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Lasciano sempre impronte di ratti le foglie di tè sul fondo del mio bicchiere. Pericolo e perdita sono i guaiti dei cuccioli legati agli alberi sull’argine del fiume quella volta che c’è stata la piena, che mi rimbombano ancora in testa; le farfalle cometa e i lemuri dagli occhi azzurri sulle pagine dei giornali, spauriti, con cinque dita; i cinesi che spingono il cassonetto dell’immondizia come avessero deciso una recita da clochard dopo averlo riempito di stranezze; l’odore dei cipressi e la gioventù sui motorini, che s’infilano a spirale per la tromba d’Eustachio come corna d’ariete; il verso nasale delle capre in equilibrio precario sul margine della scarpata; chi bestemmia la senilità al piano di sotto; le ossa incartapecorite di papà, trascinate dalla sedia al divano come tanti piccoli bagagli; l’acqua che gorgoglia luccicando sempre diversamente, affilata come le tibie di una mantide. Pericolo e perdita sono sempre al passato perché ciò che siamo è allo stesso tempo ciò di cui ci si priva. Neppure le cose che penso di sapere adesso, mentre cerco di sfuggire, ridendo, i draghi di Komodo, sono vere; proprio come quelle che pensavo di sapere una volta. So che ho perso la vista un giorno, davanti al tabellone dei treni, ma non ricordo quando. So che fra i boschi di queste colline tua sorella morta ha masturbato per la prima volta un ragazzo, e questa è l’immagine di vita più bella che all’improvviso ho di lei. Ma è la mia vita di adesso, null’altro, multiforme e randagia come una grande città; provvisoria, come il mercato delle vettovaglie, autoreferenziale come lo sbuffo di quando hai mangiato troppo, come un brontolio in pancia. Anch’io sono un’emanazione, travestita da protesi, di tutto ciò che si corrode. Percorro il solito viale asfaltato lungo il fiume, per soli pedoni e desidero follemente poter ripassare con una bomboletta la scritta sbiadita che qualcuno ha lasciato forse qualche mese fa, affinché lei, passando ogni mattina per andare a scuola, la possa vedere ancora. Hai sparato in alto quella volta. Ma ci vorrebbero cera dalle orecchie di una tigre ed alcool dagli zoccoli di un cervo per poter vivere di nuovo una delle scene da ubriachi alla Denis Johnson, in una vecchia baracca adibita a saloon, prostituita alla jungla del Vietnam, dove c’è solo vita perché c’è solo lotta, invece di inciampare sulle pigne e i vasetti di vetro della conserva, pieni di pinoli; negli asparagi e nelle dighe, nei paguri, le chiocciole e le more; nei nidi dei passerotti sui rami bassi della scogliera, nei merli che non mangiano neppure lo zucchero e il latte sulle tue dita e presto muoiono in gabbia, nei batuffoli di cotone; nelle tue gambe pelose e nelle corde delle altalene; nelle scarpe da ginnastica di marche affermate, ma non alla moda, diverse dalle Nike Air che mi ostino a comprare, nonostante sia assodato che ci passa l’acqua; di fronte alle facce dei genitori alle reti dei campi di atletica, ad assistere ai trenta metri; papà. Lo so, diresti che avrei dovuto imparare più cose osservando, per esempio, come si fa a far sembrare antica una cornice con la colla vinilica per i rilievi e i colori acrilici per l’invecchiamento ad Art Attack, la domenica mattina, e forse sarei finito a stendere la pizza, il sabato sera in un locale, con una ragnatela tatuata su un avambraccio e una ragazza originaria di Tel Aviv, felice. Forse avresti ragione, e davvero mi vorrei ribellare a come è andata, ma c’è qualcosa che non si può rompere perché se ne fa parte. Questo penso significhino i tagli nelle tele di Fontana: mi sono chiesto più spesso se qualcuno ne sarebbe potuto uscire piuttosto che se sarei riuscito ad entrare. È tutto così sereno e lineare che sembra impossibile che qualcosa si possa fermare, che la realtà si possa aprire, che si possa partorire: la neve rosa e due figure che procedono in lontananza, oltre il cancello, il vento che non cessa mai di riprendere, il rumore dei motori delle auto, vicino e lontano, verso il Decathlon, il McDrive o l’inceneritore; il verde grasso e la puzza di metano della falegnameria Mannori; poi il Bricolage, Pam e Unieuro. La famiglie