Mi hai mostrato le tue dita di rosa: piccole, bianche dita. Le ho guardate steso sul fondale di un mare caldo, forse il mar dei Sargassi, come una vecchia anfora affondata assieme ad un carico di pirati. La tua mano è una piccola seppia trapassata dall’anima di luce che riscalda gli abissi marini; smuove la sabbia nella notte come abbaglianti di una macchina di sconosciuti che ti osservino con occhi vacui dai finestrini, con i palmi delle mani appiccicati sui vetri, la pioggia a travestirsi da lacrima; topi da laboratorio, a ricordarti l’incomunicabilità di essere vivi. Non c’è differenza fra un’associazione di carcerieri e una comunità di prigionieri: tutti si stringono indifferentemente la mano. Me ne sto su un letto di aghi di pino come un fachiro, irretito da milioni di code d’anguilla, viscide sulla bocca, a cercare di scartare con mani tremanti un regalo che affonda nelle sabbie mobili di un deserto d’incoscienza. Ascolto. Appena ti muovi è una scroscio di piccole biglie, una slot svaligiata dal sorriso dei miei denti scheggiati dalle increspature di corone di bottiglie di birra, fragili ali metalliche di uno sciame di locuste, branchie argentine di branchi di piccoli pesci che marciano in schiera, picchiettano sulle rocce, sfregano le labbra. Euforia di essere travolti. Ma l’immortalità che mi hai donato non sarà senza pene; non durerà o durerà troppo. Mi vedrai scoperchiare vasi d’astio, di rabbia e di sogni; nasconderò droghe dietro le boccette profumate dell’armadietto del nostro bagno, poesie sotto le tue magliette rosa, orina sotto le coperte. Ogni mattino mi chiuderai in una stanza angusta, per andare a riprenderti la vita parcheggiata fuori dal nostro piccolo recinto. E io me ne starò lì a frinire come una cicala, a morire d’inedia sapendo di non poter morire, a sbirciare i tuoi sogni e i miei dal buco della serratura.