La vita mi ha dato un figlio che è la tela fragile di un ragno per catturare le prossime occasioni; se è così e non ho generato allora forse è un inganno la rappresaglia al mondo di chi stringe saldi i pugni e le cose come radici. Non siamo creatori ma solo mezzi e ogni nuova esistenza è un nodo sporto e barcollante ogni giorno dai sostegni del nocciolo pensante che da sempre riempie un vuoto di madre. Ma oltre la solidarietà per la sacralità infranta di ogni legame ciò che mi manca è la possibilità della mia nella tua voce. La rete neurale delle presenze che mi tengono a galla soffoca ogni scostamento: inchiodato ai blocchi del Palazzo dei Diamanti o con la smorta trasparenza di chi batte i denti d’inverno sui canali a Chioggia. Viste e direzioni su cieli che grondano sangue. Faccio del picco e della valle l’encefalogramma del mattino. Il prossimo viaggio è un salto di pulce fuori dalla propria presenza. I miei compagni di vita di oggi sono statue scolpite da una idea, casuali o preordinate non importa, credo che anche la nascita e la morte siano consuetudini inveterate di una forma sociale. Non quello che hai fatto nel mezzo ma quello che è stato fra i due estremi è un’onda all’infinito che trascina con sé l’assurdità di dire che chi ti ha preso la vita ti abbia dato la libertà. Mossi sulla cresta d’ellissi con impazienza, foga, impertinenza, ingannati dalla possibilità di esprimerci in connotazioni di gesto, traditi dalla sete d’imbastire idoli d’immobilità, accompagnati dal pianto in uno sforzo di creazione e sostituzione di oggetti amati, nell’amplificazione del riso cerchiamo senza riuscire di affacciarci liberi alla scarpata di memorie ai cui piedi s’annoda il torrente furioso della vita. Ma ogni ricordo è allo stesso tempo un dedalo e un idolo di una religione che non c’è più; è un figlio che nasce dalla schiena come rondine dal tufo e cresce nella bocca della terra. Ed esso serra il dolore per ciò che non ho visto, per le vie e i negozi vuoti come orbite; aguzza la rabbia da stringere i denti per ogni cosa che non dura e mi strepita dentro la carezzevole dolcezza di te che mi rimproveri i maldestri tentativi di aggiustare una forchetta. Ho sempre voluto, provato ma non sono bravo a riparare, rimettere a posto, ciò che degrada e si rovina mi libera e delude. Mi offende il tempo e l’estensione che non può che inerire in noi pianti e sorrisi come giorni di pioggia e sole. Di quante stagioni sei fatto per cancellare ogni cosa di tante è fatta l’indifferenza, e non so se sia più giusto essere indifferenti ai fatti o fatti d’indifferenza o differenti dai fatti, o forse meglio semplicemente fatti. Mi sento così in colpa per il figlio che ho generato, verso le persone la cui fiducia ho tradito con la sopravvivenza. Ogni giorno ricomincio da capo, come Sisifo, in uno spazio multidimensionale imperniato sulla biunivocità che esiste dove tu esisti e io. Vita è bestemmiare l’amore della dolce attesa dell’ennesima fragilità e un memento: due battelli di pescatori che incrociano al mattino come gabbiani nel porto di Barcellona.