spingono i carrelli; io ho in testa un carro di stracci di lino, un cappone avariato, e una rigattiera allo sbando fra i fumi delle macerie della guerra dei trent’anni. Colpa dello spettacolo. Le immagini tristi mi perseguitano. In qualche modo riesco a conservare uno sguardo muto e dolce da spazzacamino, che spesso piace alla gente. Da parte mia vorrei essere irriverente e avere una camicia strappata. La sera alla tv invidio ogni assassino nella boscaglia o lungo il ciglio di una strada sconosciuta, braccato come un animale, la maglietta appiccicata al petto per la pioggia, la mota sulla faccia, fin dentro le narici. Le stesse narici su cui ogni giorno rischiamo di evaporare, dove per poco ci si secca mentre si indossano All Star rosse, deformate da una cattiva postura, e calzini di cotone grezzo; attraverso cui inspiriamo, raggomitolati dentro piumini rosa da bambina o a cavallo di selle di vespe senza pelle; respirando con forza all’interno dei desiderati cessi mobili Sebach o sotto le azalee rosse e bianche sui balconi, fumando al tavolo del Caffè 21, tirandosela un po’; seduti sugli autobus che non prenderò. Autobus della LAM: linea alta mobilità; l’autobus che adesso arriva da Santa Lucia, dove è nata mamma, nel giorno più freddo dell’anno. Si ferma qua, vicino alla scogliera rossa: il primo e l’ultimo giovedì del mese i cocktails sono a quattro euro. Immagino ci sia tanta gente l’ultimo e il primo giovedì del mese. Forse ci sei anche tu. E ogni giorno, di fronte a tanta abbondanza cui partecipiamo, non posso che ripetermi che “è stato bello”, quel ‘bello’ con cui si definisce ogni cosa che non ci appartiene più e che in fondo non rivorremmo indietro, come la visione delle coppie abbracciate a sbaciucchiarsi sulle sedie di plastica degli wash & dry, o la depilazione indolore dell’estetica cinese Amy; come passeggiare sulle reti piazzate nei punti scoscesi del giardino di san Donato dove ancora non è cresciuta l’erba, e in cui, ad ogni pausa pranzo, mi inzacchero le scarpe; come i modi assai egoistici che ho per scusarmi. E tutto passa, perché facilmente lo trascuriamo, e anch’io mi restituisco volentieri, come un habitué, al mio dolore alla retina, ai miei polpastrelli in fuori, che così spesso ti fanno tanto ridere, e alla dolcezza della fontanella che ancora hai in testa, che mi tiene così in ansia. Mi restituisco alla vera vita di quando sono solo oltre il ‘qui e vestiti’ del giorno dimenticato in cui abbiamo scelto di giocare. Ripercorro a ritroso l’argine, nascondendo in tasca la bellezza che pretendo di vedere ovunque e che millanto in me, la bellezza degli altri e del mondo, quella che se ne va imbellettata e sensuale per le strade e dentro le persone come una troia. A casa, senza rimorsi, di nascosto, la tiro fuori e la butto nel cesso.

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Questa pagina pubblicizza un libro sulla sofferenza, dove si spiega come liberarsi dalla solitudine e dal dolore; mi propone di incontrare dei gay a Firenze cosicché mi possa divertire a conoscere ragazzi unici della mia città via SMS e web. Questa pagina mi aspetta. Io intanto faccio penitenza come fossi uno dei membri della confraternita di San Lorenzino, un po’ sbronzo, fra sorrisi, prosecco e condiscendenza per le conversazioni di lavoro. Sotto le volte affrescate la gente banchetta addensandosi e spingendosi come formiche su una mollica di pane, tirando a gara da ogni parte. Mi ricordano i girini sotto l’erba lunga delle sponde del lago, quando uscivo di pomeriggio insieme a papà e passeggiavamo per ore. Qualche anno fa si pescava ancora in quel piccolo lago. Adesso è abbandonato. Ricordo che mi sporgevo, entusiasta, dalla balaustra di protezione di legno come per guardare dentro le loro bocche, fin quasi a cadere. Era liscia al tatto. Era rassicurante. Allora correvo spensierato, e ogni cosa che vedevo era precisamente quella cosa, non un’altra. Le rare volte che mi capita di ripensare a quei pomeriggi, immagino che sia sempre autunno lassù, e che a sera, quando si vedono in giro poche persone, ci volino sopra, a folate, mucchi di foglie secche di castagno. Adesso non passeggio più con papà; faccio passi