Lingue di sole senza sole, capelli sparsi sulla corteccia umida di un centauro si mischiano a volute di cirri di nubi basse, eteree come pizzi. Lo gnomone della meridiana proietta un’ombra nel buio a perforare occhi che schiumano di gioia. Ha rapito se stesso e te come in una cabina per il teletrasporto, volando ad ali spiegate diretto alla dimensione dove abbiamo nascosto i nostri desideri. Non ti porterà indietro. Cercherà di non farsi raggiungere. Piuttosto affogherà nel sangue, si lascerà andare come una nave alla deriva, un aereo sorridente in picchiata. Ti abbraccio. Stringo i tuoi fianchi fra le mia ginocchia ed ho la stessa sensazione di abbandono del sedere di un bimbo che rimbalzi sulla gommapiuma, di una boccetta di sali che dorma su un letto di bolle di sapone divertendosi a farle scoppiare. Non so a chi appartenga la mano che mi passi sulla schiena, se sia la mia o la tua; è uno straccio insanguinato, un fazzoletto imbevuto di etere in cui provo a ritrovarmi come quando mi lavo la faccia; un acetato per scorticarmi l’anima. Fade out di una melodia. Silenzio. Lontano si rincorrono onde di ruote di auto innamorate della strada. Un motore soffoca controvoglia. Il bosco poggia le dita stanche sulle foglie e si addormenta lasciando impronte digitali sulla tua pelle. Non diranno ai loro nervi che ti ho toccata; si ubriacheranno, si stordiranno e si lasceranno morire all’arrivo dell’autunno. Un treno sfreccia ad occhi chiusi, con le terminazioni in fiamme. Il gatto si taglia le vene in cortile. Tanti piccoli folletti stringono i cappelli a cono in una mano, tutti in fila, in segno di benvenuto. Sorridono accigliati, svegliati dalla novità del calore di un intreccio umano. Fanno trillare note di pioggia sui tasti di uno xilofono di pietre del trecento con capocchie umide di fiammiferi di legno. Mi guardo intorno. Ho i piedi freddi e bagnati, i pantaloni troppo larghi, le costole fragili, un sorriso triste che non so di avere. Penso di essere non carne ma espressione. Hai inghiottito il mio corpo gravido del mio io nascosto. Spero di rinascere dalla tua testa come un anfibio dalla sua gabbia d’uovo.
Categoria: Pensieri
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Mi hai mostrato le tue dita di rosa: piccole, bianche dita. Le ho guardate steso sul fondale di un mare caldo, forse il mar dei Sargassi, come una vecchia anfora affondata assieme ad un carico di pirati. La tua mano è una piccola seppia trapassata dall’anima di luce che riscalda gli abissi marini; smuove la sabbia nella notte come abbaglianti di una macchina di sconosciuti che ti osservino con occhi vacui dai finestrini, con i palmi delle mani appiccicati sui vetri, la pioggia a travestirsi da lacrima; topi da laboratorio, a ricordarti l’incomunicabilità di essere vivi. Non c’è differenza fra un’associazione di carcerieri e una comunità di prigionieri: tutti si stringono indifferentemente la mano. Me ne sto su un letto di aghi di pino come un fachiro, irretito da milioni di code d’anguilla, viscide sulla bocca, a cercare di scartare con mani tremanti un regalo che affonda nelle sabbie mobili di un deserto d’incoscienza. Ascolto. Appena ti muovi è una scroscio di piccole biglie, una slot svaligiata dal sorriso dei miei denti scheggiati dalle increspature di corone di bottiglie di birra, fragili ali metalliche di uno sciame di locuste, branchie argentine di branchi di piccoli pesci che marciano in schiera, picchiettano sulle rocce, sfregano le labbra. Euforia di essere travolti. Ma l’immortalità che mi hai donato non sarà senza pene; non durerà o durerà troppo. Mi vedrai scoperchiare vasi d’astio, di rabbia e di sogni; nasconderò droghe dietro le boccette profumate dell’armadietto del nostro bagno, poesie sotto le tue magliette rosa, orina sotto le coperte. Ogni mattino mi chiuderai in una stanza angusta, per andare a riprenderti la vita parcheggiata fuori dal nostro piccolo recinto. E io me ne starò lì a frinire come una cicala, a morire d’inedia sapendo di non poter morire, a sbirciare i tuoi sogni e i miei dal buco della serratura.
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Cose da fare, progetti, responsabilità, desideri. Sì, desideri soprattutto. Siamo così piccoli e invece desideriamo cose così grandi! Se solo l’immaginazione mi sorprende a parlare di lei, vedo me stesso commuoversi: il me stesso che è rimasto indietro,nella posa di prima, mentre immobile dipana un concetto. Ma qualcosa è sgattaiolato fra i pensieri, lo vedo con la coda dell’occhio: un alito incondizionato, una crepa, che non si può dire a parole; delusione, una nota di lieve insofferenza. Eppure com’è dolce questo sensazione d’inadeguatezza, quanto inconsolabile, dolorosa e bella; come le cose che non mutano: essere altro da se stessi, vedersi in una prospettiva più ampia; non tu che compri un libro o guidi la macchina o ti vesti al mattino e poi, impaziente, ansioso, occhieggi le strade, le case, con la loro maschera così umana. No, abbassa lo sguardo, non farti irretire, fa il gioco che facevi bambino, conta le pietre sulla strada. Immaginati così, immobile, preda del tempo, balocco della pioggia che ti scava dentro come fa il sangue nelle vene, come una statua dello sguardo fisso, inviolabile, in un giardino antico, che riflette se stessa e si tiene compagnia, fa le prove generali; prova a perdere tutto, per un attimo, un attimo incoerente, inaspettato. “There is no reason to live” suona la canzone alla radio: mp3 n.19, chissà perché aspetto che finisca per rimetterla dal principio, come non potessi sentire altro; il piano ha dei bassi così carnali, così profondi, i violini invece sono così alti, eterei; “there is no reason to live”, quanto doloroso e quanto bello! Sì bellezza, amore, dolore; ti sembra sempre di aver capito ma non è mai così; lo spettacolo del bello si rappresenta, ti osserva, com’è affascinante! Così depravatamente dolce. Ne sei irretito, ti cattura, e non ha niente a che vedere con l’amore. Amore e dolore si scambiano i vestiti, si abbracciano e si confondono; all’improvviso si tuffano in acque nere e cambiano viso e aspetto e tu… tu forse riesci a piangere, forse per un attimo a sognare e quasi ce la fai ad afferrarli; ma no, lo so, raggiungi la vetta solo se riesci a perdere tutto, a sussurrare, bisbigliare in silenzio. E no, no… non guardarli.
