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La notte è stata breve nella terra dei Lestrigoni, come in un sogno. Non sono riuscito a vedere il cristo nero segregato nella chiesa: ci volevo andare a tutti i costi, per nutrire la mia blasfemia. Al mattino mi hai preparato la colazione raccontandomi del Linus che leggevi da bambina. Poi siamo stati alla buca delle fate, schivando lo strappo selvaggio del cervo, disorientati dai nuvoli di terra sollevati dai trattori. C’era un setter scuro che faceva il bagno tuffandosi dallo scoglio; le inflessioni nell’aria erano tutte di ragazzi emiliani. Per arrivarci abbiamo percorso un viottolo polveroso e scosceso lungo il quale qualcuno si era arrischiato a piazzare la tenda nonostante la miriade di fazzoletti bianchi di carta pieni di merda dietro e davanti ai cespugli. Mentre scendevamo mi sono ricordato del capanno di tralci di vite non lontano da casa, quando ero bambino, dove mio cugino mi strusciava addosso i genitali. C’era lo stesso sole, la stessa sensazione di fare qualcosa di illecito. Adesso come allora non so perché sono qui; forse per dirti che un pettine serve a pettinarsi i capelli, un cucchiaio ad assaporare la minestra, una penna per gli appuntamenti importanti. Sono sicuro che tu mi sorriderai e sarai indulgente, ma, nonostante questo, ancora avverto una sensazione di colpevolezza dentro di me, e non riesco a capire se tradisco te o me stesso. Una sola strada ci è consentito di percorrere nella vita: abbandonare se stessi o gli altri; e può essere una scelta solo in qualche caso, di solito è necessità. Le altre possibilità sono soltanto compromessi e scorciatoie per la sconfitta. La vera libertà è degli orfani, dei derelitti, degli assassini, dei santi. La strada per casa è di sicuro la più lunga da percorrere da qualunque posto tu parta, ovunque tu creda di arrivare. Il sistema di regolazione smussa le asperità, uniforma le idee, appiattisce le sensazioni, ti inietta morfina nella vene. L’invarianza conduce inevitabilmente a un fine, alla fine. Per me è già tardi, perché la salvezza è non arrivare mai al bivio dove la strada si fa comunque più aspra e sei costretto a liberarti di una parte di te, come di un vestito troppo pesante. E anche adesso non credo di essere questo o quello, o chi scrive e cosa ha scritto. Fatico a riconoscermi se non fosse per i granelli di sabbia che si sono incastrati fra le dita dei piedi. I segnavento colorati girano su se stessi imperturbati. Le vespe ruotano ipnotizzate dall’acqua come lo scarabeo dal filo che ha legato alla zampa. Indietreggio verso il non spazio di cose raggiungibili; la traversata è profondo blu, lo stomaco è freddo. Ho paura per tutte le mie fragili cose, per i miei sigilli. Avrei voluto non imparare mai l’uso delle cose così da non finirne all’apice, disintossicarmi dalla pressione come il falco alto e nero sulla solitudine irreale del castello diroccato di Casteldoria, decentrato, al comando di se stesso, ed emettere solo il suo stridio. Le parole, un po’ dure d’orecchi, fraintendono ciò che voglio dire. È un bene che, per lo più, non abbia niente da dire. Mi sono sempre pentito di aver parlato o scritto; una delle leggi di natura che l’uomo dovrebbe ricordare è che un animale deve fare di tutto pur di non svelarsi ferito; e invece continuo a comunicare per non far sentire agli altri il diritto di annoiarsi o la paura di vedersi sorpresi a disinteressarsi; ed è l’unico espediente che mi permette di non essere altrove. L’espressione è ciò che non ti aspetti, il tentativo di cambiare ciò che era già perfettamente espresso affinché non si riconosca più. Ed è allo stesso tempo una metafora dell’intrattenimento, del lavoro, delle relazioni, della famiglia. La conservazione e la salvezza, e perfino quella che chiamiamo felicità non fanno parte dei gesti d’istinto. Ogni cosa è programmata e la finalità è il programma stesso. Un’ape affoga nel secchio bianco dell’acqua, una farfalla nel bicchiere di