brevi, incerti, come in un campo d’ortica, con gli arti raggelati, timoroso che dietro ad ogni giacca si stia orchestrando un’imboscata. In fondo, in un certo senso, si pesca anche qui e in ogni luogo. Sui tavoli, coperti da tovaglie immacolate, sottili, appuntiti bastoncini di legno trafiggono le olive e i pomodori; i gamberi sono usciti dal loro guscio e forse le loro anime, tutte uguali, sentono freddo. Sono belli però, nel loro rosa pallido che spicca sui verdi dei vassoi pieni di fagioli, sui piatti decorati con spezie. È facile da accettare quando anche della morte si è fatta una questione di estetica. Dopo il parto la presentazione non è importante allo stesso modo perché si possono illudere altrimenti i genitori che quella sia davvero una nascita: i vagiti sono più graditi se in mezzo al sangue e alla merda. E poi c’è quel piccolo tubo che ci salva, quel piccolo tubo che, quando faremo pulizia, recideremo. Per ora è tutto pulito, intoccato. Quando avremo finito lo sarà un po’ meno. Ma qualcuno domani provvederà, porteranno via tutto. E allora forse per stasera possiamo divertirci. Forse già ci stiamo divertendo. Certo, non più di tanto; ma ci divertiamo. La compensazione del fatto che abbiamo reso moderati i nostri piaceri dovrebbe consistere nella loro disponibilità alla totalità delle persone; in realtà, nell’edificazione della società umana, ne abbiamo solo ridotto l’intervallo d’intensità e lasciate invariate le proporzioni. Ma l’importante è che ci siano i miei amici vicino: sorridono con le guance arrossate, un po’ eccitati e annoiati. Li guardo rassicurato, posseduto dalla fascinazione degli ubriachi quando le cose e le parole sono tanto empatiche quanto poco definite, come i fantasmi che vedo, sfocati e luccicanti, determinati nella carne quanto indeterminati nei pensieri, che tentano di sfuggire al pungiglione della morte. Se ci si fa caso le persone agli eventi, ai convegni, le inaugurazioni, le feste, tendono a raggrupparsi fra conoscenti, come i partecipanti un po’ svagati di una seduta spiritica, cui non necessita una particolare complicità se non quella del momento. Bisogna far finta di star cercando una soluzione o un finale perché è una regola che è valida sempre, come accendere un fuoco per i primitivi. E anche nelle pause di disinteresse stiamo sviscerando qualcosa di comune pensando ad altro, ascoltando ciascuno il pompare etilico del miocardio. Stiamo aspettando di mandare in frantumi l’uovo pasquale, che il fantoccio di carnevale venga issato sulla graticola e bruciato dopo aver gozzovigliato con salsicce e vino. Ne raccoglieremo il sangue in una piccola ampolla. Ogni anno ci rincontreremo per assistere al miracolo della liquefazione, come vecchi compagni di scuola che non hanno più molto da spartire. Cercherò di non dire una parola e di non cambiare posto perché la fregatura è il desiderio inconscio di non tornare alla stessa carne che invecchia, alla mia, alla tua, e che invecchia comunque; e l’impazienza di voler fare tante cose, vedere tante persone e alla fine avere la sensazione di non aver fatto niente. L’importante non si può trattenere in quanto non è definibile, e questa vita è solo una ramificazione da un tutto a cui non torneremo mai. La nostra metà è la meta che c’è in noi stessi cui non apparteniamo più perché ci siamo persi su un binario morto. È casuale, e la ricerca sarà vana e fine a se stessa, proprio come in questo simposio. La nostra lacerata immortalità non si può ammettere ma solo punire. E quindi mangeremo, danzeremo e celebreremo la vita. Ci sentiremo parte di qualcosa che domani non sarà più. Con Dioniso canteremo che lo facciamo per dimenticare i dolori, ma, in realtà, riempiremo i bicchieri di speranza. E allora magari vivremo da qualche parte, insieme, in un piccola casa, vicino alla rocca antica; una casetta con la facciata rosa su una stradina tortuosa, a strapiompo sul fianco della collina, puntinata della luce di deboli lampioni. E proverò a cantare in modo dimesso, senza voce, affinché tutto sia un interminabile interludio. Bisogna aver fegato per credere nella recita, quanto nel guardare in faccia la disperazione, questo è l’insegnamento dei ragazzi di