nell’impenetrabile casino di delizia
della Kaffeehaus,
all’ombra della Fortezza,
sotto un sole di luce,
avremmo potuto vedere il dagherrotipo
dei nostri giorni insieme.
Forse avresti detto fosse la testimonianza
della ritirata di chi perde,
di chi non ha cura,
di chi abbandona;
l’impossibilità dell’altrimenti,
là costretta lungo il correre delle mura,
al verde di Verona.
Ma lo sai. Prima foste tu e il mare,
tu e i tuoi occhi,
pochi istanti d’immagine e ancora tu, cinta
dalla cinta del castello dei badiali.
Poi furono i profili del tuo viso, stratificati
in punti vista, nel vento d’ali che
bisbiglia,
a renderti reale.
Ancora, infine, i gabbiani
sulla superficie
liquida del fondo delle ciglia.
È da allora che ti ho intessuta al piano di un me
che guarda gli stessi voli nei tuoi occhi.
Dai tremori della taranta, dal mare delle Tremiti.
È da allora.
Per poter continuare a tornare come eravamo,
dove e quando siamo stati,
in presenza;
innocenti,
senza aver posseduto la confidenza
di cosa dirà il tempo di me,
di te
e di noi stessi;
dementi,
amanti in lotte di parole,
negli istanti di avvistamento di chi saremo,
nella wunderkammer del tuo cruciverba di spille,
il disegno della bambola voodoo che mi hai mostrato un giorno.
E lo sai. Tutto è stato ed è
equivocando
e no la pretesa
che tutto si possa ancora ripercorrere
in una mano,
tesa;
… e che ogni notte
non sia ancora troppo dentro e
oltre per un’altra
buonanotte.
Un giorno ci ritroveremo
e non serviranno parole.
Ti prenderò per mano,
in silenzio,
e ti porterò ad ascoltare i grilli
nella notte lucida di pipistrello.
I nostri passi saranno morbidi
lievi,
come la corteccia di stoffa
della foresta immortale.
Non dovrai chiedermelo:
mi inginocchierò davanti a te,
e, bagnata di luna,
leccherò le tue lacrime
di resina di pino.
Le tue spine trafiggeranno
il mio corpo.
Nessuno oserà più separarci.