tè caldo. Li appoggio sul palmo della mano e mi fermo ad osservarli; un ingranaggio non ha importanza in quanto vivo o morto. Non c’è nessuna via rettilinea verso l’ignoto, ma essere arrivati qua è ciò che dev’essere compiuto, essere in ogni istante già a destinazione e alzare le mani affinché tu possa credere di sentirti sicuro e a posto come un auto nuova in vetrina, la tavola imbandita, le stanze senza un filo di polvere. Ed è la buca che copriamo, il salvadanaio riempito fino a scoppiare, gli strati di cera di cupra sul tuo viso; il di più che essere semplicemente ciò che siamo: luoghi spogli adatti alle idee, bisogni di cui è costituito l’universo, in giro come fantasmi, in cerca di un corpo da abitare; e sono tutto quello che c’è per ogni disegno e grafia, nella carne di ogni uccello in gabbia, nudo. La coscienza non è nient’altro che quella cosa che non si stende per l’arco di una vita, ma si ripiega su se stessa. La libertà della coscienza non può che essere ristretta in un assunto. L’anima è un indiano con l’orecchio poggiato al suolo in attesa della prossima carovana da assaltare, il corpo un lenzuolo appeso al filo, agitato dal vento. E non importa cosa rimanga di noi con gli anni o cosa facciamo di queste membra d’argilla. Non fa differenza chi compia questa o quella cosa e se sia compiuta, poiché il tempo è un contenitore d’infinita capacità e c’è sempre abbastanza spazio per caderci dentro. Eppure quanta affezione per chi mi sta vicino e quanto odio, e noia ed entusiasmo, rabbia e desiderio per tutte queste stronzate che cerco di decifrare, per le prove, gli abbozzi che facciamo continuamente del nostro passato, non diversi dagli scarabocchi a matita della mia infanzia sui fogli da disegno Fabriano, conservati in una cartellina verde, consumata, sotto qualche mobile della mia vecchia casa, dove c’era solo futuro. Li tengo in mano come talismani mentre il sangue infuria, mentre torno bambino e mi vedo fra gli altri adulti. Una sola cosa occupa le loro facce larghe e grasse, lunghe e strette: il desiderio carnale, la fabbrica dei luoghi e dei contenitori. E mi rendo conto che le nostre stupide e grette idee sociali, economiche e sessuali sono sostanzialmente identiche a quelle naturali, regolate dal principio dell’esclusività di desideri temporanei e morti ripetute che si svolge lungo un processo di digestione in cui ogni novità sovrascrive ogni certezza d’emozione, ogni io precedente, fagocitando tutto per attrazione e terminando ogni contingenza. Siamo spreconi quanto la natura. Qualunque cosa fai o vedi la puoi ridurre a uno dei milioni di esperimenti, tutti andati male. E tutto ciò che è innumerevole e singolo si esaurisce senza consumarsi, come i miei passi incerti su questo pavimento liscio dove mi porti a fare la spesa. Chiaramente la fai tu, io mi limito a spingere il carrello, ad approvare con la testa alla confezione di pan di stelle, al barattolo della nutella, perché in queste cose mi sento sempre molto stupido; perché al chiuso, in mezzo alla gente, mi prende l’ansia. Penso ci siano più possibilità che noi abbiamo generato l’universo piuttosto che il contrario, in noi c’è almeno una combinazione in più: poter creare ciò che è improbabile nel dominio del possibile, e non in quello dell’ignoto. E un supermercato ne è la prova. Un supermercato deve somigliare molto alla cella di un ospedale psichiatrico una volta che siano stati rimossi tutti gli scaffali su cui si espongono i prodotti. E un ospedale psichiatrico somiglia all’universo smascherato. Matte sono le persone che non sentono la necessità di ciò che fin dalla nascita ti hanno costretto o insegnato essere indispensabile. Giro in cerchio per le corsie e provo a respirare. E mi basta questo. È questa diversità a mezz’aria che mi rende felice come quando hai bevuto troppo o troppo poco e non hai alzato la mano dalla coscienza di te stesso. Il carrello della mia immaginazione è vuoto; mi hanno chiuso dentro e aspetto la prossima