via della Rivoluzione. E non ci credo ancora, ma sono convinto che la vita che si mette da parte senza accorgersi, si ritiri fuori solo in punto di morte come una vecchia lettera in cui ci esprimiamo come non ricordiamo di essere stati. A quel punto è già il momento di andarsene e raccogliere le proprio cose, proprio come adesso. Io raccolgo le parole, il giubbotto e il blocco di fogli che ho lasciato sulla sedia. Li porto con me, ciascuno al proprio posto, sistemati come un collezionista sistema i francobolli. Intorpidito fronteggio la strada e perdo tempo nei silenzi, nelle parole non dette, negli atti mancati. So che, se non perdo tempo, perderò i silenzi e gli atti e le parole. Queste vie che ho percorso tante volte durante la mia breve esistenza non sono più le stesse. Tante delle facciate sono diverse, sono cambiate, alcune ridipinte. E io sono ciò che vedo. L’unica cosa che con piacere scopro in me essere rimasta invariata è la strana e acuta sensazione di compassione che mi scaturisce dentro alla visione fugace dei titolari in piedi nei negozi vuoti, negozi d’arte, con la giacca verde e arruffati capelli bianchi; persone che probabilmente sono felicissime ma che mi preoccupano più dei malati sui letti degli ospedali, come se a quelli, piuttosto che a questi, avrei potuto fornire un appiglio dove non ci sono più appigli, come fossero bambini nati senza spina dorsale. Ma non l’ho fatto, e non lo farò, perché non ne ho voglia e mancano le occasioni per rendere tutto più facile; perché certe cose vanno come vanno: i giapponesi camminano con le punte dei piedi rivolte all’interno come la punta di una freccia, sorridono sempre e non hanno mai dubbi; gli occidentali invece perdono spesso la bussola per niente, mancano di lucidità e provano una certa insofferenza per le matrici, anche se poi le usano e le subiscono. L’olivo di via dei Georgofili ha poca terra e non potrà crescere molto; per di più non c’è una stanza per gli ospiti nella casa alla fine del mondo. Così, come tutti, torno alla mia, da cui ancora non me ne vado perché ho paura che quando andrò io, lasceranno andare anche loro. Passo di nuovo dalla stazione dove hanno messo dei cestini nuovi, colorati, verdi, gialli e bianchi: per la carta, la plastica e i rifiuti indifferenziati; i sacchi sono di nylon, trasparenti. Ci si può guardare dentro come a cavallucci marini, per riuscire ad essere più introspettivi mentre si cammina. E cammino e penso a quella sera sui Navigli deserti, lisci e grigi come le aste di una fionda. Penso a chi ho conosciuto, a Tiziano che passa ore al bagno: immagini che magari faccia tutto con meticolosità e accuratezza, e invece finisce per pisciarsi sui pantaloni. Penso a Tiziano che esce aprendo lentamente la porta, abbassando piano la maniglia come una vecchia zitella con i capelli radi e il fiato corto. Penso alla psoriasi che gli morde il collo, dietro la nuca; al suo viso che è uno scoglio pieno di mucillaggine dopo la risacca. Penso a Tiziano che ti guarda con lo sguardo pieno di fiducia, umile e un po’ spaesato, lo sguardo di chi confida che gli altri possano per una volta passare sotto silenzio la visione della sua debolezza. E infine torno a questa pagina che promette di farmi sorridere con dei semplici allineatori trasparenti per i denti, per adulti e bambini; o con degli smalti l’Oréal Paris, per unghie sempre perfette; e forse queste cose possono costituire davvero una soluzione quando sei sopraffatto dall’apatia e dallo stordimento; quando l’unica cosa che pensi di aver scoperto è il fallimento. Forse solo nella frenesia della trasfigurazione si può dimenticare un momento la morte e credere nell’amore, solo in ciò che è per definizione permeato d’inconsistenza si può aprire una faglia e arrivare ad una sintesi. Stasera limerò accuratamente le unghie, mi vestirò bene; e forse domani, quando mi sveglierò, fra le lenzuola, con la testa alzata, incredulo, come una foca monaca, potrò rivedere attraverso la finestra quel mattino rosso sotto un ponte coperto della Madison County, prima che tutto avesse inizio, prima di iniziare a perdersi, prima che questo periplo mi costringesse a non guardare nel fondo buio della forra.