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Prendo compasso e matita, li faccio volteggiare in aria come pianeti, secondo orbite precise; oggi voglio misurare il presente, lo stesso che buca la finestra e bagna di luce la pagina. Ma non ho seme da piantare, niente da offrire se non istantanee di vuoti di memoria, vivide cicatrici senza suono del mio corpo nudo. Uno scudiscio afferra la mia mano, un capestro i fianchi. Un’acuta sensazione di labilità, una lucida percezione di spossatezza s’incarna dentro come linfa trascinata a forza per il collo nei tenebrosi condotti di una pianta. Una ricerca senza frutto è solo figlia di una ricerca senza mire. Per questo i grossi batraci sul fondo dell’inguine umido della collina si stringono fra loro pigramente, indifferenti alle generazioni che verranno: partecipano al sonno solitario e caldo che mi è concesso. Non hanno voglia nemmeno di accennare la soluzione, ammiccarla con una leggera scossa della testa. Sono appagati di restare sepolti, timorosi che il mattino non abbia troppa fretta di accompagnarli fuori dall’oscurità. Dormo: vorrei poterli scegliere gli alberi, vorrei poter scegliere la luna senza che chi sta sotto la città sia liberato dalla sua tela. Vorrei assistere una volta alle gare stupide delle ore dalla tribuna, fuori dal gioco, in modo da non consumare il tempo. Ma il toro è stanco nell’arena, vede già il suo deserto; s’abbuia la luce, fiotti di sangue gli colano sulla criniera, lunghi rivoli di sangue zampillanti dai fori provocati dalle medaglie, dalle spille, dalle bandierine appuntate sul petto durante la vita, matador che ti hanno assegnato alla nascita come controllori sull’autobus o insegnanti a scuola. Confondo la muleta con il mio stesso scalpo; mi tuffo di testa, cerco di vedere il lato concavo dei miei occhi; è questa la morte? o è solo un’altra inutile ricerca? Volteggiare spensierati e dimentichi contro i capricci del tempo; danzare, far ballare sobri un corpo ubriaco è solo un inutile slancio vitale gridato contro le universali e spietate occorrenze dell’essere.
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Nonna non aveva mai imparato a scrivere. Dipingeva apostrofando la sua ‘x’ senza vergogna come ci si corica la sera sotto le lenzuola, nudi come vermi. La firma era una trapianto d’organo, la resurrezione di Lazzaro, la presa di coscienza di una potenzialità. Ne andava fiera. Per lei era un vanto come una fuga d’incontinenza scoperta al mattino, a ricordare che siamo acqua. I suoi tratti obliqui erano cancelli, recinti. Zittiva quelle carte boriose che non sapevano parlare, le imbavagliava. Nonna era un racconto muto di fazzoletti bianchi, una processione sommessa di zucchero filato nelle prime ore del pomeriggio della domenica delle palme, una veglia che nessun altro avrebbe saputo raccontare. Il guanciale dell’ospedale, caldo, sudato, privato del tuo corpo, è rimasto come una sindone sospesa fra i miei pensieri. C’è impigliato il tuo sorriso dolce tradito da trappole di carne, umide, senza deglutizione, come un soldato bocconi, infangato in una trincea, gli occhi spalancati, attenti, sicuri di non riconoscere la morte. Ti ho baciata in fronte prima di fuggire, prima che il corpo esplodesse in una fontana di fuochi d’artificio, le parche di plastica del tuo travaglio. Hanno alzato gli occhi, dopo aver reciso il filo, la faccia coperta dai coriandoli del tuo sangue. Ti ho dato la bocca; tu mi hai prestato le mani. Non so più scrivere ora; ho tolto le lenti, non vedo bene, ho le dita tozze e rugose, rallentate dall’artrite. Bisbiglio il tuo kyrie, rumino come un copista medievale trascrivendo la legge del signore, il DNA sporco della sua coscienza. Ho abbandonato un piccolo gattino scalciandolo giù da un auto in corsa, sull’autostrada. L’ho tagliato con due fendenti confondendo la tua penna con un pugnale. Non gli ho permesso nemmeno un morso innocente sulle nocche della mano. Ho chiuso l’album dei ricordi, preparato le buste, riempito i biglietti d’auguri. Li ho appesi alle porte dei negozi, nella bacheca delle biblioteche, soprattutto in comune. Ho festeggiato; ho parlato ad alta voce. E ho pensato a te nonna. Ho pensato che sei morta in pochi istanti dopo che ti avevo baciato sulla fronte, mentre giravo la chiave nel foro dell’accensione. Ho pensato che non è Natale e che non c’è mai niente da festeggiare; e che l’unico svago, l’unica gioia, è svegliarsi e non aver niente da fare, penzolarsi da un balcone e far finta di pescare, guardare un lampadario e cercare di dimenticare. Stare in silenzio. Fumare.