apertura. Ci si deve sentire come non essere ancora nati o già morti al freddo della macelleria. Ma tu mi chiami e usciamo. Io cerco di venire giù, di riattivare la conduttività della mia pelle. Una cicala pulsante nell’erba è ciò che ho sentito più vicino oggi. Nulla fiorisce quassù. Nessuno parla fra cielo e terra da queste fauci pestilenziali. Non vedo la cascata originatasi dallo squarcio nella roccia del dio serpente. Ho paura di raggiungerti, di muovere le labbra. Il seme del terrore cresciuto nell’amigdala dell’universo è la paziente ingenuflessa costanza del nulla se io posso accendere la televisione. C’è del filo spinato attraverso al mare e neppure qua si può passare. Nuoto convulso, sempre sul punto di affogare; anche adesso, mentre mi passa vicino una coppia di giovani ciechi che corrono euforici nel sottopasso della stazione. Il treno sta arrivando. Muovono davanti a sé i bastoni di metallo. Oscillano a destra e a sinistra come la gonna gonfia di vento di una ragazza senza volto che dia le spalle ad un tramonto sulla cima di una scogliera. Cammino piano, senza respirare. È il mio stesso treno. Non lo perderemo. Salgo le scale. Corro. Mi aggrappo. Ti sento di nuovo. La nostra barca è l’unica che si è salvata. Sono ancora vivo.

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Sono intrappolato in fondo ad un pozzo; sento il petto stringersi. Apro e chiudo le finestre. Avvolgo e svolgo le tende. In superficie l’erba sibila come una biscia, ma nell’oscurità posso dimenticare i miei errori. Posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto. Queste mura hanno la barba, non sono più bianche come le pareti di casa. Un giorno, senza preavviso, con facilità, ho perso l’innocenza. A te sono venute le mestruazioni. L’aria è mefitica adesso. Il sudore mi irrora la faccia. Tiro fuori la lingua e la sfrego sopra il labbro superiore. È salato e acido. I bambini non hanno smesso di dondolarsi sulle altalene. Mi piacerebbe poterli raggiungere se solo avessi le ali. Quaggiù, almeno, posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto. Affondo come una pietra. Sono inzuppato fino alle ossa. L’acqua mi copre la faccia. Non ho fatto che masturbarmi oggi, per svogliatezza. Le mani finiscono per andare sull’unica cosa su cui hanno un controllo e che sa dare un piacere direzionato. È sera. Finalmente torno al mio posto. Posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto. Ho fatto la doccia. Ho sogni che non ho mai avuto: mio fratello con un braccio mozzo conserva in un cassetto l’arto da ricucire. Ha un’espressione tranquilla mentre scende le scale. Le spalle sono ancora larghe. Il melograno alla sua destra ha fatto pochi frutti quest’anno. È stato potato. Non ho alcuna fede, nessun desiderio escatologico che non sia la fuga. Adesso posso spengere il cervello, cercare di essere meno evasivo con me stesso; non spiccicare parola. La realtà è irretita dal mio respiro. Sto scavando un canale intorno al non luogo che è me stesso sotto gli occhi gialli e vigili di una lince. L’ho incontrata dietro un cespuglio mentre camminavo, solo, attraverso un sentiero nel bosco. Ha riconosciuto la mia umanità, con occhi fissi e vacui. Non sono ancora riuscito a fare un’isola del mio isolamento. Sono ancora un’enclave, accordata a ciò che la circonda. Condivido con te una piazza liquida. Ho fatto una copia delle chiavi. Ho ancora bisogno di venirti dentro, di aspettare friabile come la rena, accerchiato dal prosimetro della vita, da stronzate di lirismi; inappagato, cercando ogni giorno il modo giusto di rivedere le cose, con ostinazione, con rancorosa appartenenza e separazione. Ma ho di nuovo le mani attorno al cazzo, oscene; sto aggrappato come ad un remo, come un uccello al ramo. Il resto non conta. Farò affluire tutto là, nell’impianto di drenaggio. Piscerò pepite d’oro. Sarò il termometro della mia febbre. È il solo modo per cambiare l’unica prospettiva, come un volano. Appena venuto puoi concentrarti sul nulla