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Non c’è niente di più bello della partita numero due per violino in re minore chaconne milleequattro di Johann Sebastian Bach; perché c’è tutto il mondo e perché c’è tutto me. È una di quelle espressioni che vanno oltre l’arte, a tal punto da negarla; tutti ci parlano dentro sulla falsariga di un’onda instabile e nessuno ne può capire il brusio o riconoscere la voce. La musica è una nascita interminabile, mutevole e identica a se stessa come una cesta di ceraste; è un parto senza culla, ed è più resistente al di fuori di un supporto perché quello non è mai proprio la sua forma. Ogni altra cosa invece pensi sia piena di possibilità, mentre è già conclusa, e lo sapresti se solo lo spazio di una vita bastasse a ricordare. La scoperta più vera è quella dell’ovvietà, come un neo che c’è sempre stato sotto la pianta di un piede, come un minerale sotto al fango in una miniera, una rana che sguazzi in una granocchiaia. Affrontare la banalità, essere uomini in mezzo agli uomini, approfittare della vita, è stupidità, volontà di rappresentazione, perché uomini lo siamo comunque, senza possibilità di scelta; e gustare un caffè, invecchiare, cercare di relazionarsi con gli altri, guadagnare, giocare, sono l’unica abominevole e gradita verità. Niente mi è mai sembrato più pregno di significato di quel verso di Sylvia Plath che recita solo mamma mamma mamma e papà; di Alda Merini amo i farfugli da manicomio, quelli di cui non può scrivere ma che le si leggono negli occhi. È ciò che non si può fondere che cerco come un entomologo fra queste persone e questi oggetti, che ti vengono incontro uno dietro l’altro come file di barattoli. E se niente si distrugge, è vero anche che nulla resta se non piccoli granelli d’oro passati con le mani fra i capelli sulla testa. E per un po’ ancora lo so com’è andata, anche se non so per quanto; e già non ricordo con quanta consapevolezza ho vissuto distratto ed esacerbato dalle strisce bianche e nere delle zebre, fra tutte queste cose andate in velocità, taglienti e ferme, invadenti, maleducate nell’aria, aggrappate alla stessa caduta in un ammasso di superstringhe. Cerco un diversivo per la stretta della non entità, con la solita voglia di sorprendermi e la fatica, tutto mischiato insieme. Provo a sfuggire alla bocca che divora tutto senza sofferenza, come premesse un tasto per cambiare canale. Di quella bocca sono lo spazio, curvo di gravità, e vorrei esserne anche l’avanzo. Giuda partì dopo aver gettato l’argento a terra nel tempio e andò ad impiccarsi ad un ramo. E non fu peccato. Giuda è l’unico eroe della mia vita costretta a raccontare le persone sui treni, consumata anonima fra i poliziotti sprofondati nei sedili a gambe larghe, cui cede la pancia a furia di controllare gli altri e trascurare se stessi; fra le adolescenti affette da mastodinia e le ragazze un po’ più adulte con la carne deformata sotto al mento per il peso del cibo sulla parte inferiore della cavità orale. La conosco l’umanità, ma solo quando tira vento e la luce invernale scheggia la facciata di Santa Croce, appena sveglia, lavata col sapone. Negli altri momenti la dimentico facilmente. Siedo per decine di minuti sulle panchine di pietra, osservo i gruppi di handicappati con pochi denti, sempre sorridenti, scrivo qualche appunto sul frontespizio o sul retro della copertina dei libri che leggo. Mi piace quando li porto tanto a spasso e ci lascio l’impronta di sudore delle mani; sono come fidanzate gentili che non ti fanno vergognare di avere un corpo fragile, che fa acqua da tutte le parti. Spesso ho la testa vuota e il culo freddo e faccio spazio solo all’eco come una pietra cava in fondo ad una cascata, come l’impronta del mughetto sulla porosità della tua lingua. La gente si affaccenda. Mi raggiungono gli odori di ogni volta che sono stato qui: il profumo forte dell’erba bruciata e i sorrisi enormi e sconsiderati con le teste all’indietro, il profumo irresistibilmente tragico del venditore di lampredotto, quello raffinato delle mele caramellate acquistate al mercatino tedesco della città di Heidelberg, con le caratteristiche piccole bolle sospese all’interno della crosta