenati, dalle grosse volute, come avevo anch’io quando ero adolescente e mio zio mi riservava le sue strane attenzioni. Ultimamente invece mamma prepara i cardi mariani, li cucina lessi; come sapesse che mi fa male il fegato. A dieci anni ho ingerito la trielina: io lo dimentico facilmente, lei lo ricorda continuamente. Arriva sempre il momento in cui capisci perché, anche se non è mai per certo; chissà di che genere sarà la mia prossima pera o il prossimo viaggio. Infilo convulsamente la mano nella vaschetta per i resti di tutte le biglietterie automatiche della stazione; ho una giacca a vento blu, tirata sul collo, e il viso rosso come un pastore d’alta montagna; cammino a piccoli passi; parlo sempre e solo con me stesso. Sempre e solo con me stesso, impersonando il diavolo che ci rende santi, magici come un campo dopo un bombardamento al napalm. Per dieta mi sono prescritto brioche e cappuccino. Ancora non sono del tutto guarito. E a volte mi si storce la bocca, e mi tirano le guance, e me ne sto rattrappito a formicolare, garrendo come una rondine; ed è questo l’ennesimo viaggio ad occhi stretti, il trip da sbevazzone, liberatorio come uno scivolone; la merda in cui mi posso grufolare, sradicato, scollato, come le carni e i tendini tranciati di un animale; infarcito, da strappare con i denti, da infilzare con i rebbi della forchetta, trionfante nel parossismo della mia monotona, bisbigliata auto-omelia. E non vedo l’ora di terminare, stroncare ogni presentimento, contrarre la paura dei nervi che degenerano, riuscire ad inghiottire e mettere fine all’estenuante sensazione di transitorietà e vulnerabilità. E poi, da capo, ricominciare.