su cui hai costruito. Gli uomini proiettano il mondo in modo distorto. Ogni cosa è una incredibile immagine anamorfica. È sufficiente guardare sotto una gonna o infilare le dita in una vagina, per riconoscere un teschio attraverso l’ordito. Il sesso è un ambasciatore di morte e di vita, travestito di piacere, che è l’unica cosa che vogliamo vedere, su cui possiamo competere e commerciare, attenuando la verità. Ecco che adesso s’ammoscia. Posso ricominciare ad incancrenire. Posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto. I denti riprendono ad annerirsi ed a marcire. Il tuo ginocchio scotta, devastato dall’artrite. Anche se sto rinchiuso qua, non sono che un frammento, un brandello d’avanzo del pasto di uno squalo. Il lavorio continua, insieme al disagio, come una distesa instabile di invertebrati sul fondo marino. Come se anche questa non fosse una perversione. Non c’è libertà dove c’è bellezza, nessuna libertà nell’istituzione della libertà. La società è un tentativo di sovvertimento che lascia immutato il centro, un premio in più per i più forti, per lo più inutile; una edulcorata giustificazione. Il tuo unico vero spazio è l’asta del tuo cazzo. Intatta fra inguine e inguine. La sola serratura alla stanza privata della tua carneficina, dove tutto è lecito. I materassi sono permeabili. Oltre l’ombelico non c’è che evanescenza. Ho una corazza addosso su cui tutto s’infrange. Se provo a quantificare, non posso sopravvivere: quanto manca dopo che hai compiuto settant’anni; la lunghezza della strada che ci ha portato fino alla casa del rospo prima della cascata dell’Acquacheta, la via ardente all’Erebo. Immergo i piedi nel laghetto e si fanno di pietra. Gli alberi ghignano. L’acqua scroscia come l’interno del tuo stomaco. Quando scopiamo ho paura che ti si contorcano le budella. Hanno un linguaggio ermetico. Credo che la coscienza sia il rumore della realtà imballata nel sacco del cielo, la devozione ad una casuale intuizione, ad un miracolo d’equilibrio che ci tiene sulle spine e ci tormenta affinché riusciamo a portarlo avanti. Ma quanto è più naturale, quanto più pacifica la dissoluzione, la decomposizione; quanto più liberatoria l’estraneità semplice di una rapida eiaculazione, la sua invariabile cristallizzazione. Subito dopo posso coricarmi. Posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto; ed essere presente alla vita che non sto vivendo, quella che tengo sempre da parte, nascosta, tralasciata; quella che getti il dado e ti tocca in sorte, e che magari era la più fortunata; ma che guardi con l’espressione sardonica di chi ne sa di più, con la voglia smodata di perforare oltre, di dissipare la povertà che c’è nel tuo modesto riassunto. Disunire, scomporre, sparire come quando chiudi gli occhi, come l’ultimo dei rivoletti di un torrente fragoroso. Sfrondare, assottigliare fin quasi all’invisibile è ciò che so ragionevolmente di dover fare. Essere un reietto per reiezione di ciò che si radica nella miriade di desideri artificiali, negli infiniti riverberi dell’istinto di affermazione, mutazione del principio di generazione prodotta da quella sotto classe della natura che è la società. Bisogna dare sfogo con le proprie mani al verricello della sessualità per poter essere dei suicidi vivi. Devi non essere schizzinoso e non farti prendere dalla collera. Vestiti sempre male, o almeno non alla moda. Spendi il denaro in ciò che non è ambito dagli altri. Cerca di stare fuori dall’estensione del dominio della lotta. Non sarai felice. Finirai subito divelto, sconosciuto da qualche parte. Ti ammalerai comunque. Tossirai allo stesso modo. Forse ti verrà un cancro ai polmoni e respirerai come un cavallo bolso. Le tue braccia diventeranno bianche ed emaciate, come quelle di un anoressica invecchiata che non sia riuscita a morire per raggiungere la perfezione. Se ti andrà bene, non sarai avvolto da una coperta sbrindellata. Avrai quasi sempre solo la tua mano sul tuo cazzo. Ma sarai stato te stesso.

