La mente ruota a compasso sulla parallasse delle tessere-nuvola dei tuoi vestiti, sopraffatta dal paradosso delle tue ossa. Lo spazio è il dagherrotipo dell’inappartenenza di uomini che stazionano toccandosi a una curva, su questa terra: esseri umani distratti venuti con niente per perdere e lasciare poiché tutto ciò che accade e si consuma sono le nascite di cui non prendi nota. In fondo è necessario che non ogni cosa si possa rivisitare per mantenere una ragione e un senso. Siamo stati traviati dal mondo come l’acqua dei canali, canali storti in ogni scelta diventati canali e scelte sbagliate, solo in te e in chi ha forza giuste, terribili per i cuori che diversamente da altri si strappano ancora. Abituarsi sempre e non aver imparato ad abituarsi al tempo che guarisce solo chi vive e non chi non sa essere se non una ferita e non ha tempo per voltarsi indietro ma indugia sempre con se stesso. Se ci tornassi adesso, la distruggerei l’impressione che il nostro limitare fosse una mancanza di appigli per chi sia appuntato a miserabili cose e questioni, e che fosse emersa e prepotente l’ancora appesa di ogni depressione, antinodo dell’espressione. Collassa la topografia anemica del paesaggio, perdo lo sfarfallio del viaggio in un magnete di coscienza. Il bello lo tengo per poco in ostaggio, il terribile è continuamente da nascondere, impossibile da imprigionare. La morte, sfuggente, recita la consapevolezza della morte mentre il traffico granchia e lava via la strada. Contorni di cose a vista ritagliano il cielo sotto al cielo e inquadrano il tuo culo, un tatuaggio, l’infastidita amarezza e il fastidioso dolore dell’amore. L’irripetibilità della stessa sofferenza e della morte sono la dimostrazione che il solo corpo esiste e redime l’illusione di una identità tenuta con i denti. Mi faccio largo a spallate fra ciò che siamo stati per rivedere senza meraviglia se ho ben cancellato, e invece mi accorgo di aver sempre risparmiato, estraniato ma ancora dentro, nella linea del punto di vista che consente di guardare la sfacciata presenza del contestualmente decifrabile. Non rivivere ancora. Non legare. Non generare né lasciare tracce. E poi invece mi guardo intorno e chi sono e tante contraddizioni: allaccio strette le cose, invidio la tua vivacità, l’esoscheletro dell’indipendenza terrena; titillo la dissolutezza incestuosa dell’abbandono e insieme i tuoi seni; dentro e fuori da una famiglia-polmone, in apnea, sposo lo scisma della tua lingua; e infine, prevedibile o imprevedibile, resto con gli altri, dico addio a me stesso, per magnanimità o disprezzo, e guardo, guado, cerco di afferrare lei, carapace verde smeraldo, elitre bianche, zonza irrequieta, di fiore in fiore; e dopo averla catturata, la faccio un po’ volare legata a un filo di cotone, presto saprà sfuggire, ma quanto basta affinché mi tenga un po’ compagnia e mi rassicuri. Vola: promiscuità di strade, gomitate d’autocarri, rifiuti, gomme, corpi, telaio, pressione, pelle, lubrificazione e nel punto più stretto me e soprattutto te, viso docile e frastagliato come sponda di lago, ninfea di lentiggini sotto un sole che svaligia il giorno. Nel punto più stretto te; e a te lo posso dire: il sogno che ho di bellezza è un desiderio di consolazione.