rossa, segnate dall’inappartenenza, come una predizione. Bolle come aerostati sopra a microscopiche case, bolle come apparati digerenti, come complicatissimi termitai. Bolle piene d’elio e nauseabondi enzimi. Bolle che fanno pensare che il dolore non è patologico, ma è un insanabile latenza di cui il piacere è una semplice sostituzione. Noi e il mondo siamo come i piatti di una bilancia in cui l’equilibrio si ristabilisce per manducazione e assimilazione. Noi e il mondo siamo il mangime per i polli nella visione della preapocalisse nella sinagoga di Cafarnao. Solo che, egoisticamente, vorrei esserne l’avanzo. E la cerco la consolazione del Paracleto ma non riesco a trovarla nei bimbi che invecchieranno o peggio si ammaleranno presto e moriranno, non ce la faccio a scoprirla nelle parole non dette della confusione, nei pantaloni da lavoro sporchi dei migranti, negli affreschi consumati, nelle cicche scolorite e nella polvere incastrata fra le pietre secolari di questa piazza. Passano i minuti e si fa più freddo quando si avvicina la sera. È sempre solo una questione di tempi: tempi lunghi o brevi; mai tempi morti. C’è sempre qualcosa da fare, fosse solo per la voglia di pisciare. Lunedì devi fare un favore a un amico. Ha chiamato ad un’ora strana e non è strano perché ha chiamato per questo. Gli studenti ti hanno contattato per il prossimo esame. Rimugino che eppure hai cercato di dire confusamente, fra i lazzi della tua modesta credibilità, che quello no, davvero, non era importante. Ma evidentemente non l’hai comunicato bene. A sera restano queste note e i libri sugli scaffali. Sulle copertine ci sono tante facce come le foto sulle lapidi; tutte hanno l’espressione fiduciosa di chi ha già terminato e di chi ha ancora tutto il tempo di concludere qualcosa. La giacca della tuta appena acquistata da mamma e papà riposa esanime sul bordo del letto, staccata dai ceppi della gruccia, rassegnata alla sconfitta. Chissà che pensa così concentrata in un punto solo, così derelitta come un fanciullo nel suo autismo, come un fanculo d’espressione, come qualunque cosa che non sappia parlare e vedere e ascoltare. Sommessamente mi infilo sotto le coperte, allento i tendini nella distensione, antinomica a ciò che è adatto come un cunnilingus alla depravazione. Prima di addormentarmi confido di nuovo, ingenuamente, nell’isotropia ontologica di un’ennesima mutazione. Mi viene in mente che neppure per una volta ho provato il desiderio di pregare.

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Cinquantadue, cinquantatre; carrozza cinque. Le stanze di albergo si dimenticano presto perché sai che ti appartengono solo finché le abiti. È una questione d’egoismo; l’ironia che si paga per perderle. La sera, sul letto, cerco più volte di masturbarmi. Lo faccio senza convinzione, per occupare lo spazio, marcare il territorio come i cani, pensando alla biondina notata poche ore prima in un locale. Era accompagnata da un uomo incredibilmente brutto, pelato, con la testa grossa e gli avambracci villosi, i polsi larghi. Il suo contegno appassionato e cordiale ha suscitato in me la supposizione di un accomodamento mercenario. Probabilmente un errore, colpa dell’invidia. Stringo le dita sul glande come su un raspo d’uva. Non ne scaturisce alcuna eccitazione. Rimetto sù le mutande. Un atto fine a se stesso sarebbe confessabile ma indelebile, senza eiaculazione o saldo. L’amore è un travestimento che può essere svelato solo pagando. Un fastidio alla trachea pungola sui pensieri. Resto per un po’ internato in uno stato di spossamento. So di avere la tosse. Qualcosa in gola non mi permette di concentrarmi sul sonno. È proprio adesso che mi addormento. La sveglia non interrompe mai un viaggio: prolungamenti delle stesse strade, queste strade. Non diverse. È squillata già da qualche ora, come una malattia cronica. Abdico alla conferenza per spingermi ancora più a nord, cerco la fuga nel paesaggio urbano che tende ad ammassarsi su se stesso, ingrassando in vista di un culmine ogni volta illusorio, aumentando per compensazione di dislivello come il piscio nella vescica, emettendo lo stesso gorgoglio dei liquidi nello stomaco, dell’acqua fetida in