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Non preoccuparti per me, guarda la tua strada. Dammi solo il tempo di abbandonare il vuoto che ho dentro, la possibilità di cancellare i lineamenti del mio viso. Non ho un posto segreto. Lo sai; sanguino sul nulla, sanguino su di me. La vita è come un coltello affilato, ognuno la soffre a modo suo. Spero di farcela a sfidare il fato che mi hai destinato. Sogno che la mia anima sia una luce intensa. Non ho una faccia d’asino; lo sai che sanguino sul nulla, che mi sanguino addosso. Ogni giorno, appena sveglio, chiedimi da dove vengo, così che possa dipingermi dentro e sentirmi meno solo. Mentre cammino senza meta per le strade, bruciando piano fra le persone, è così chiaro come tu sia solo il segno del tuo passaggio, l’occasione mancata di sistemare la tessera mancante. Credi che tutto sia al suo posto e sbatti con forza la mano sulla carta con l’entusiasmo tradito del giocatore di tre sette truffato all’angolo della strada. Gli oggetti, e soprattutto i corpi, sono già i resti di ciò che sono stati; le conchiglie dei molluschi, dei ricordi, dei sogni; il prodotto del divenire che ci rende vivi e ci porta a compimento. Gli oggetti, e soprattutto i corpi, servono a ricordare le parole, che sono l’unico mezzo adatto a conservarli, a farne roba nostra; e ti risuonano in testa, prendendosi a gomitate, scalciando senza tregua e riguardo, sempre inopportune. Quando il tempo sembra infinito è difficile lasciar andare le redini, ma è inevitabile indebolirsi e sparire via come l’impronta del piede sulla sabbia, come un alito di vento, la coda di una serpe nella macchia. La crescita è un tropismo genetico e l’esistenza una mal celata adattabilità all’incoscienza del nulla, come la spina dorsale del drago su queste colline. Il cuore continua a battere dentro di me e non sa niente del ritmo. Certe strade sono troppo diritte perché ci sia spazio per una esitazione. Le vite semplici sono irreprensibili, inattaccabili, se sei fatto per la barba tagliata lasciata nei lavandini, i letti da rifare e i pavimenti sporchi. Le vite semplici sono fatte di parole, soggette ad usura; sono vasche di gelato che trasudano di putrefazione; uomini nati nella goccia che si stacca, voltati verso infinite direzioni, tutte senza uscita. E anche da quaggiù, dopo che sono sceso nella camera iperbarica, nonostante abbia infilato i tappi nelle orecchie, ne sento lontane le risonanze. Anche qui, nel libro dell’inquietudine, mi piace descrivere la tua vita stretta e sinuosa d’anfora greca, perdermi fra i cedri grossi della limonaia di Palazzo Pitti, intrufolarmi nelle gallerie del castello crociato di Shawbak, sprofondando all’interno di me stesso prima di essere rioccupato. La morte non è poi così diversa da una battaglia persa, e tu ad una rocca espugnata. E intanto mangio cervello fritto nella rete al tavolo degli amici, circondato dalla bellezza di Trianon, e sogno Julia Florida che mi culla, e penso a te che te la sei presa quando ti ho detto che la melodia mi ricordava i passi di una persona morta perché tua sorella è morta davvero, anche se non si chiamava Giulia, e non lo puoi tollerare. Avevi ragione, perché questa è l’evidenza della rappresentazione. Osservo le persone e vedo tante bare sull’orlo di una fossa, e tutti pronti a dare una spinta: insegnanti, colleghi, amici, portieri d’albergo, impiegati; addetti al bowling sociale. Sono tutti qua attorno anche adesso. L’erba è gialla come il deserto ai piedi del castello dell’imperatore. Mi sdraio a terra. Si dice che Robespierre volle aggiungere fraternità alle parole uguaglianza e libertà coniate per la rivoluzione poiché queste ultime non sarebbero