Fluttua il peso come nella portata del fiume di fronte al forte, leggera geometrica scultura di marmo che taglia il vuoto con la luce. La sostanza dell’elaborazione la solleva e mi estende in una viziosa e noncurante intimità con me stesso, vulnerabile alla stessa covata solitudine del vino che fermenta e bolle e un giorno ti esce come sangue dal naso. Sono un abisso di scatole e parole e tu mi dio, oggettivato in forme d’inclusione, in montagne di marmi, dio esaurito in me come rappresentazione, luce naturale, le hai accese in sostanze. Ogni cosa versa sull’altra e s’incastra. Colline si spingono e inginocchiano alberi, pioppi, sotto al cielo. Passo oltre l’american diner e l’anacleto scarabocchiato. La chiesa di sant’Ermete si staglia maestosa nell’aria fredda e limpida, elettrica, presagio del corpo santo sull’albero maestro della mia vela. Poi conche per mareggiate. Cani festosi. Pontili di gabbiani, pennellate di bianco verso il nulla. Una sciarpa rossa stretta e la mia ubriachezza. Risate soffocate dalla marea. Cazzi intirizziti. Tensione sessuale, asprezza, disarmo, feroce. Venti incitano, auto smussano, persone divorano: attività basiche di persistenza. Seni gemelli, separati alla nascita; indifesi di fronte alle maree, allo sballo, agglutinati. Il pensiero un’istantanea erosione, un fendente di fiume, l’accensione di chi consuma l’esistere. Immagino forme e colori, brividi pelle; immagino e non posso la luce. Un’avvenire vago mi avvinghia alla vita con le sue mani concrete. Se tu resterai qui prometti di non difendermi; svanisca liquido da me stesso, dai campi dell’abbondanza e che il tempo non mi riconosca. Stare con te oggi. Non abbiamo parlato dell’Eldorado, la vita non dà tutto quel tempo. Non ti ho raccontato di Memise col cappello rosso, del cavallo blu, dell’eternità degli uomini nudi della crocifissione, né di Picasso sulla spiaggia con un telo verde che fugge un sole feroce. Non a te, chiacchierona come una gazza. Ho invece pisciato sui rami secchi che qualcuno ha raccolto sulla spiaggia. Mi sono aperto la patta e ho pisciato più volte, il mio corpo una terra di vortici di fiume dove Flora s’annoia; ho pisciato dilatandomi in un esasperato desiderio di unione e che tu m’ingannassi, maga Circe figlia del sole, mi trasformassi in maiale e mi pascessi di ghiande nel brago; rapprendendomi, ritirandomi, dando le spalle al bestiario fantastico dei tuoi gesti vivi. A sera, forse non te ne sei accorta ma, vacui spersi e stanchi per essere sfuggiti a una quotidiana rassegnazione; stremati, senza forza, nascosti fra le foglie delle voglie, nell’ascesso della mia e della tua ambiguità, semplicemente, irrimediabilmente, abbiamo partorito nella tua fica un cirro rosso d’impazienza.