una cassetta di scarico. È pieno di rumori e tutti ci stanno dentro. La gente scivola sulla strada, ognuno nella sacca di se stesso. Ovunque scontri, accelerazioni, collisioni; metodicamente attutite. L’eutanasia di cui si parla non si pratica negli ospedali; nella vita è consentita e taciuta: come fosse diverso costruire dentro da fuori. Ma l’invisibile non può essere monito o esempio. Schiacciamo gli individui come scarafaggi affinché siano affilate proteste; contro le persone aboliamo la reciprocità. Il freddo è pungente; mi bruciano e formicolano i polmoni. Sento il corpo come zucchero filato, deformabile ad ogni contatto. Penso come tutto dev’essere strano laggiù, sotto le piante dei piedi. Comincio a perdere sensibilità. Torno a fatica in camera fingendo normalità. La notte è straziante e lercia come la fica nera di una bagascia. I muri sono luridi, organismi organici che respirano metano. Sogno la fabbrica di vapore del domani. Al mattino, accomodatomi nello scompartimento, passo il tempo a sbirciare in un test psicologico di un presunto dottore che occupa col gomito tutto il bracciolo fra i nostri sedili. Volta le pagine con interesse e professionalità, con le mani sciatte, facendo lo spelling mentale dei cognomi. Il paziente si chiama Francesca. Questa mattina non sa che sta correndo su un treno insieme a me che osservo le montagne svettare bianche in una striscia di cielo. Ha sedici anni. Certamente si è già fatta scopare ed è questa la nevrosi più vera, lo strazio dell’essere al mondo. Lui si nasconde in una barbetta appena accennata e in riccioli neri dietro al collo, concentrato come un prete in una missione. Le parole gli sfuggono ad alta voce, come starnutisse. Preme forte sulla tastiera del computer portatile. In un attimo di semilucidità canticchia una melodia quasi comprensibile. Di fronte c’è chi strappa una pagina da un quotidiano, la piega accuratamente due volte e la ripone, rapido, nella tasca della giacca. Poi, di riflesso, stuzzica la palpebra dell’occhio destro con il dorso del mignolo della mano. Grossi nei navigano fuori dalle maniche di una maglietta verde, dalle pieghe flosce. Capelli di rame sta per prendere un volo per Londra; per ammazzare il tempo fischietta, un po’ fuoriluogo. Altrettanto lo sarebbe alzare gli occhi per farglielo notare. Risate lontane qualche metro rimangono piantate come case. I campi tracannano dagli annaffiatoi. La certezza dell’isolamento mi scinde dallo scompartimento, dalle persone. Vorrei trattenerla per sempre come fosse il picciolo nato dal morso nella mela. A Milano condivido il materasso con l’amico di sempre. Mi racconta i suoi sogni, divertito e sguaiato, mentre, assonnato, posticipa la sveglia. Prima di andare a letto mi ha sfottuto per quanto sembro piccolo nel pigiama taglia XL. Ho trentadue anni. Abbiamo discusso prima di addormentarci. Possiamo ammettere ma non partecipare ai pensieri degli altri. Novantatre; carrozza nove. Un uomo anziano, preistorico, parla di iscrizioni e preiscrizioni. La cravatta gli si gonfia a gobba di cammello sprigionandosi come una serpe dallo scollo di un golf color vinaccia. Si è spiaccicato i capelli sul lato destro della testa spazzolandoli forte. Immagino che mi metta al corrente che quello è una dei tanti gesti assidui che compie ogni giorno, uno fra i più rilevanti per quanto riguarda l’essere collocati in se stessi. Una penna che corre fra la griglia di un sudoku sbarra un sorriso dolcissimo. Una mano sfrega sul foglio, un mento poggia sulla mano. Sopra s’inumidiscono le labbra. Fuori piove e c’è poca luce. Una ragazza indossa scarpe eleganti, calze nere di lana. Sopra porta un impermeabile. Ha un porro su una guancia. Là stazionano tre peli biondi. Passa qualcuno dal corridoio trainando a seguito la valigia. Una signora mi urta il gomito, fa cadere un giornale. L’ipotesi dell’altro è in ogni parte di materia e ne derivano percezioni sessuali e culturali. Qualcuna di quelle ragazze giovani alla fine della carrozza la scoperei. Continuo a chiedermi perché. Ogni aura è senza Laura, carne impenetrabile come l’acciaio. L’unica certezza in fondo è che sono su un treno, torno a casa, puzzo. La merda mi preme sul culo.