attuabili senza di essa: un’altra parola destinata a rimanere vuota, a ricordare solo una moneta; come questa, dimenticata fra i fili d’erba bruciata. C’è un sole accecante. Gli specchietti delle auto lanciano lampi da tutte le parti; squarci nella realtà, dove le persone si incrociano, e nei ricordi. All’improvviso avverto la mancanza acuta e lesiva, il desidero folle, confuso come un glaucoma, del tuo modo di occupare lo spazio. Le ruote girano, la vita imperversa. Qualcuno ha pestato una grossa ape. Muove le zampe con frenesia sopra all’enorme culo lucido schiacciato sul prato come lo stucco sulle cerbottane. Oltre la strada aquiloni sfuggono dalle mani di bambini, vagabondi prendono a calci lattine vuote. Le giostre sono silenziose. Alcuni cani randagi se ne stanno accucciati all’ombra, pigri. Mi sembra di essere stato soffiato via. Le parole scompaiono senza agonia. In fondo tutto ciò che riflette è inutile: vene d’alberi in cieli nuvolosi, escrementi ricoperti di mosche carnose, menzogne di tipi che una volta pregavo; ricordi, visioni e confusione che mi fanno sentire un naufrago. Sussurro. Trattieni il respiro e sarai un pesce. Abbandona le cose che sai che ti mancheranno. Non dire una parola e sarai un uomo. Costruisci ma, se ti resta tempo, comincia a demolire. E guardo le parole nell’aria che scompaiono senza agonia; in fondo tutto ciò che riflette è inutile.

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La luce è grigia nella mia stanza. Le cose sono lisce e in tensione come donne incinte che non partoriranno mai: le file dei libri e i mucchi di fogli, uno sull’altro come le pietre nei giardini giapponesi. Una sigaretta spenta giace nel portacenere argentato, a forma di conchiglia, come un bruco carbonizzato. Ogni sera, subito dopo le otto, si azionano gli annaffiatoi automatici in giardino. Poi si spengono e si riaccendono ad intermittenza come masticassero qualcosa senza farci caso. Non importa se non siamo a casa, se il pendolo dell’orologio si è fermato. Una chitarra è nella custodia, quella con il suono più caldo. Un’altra poggia la paletta alla parete. L’ultima sta sul pavimento, vicino al divano letto, dove è rimasto nascosto il primo fratello che conoscevo. L’altro, quello cresciuto, è da qualche anno che è andato via di casa. La realtà è qualcosa che non torna su due livelli, come gli elefanti che avvertono la propria morte e intraprendono il viaggio; come un postulato matematico, evidente a se stesso. Non saprebbe che dire se sapesse parlare. Ciò che abbiamo sistemato nelle fantasie della nostra gravida immaginazione al massimo ci borbotta in testa. Perché c’è un’enormità di vita nascosta dietro le cose. Non so se siano mai nate o esistano semplicemente al di fuori della comprensione; non saprei dire se da qualche parte stia scritto che prima o poi possano tornare. É un sensazione che potrebbe somigliare alla perdita di un animale domestico cui sei affezionato, o alla consapevolezza di avere una malattia sempre in remissione. Guardo i muri, lo schermo; le linee precise del tavolo, le coste gialle dei libri. Non ci sono soluzioni orizzontali o verticali. La mia presenza sta sulle punte degli occhi. Sono costantemente in vantaggio sul mio corpo: me lo tiro dietro come un mulo o lo osservo da lontano. Credo che a noi tocchi la parte dell’assetato, di chi osserva la lava fumare nella caldera di un vulcano spento, pensando che sia acqua; lucido per la disperazione e sempre più dissoluto. Vaghiamo instabili sull’orlo, bianchi come l’eucarestia; pericolosi e in pericolo sulla terra fradicia che ribolle; punti dalle zanzare, con echimosi violacee su gambe e petto; sfiniti a furia di gettare sulla