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Dove l’albero abbraccia l’albero mi piego alla foresta umana e cerco in te una chiusura, la cascata del limite nella sua misura. Se tu fossi un ciottolo di mare, allora forse potrei tornare, ma per ogni cosa che succede qualcosa non germoglia, per ciò che si fa altrettanto si disfa, quanto annodi tanto si scioglie, e da oggi a domani, dal respiro di ieri a un singhiozzo strozzato d’inappartenenza questo sussistere che ci lega è il nido che continuamente ricostruiamo, come Ceice e Alcione sopraffatti dal mare, e ha una pace solo fugace, se non solamente nei solstizi d’inverno, poco più nell’ebdomadario delle nostre reciproche tentazioni: oltre e dopo le corrugazioni, i dossi e l’impazienza di affrettarsi fra gengive alberate, sbavate, inumidite come le tue cosce, accompagnate da un sole svogliato, quel che resta è la misura di quanto hai conosciuto, un’infinitesima quantità di morte strappata all’inconscio. Ma se Medusa o Mercurio ti trasformassero in sasso, o s’aprisse la nostra custodia d’anima e le arterie s’innestassero in rami attraverso il linguaggio venoso con cui partecipiamo, allora misureremmo secoli e la nostra immobile, intricata conoscenza raggiungerebbe forse quell’equilibrio che cerco in tanta complessità. Foglie di castagno, jeans, cintura, mani, persone come denti che aggrediscono il domani, e oltre i denti le tonsille, tu dici che questa è la vita e io forse non l’ho scoperta, e un cazzo che nasce come dalla terra; e la natura lì in agguato, sdentata invece, e ci avvelena dai pori spiando ogni versione delle nostre espressioni. E poi il boato, vibrato della mia ribellione di sangue alla lussuria che ci fa appassire, perché appassiremmo comunque come funghi nei roveti, marciti non colti o sbarbati ferendosi le mani, e che impedisce di mantenersi in tensione immobili e pieni come venature di marmo e d’oro. Ma universi si riproducono come coralli e anche ciò che è per sempre per noi è sempre una volta sola. Trascorre la natura con la sua serie di annunciazioni di miracoli, distanze e viaggi; trascorre indifferente raccontando di me, di te e di dove siamo stati. Non so se siamo noi a incalzare i giorni o i giorni incalzano noi; visioni del passato aprono vuoti nel presente ma materiale è un ricordo quanto vuoto il vuoto che non sai percepire. Non esistiamo nel tempo né nella lontananza, non in potenza o nell’impotenza, solo in presenza. E sapere che la linea d’aria che ci divide a un certo punto si spezza dove tu respiri, infiamma, esacerba, acuisce la distanza.

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