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Ho due strappi nei jeans, dietro la coscia e sul ginocchio: i jeans che mi vanno un po’ stretti, che mamma ha ricucito più volte a macchina sovrapponendo altri strati di tessuto; i jeans che mi fanno sorridere per quanto deve sembrare grande il mio cazzo a chi guardi sotto la cintura. Mi provoca tensione l’attenzione che metto nel cercare di non allargarli quando mi siedo. È una sensazione non strettamente legata a questo paio di pantaloni, ma generica, che riguarda tutto ciò che è deperibile, come la carta delle pagine di un libro che tu tenga in mano sotto la pioggia, come la pelle che sfrigoli su un oggetto incandescente. Ne godo per quanto m’inquieti, nonostante ne provi repulsione. Anche provocare e ricevere dolore e sofferenza sono induzioni dall’interno, da un impulso che spinge alla ricerca di una ascensione che sia solo personale. Non ha a che fare con l’impossibile interazione con gli altri; ne è solo una conseguenza. Bastiamo a noi stessi senza che sia sufficiente, e sono a posto come fossi in giacca e cravatta se indosso la maglietta verde militare con il colletto consumato, se le scarpe si sono un po’ inzaccherate di mota giocando a pallone. Avrei voluto nascere nero e negro e poter esserlo fino all’ultimo giro. Avrei avuto più possibilità di protestare la professione dell’indifferenza, oppure, al contrario, di professare la dislocazione della carne, la divergenza dall’associazione. Avrei potuto saltare sui treni merci senza sentirmi in colpa, dormire con gli emarginati che non hanno voglia di conoscersi ma solo d’incontrarsi e condividere calore. Non usano termini ma il linguaggio dell’incomprensione tramite il quale ciascuno svela i suoi limiti e i suoi confini. I discorsi sono reti, le parole un’intossicazione, dure come calcoli renali, indiluibili come i ricordi, inguaribili come un cancro ai polmoni. Cerco di sbarazzarmene passeggiando fra la gente che calcola, che apre le cerniere delle giacche e aziona la ventola; danzo snervato come una baccante, e invidio chi commercia in armi e si perfora la carne con tatuaggi e piercing, e sniffa sesso dalle narici. Assiderare al gelo della Russia, l’ibernazione: questo desidero. Cortei sciamano ed emettono il rumore di una vecchia che cucia sola col rocchetto; somigliano ad un’enorme indigestione. Intimidiscono con i profumi, i capelli lisci, i vestiti appariscenti, gli sguardi d’interesse o di disinteresse. Lusingano con i seni, con i cazzi, le fiche, i culi. È così da sempre. E i lombrichi strisciano e le radici continuano ad andare in profondità; gli uccelli cinguettano e il cielo tambureggia nel suo inutile tripudio per somigliare a se stesso. Non ci sono verità che restino da scoprire. Metto sù falsi occhi pigri in una selva di calcagni storti mentre cani regalano saluti agli sconosciuti. Squillano voci accaldate di bimbi che non si curano di ciò che hanno fra le mani, non ancora fuori posto nella loro stessa vita. Infilano le vie del mondo con l’energica semplicità con cui si veste una nuova maglia, con cui si rompe, calpestandola, una sottile superficie di ghiaccio. Crepita come una frattura irreparabile, come un pianto inconsolabile. I progetti sono gobbi e storpi. I verbi camminano all’infinito, galleggiando puri come la nudità; hanno ninfee per capezzoli. Sono terra, e hanno denti, e corsa. Affiorano fuori dal nulla. Abbandonano la realtà ormeggiata alla propria indolenza e lasciano le cose come stanno, facendo sì che siano costrette a fare i conti con la loro deformità. Prorompono fuori dal cuneo dove giacciono, incastrate, esistenze fameliche di vita come gatti selvatici nella boscaglia, scuoiate in magrezza, esfoliate come la vernice sulle ringhiere. Sono clavicole che raggiungono l’apogeo fuori agli orli brillando di sudore, libere da ogni postura cui invita l’abitudine all’involucro. L’essere è un vuoto costretto a riempire una vita che è ancora vergine d’afflizione. Ciclicamente, a brevi intervalli, sopraggiunge la costipazione e subito dietro ad essa, inaspettata, la flagellazione. L’ordine reinventa se stesso alimentando la finzione dell’evitabile, ma la creazione non ha storia e essere uomini è come saltare continuamente un ostacolo invisibile; c’è solo atto e niente essenza, come il sibilo nella voce. Quello che nasce è in fondo il nocciolo duro di ciò che è rimasto impantanato, degenerato in un inestricabile groviglio. E non resta che andare ed è come rimettere un libro nello spazio vuoto di uno scaffale, sistemato, affidato, concluso. L’essere prova soddisfazione dell’impercettibile ostentato fastidio di una liquidazione, di una piccola menomazione. La singolarità invece può esistere solo se inchiodata alla passione. Ognuno commette e subisce i suoi dodici stupri per le vie di Gerusalemme: è tutto qui il segreto dell’origine e dell’universo, e puoi essere nichilista di fronte al nulla quanto vanitoso in tanta vanità, purché tu faccia uso di te stesso indulgendo a delle parole o a delle preghiere, purché idolatri l’essere e non lo lasci svanire incubando ciò che manca, farfalla in bozzolo, uomo in case e vestiti, opere, emozioni, leggi e principi. Voglio essere nero e negro perché l’abbandono, l’oblio e la solitudine sono la sola arte; perché potrei acquistare un coltello e una pistola e non avrei paura ad usarli per essere più veloce del tempo e dei miei e dei vostri occhi. Il coraggio del suicidio è la sola libertà. E in fondo tutte le esperienze invecchiano eccetto quella per esperire la quale invecchiamo.

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