pira i pezzi delle statue di legno degli dei che abbiamo implorato ogni santo giorno, ma non ci hanno aiutato a fare elemosina d’uomini. Siamo soli al mondo ed è faticoso pure ricordare perché le immagini sono confuse e per ciò che riteniamo importante paghiamo un biglietto di un giorno solo. Non c’è un cosa né una ragione, solo un indefinito desiderare. Ogni giorno ti metti vestiti attillati che lasciano scoperto il seno; mostri l’inizio ruvido dei capezzoli; tieni le mani giunte in grembo e inarchi le sopracciglia verso gli altri, in una espressione sbigottita di fronte ai fischi e agli sguardi lascivi di chi ti passa vicino. Hai un bel vestito rosso. Io odio le cravatte; al mattino cerco di non dipingermi le labbra e di tenere un pesce in mano. Mi piacciono i capezzoli a punta con cui ferisci la gente, ma cerco di non darlo a vedere. Non perché me ne vergogni: in fondo la domenica mattina non presenzio più a messa come quando ero bambino. Resto invischiato fra le coperte, inondato attraverso la finestra dalla polvere e dalla luce senza casa dell’alba. Non ho voglia di alzarmi quando suona la sveglia e sorge il sole. Oggi sembra andarsene in giro inquieto come Lady Macbeth col suo straccio insanguinato. Desidero rimanere radicato qua, poco importante come un prefisso nel dizionario; ermetico come ogni esigenza. E comunque è solo per poco. Purtroppo non siamo diversi da un conduttore qualunque che ad ogni occasione si attivi se solo qualcuno accenda la luce. Non siamo involontari e sinceri come la caduta di un peso. Camminare è una devianza, comunicare una disgregazione; respirare una lenta, terribile dissezione di se stessi. Il desiderio non circoscritto alla conservazione è quanto di più lontano dall’individuazione, è una morte celata per fusione; ed è questa voglia di non scrivere niente e non pensare, passata come paura di rischiare, di oltrepassare il fiume, di restare nel torpore e nello sfinimento, ciò che ruota senza asse, il bisogno inconscio di segnare un limite contro l’indifferenza. Passo di fronte alle vetrine e ai monumenti antichi e mi chiedo dove stia la bellezza, e se tutto questo sia qualcosa che abbiamo appreso, e che cosa ci abbia insegnato. Al di là delle distinzioni, dei tanti vestiti e atteggiamenti, oltre la patina di sporco sui marmi, vedo sempre e solo uomini, sempre e solo carne; soggetti inconsapevoli che se ne vanno per le strade armati di teodolite, impacciati e goffi, a misurare gli angoli. E che cosa ho davvero imparato da tutti questi libri, dalle centinaia di storie che non ricordo; quelle storie che, ciascuna a suo modo, era così simile alla mia. Solo a mettere dei punti; a fermarsi un po’, prima di andare avanti. Ma non è che di voi m’importi più di prima. So che un giorno potrei abbandonarti con facilità. Non è così per papà e mamma, e questo è dovuto solo al fatto che è naturale. Non possiamo che essere irrimediabilmente divisi perché identici a noi stessi e agli altri, e l’indifferenza è il corollario alla banalità del comune non differenziato in quanto primo principio, radiazione di fondo. Se ti guardi intorno, dove tutto non fa che crescere in una frenesia di germinazione, percepisci l’incongruenza di ciò che esiste di fronte alla tua identità la cui sostanza è una concrezione dell’accessorio. Il nostro io è un santuario di solitudine; e la realtà annacqua tutto e ci diluisce in una forma di esistenza che non è nient’altro che una sintesi organica dei tanti umani codificati nell’imprecisione. Il mondo è polisemico solo per sbaglio, nella dispersione del seme. E la trascendenza, cui tanto aspiriamo, si rivelerà solo nel giorno in cui faremo conoscenza con gli sconosciuti che siamo.

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Questa è l’analisi impietosa di me stesso e di ciò che sono diventato; di come mi sembrino plausibili e condivisibili cose che una volta avrei definito inconcepibili, di come adesso veda una bimba dai riccioli castani nel mio futuro, che corra con difficoltà lungo l’argine del fiume; e di quanto sia chiaro che non è che abbia imparato qualcosa o sia cresciuto ma solo invecchiato. Per quanto ciò possa sembrare saggio e bello, sto solo inconsciamente obbedendo. Ho conosciuto la felicità quando ho capito che è qualcosa che si compra, un nemico con cui si viene a patti non perché hai veramente perdonato un affronto di tanto tempo fa, ma per stanchezza; che i sogni per definizione non si realizzano mai perché altrimenti dovrebbero essere sempre nuovi e smettere di essere sogni, e che ormai ho raggiunto quella fase della vita in cui ciascuno di noi è costretto a stare a guardare come Orione, senza più inseguire, camminando lentamente al fianco del fedele cane Sirio, mentre le Pleiadi si tuffano irraggiungibili al di là dell’orizzonte. Eppure, nonostante la convinzione della necessità di ciò che esiste, si evolve e muore, sia salda dentro di me e non ci siano ostacoli alla mia vista, ancora non riesco a fare a meno di aggredire per cose all’apparenza stupide e banali: perché non riesci a trovare la rotonda dove si è rotta la catena di distribuzione della macchina, di fronte alla concessionaria di Mercedes Benz usate “Antonio Fineschi”, o perché non capisci come si fa ad alzare il volume del cellulare: è l’incapacità di riuscire ad accettare che non potrai essere qui. Mi spaventa sapere che quando saranno tutti morti, bene o male, in un modo o nell’altro, ce la farò. Le persone perdono e si perdono in un universo che è una sofferenza che si dispiega, mentre il resto, che ci è attaccato come l’acaro al tappeto, ciondola via, si disperde e si dilegua, nel tentativo vano di aggrapparsi come un ragno alla sua tela. Questo, almeno, è il vissuto dove metto tutto e non perdo niente, la valigia che non sto più facendo perché ho già iniziato a prepararmi. Starò qui finché non sarà finita. Tanto la merda avanza comunque tutto intorno e non serve scappare. E non credo a chi ha quasi cento anni e afferma che è stanco di vivere. Le mie cose non le lascio andare, le porto con me: in questa valigia conservo un libro, Michel Houllebecq e “la ricerca della felicità”; il nottulino imbalsamato, il nottardo e il torcicollo, la velia e il nottolone; i cocci dell’accademia e la faina che vive nei racconti di mio zio; Geppo; le conchiglie fossili che rendevano dura come la pietra la terra che zappavi quando eravamo bambini, il soffio nel fischio in culo del tuo ciuchino di terracotta, l’autogru dell’Automobile Club Italia e il sorriso placido del carrista gentile, che immagino somigli a quello del nonno che non ho mai conosciuto; le nervature di una foglia; la statua di bronzo su cui ho sbattuto la nuca, che mi ha fatto sentire per qualche giorno la mente lontana come una collina illuminata dal sole in un mattino di pioggia; il collirio al cortisone che ti sei messa troppo spesso; il tuo osso sacro sbucciato dalla nuova passione del cavallo che mi rassicura per come ti fa sembrare forte; le stronzate sulla morte che ho espresso a voce alta al tavolo degli amici ad una cena di matrimonio e la tua incazzatura; i merli neri, gli stessi della mia infanzia sulla scogliera, vividi come fucilate. E così cerco di mettere su la mia modesta opera d’arte, una strana composizione, dove riesca a dire ciò che vorrei credere sia reale e non se ne vada dimenticato. Ho intenzione di stupire chi sarà ad assistermi quando mi porteranno in sala operatoria e mi guarderanno dentro come ad un gambero sgusciato; di lasciare in anticamera delle cose da toccare, con cui riattizzare un poco il fuoco; affinché, non me, ma ciò che è stato di noi non vada sprecato, condannato all’estinzione; ma rimanga come appena impresso con le dita su una città di cera; come i tratti di pennarello sulle braccia degli adolescenti: qualcosa di evasivo, sempre taciuto, che riesci ad avvertire perché, anche se a poco poco finito nell’invisibile, non era diverso da te: come l’aneurisma che ancora non ti è venuto, come l’infarto che per poco non ti ha fermato il cuore. E la soluzione invece sarà in ciò che non abbiamo mai saputo.

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