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Ombra lasciva palpo le ultime gambe di sole di un eterno ritorno mentre la sera, muta, insacca laghi, pioggia e montagna con un taglio di forbice e furiosa dai ponti addensa occhi di mica alle case. Vado ai cessi che puzzano di vecchio e marcio, ai cessi che sanno di merda. Vado nei miei passi fusi alla musica di plastica che abita il notturno sogno di grazia; vago alle cose, alle mogli e alle figlie dalle linee anoressiche e i profili etruschi, alle vie di fuga in cui assottigliarsi e dissolversi come Sileni ubriachi; vie bizantine, tratti dove si sfiorisce, accenni che ricorrono e a tratti si rincorrono, mentre ululo e afferro ogni strada in cui il sangue ti camminava nelle vene, per camminarti dentro: a te che sei presente al niente di una breve distanza; e chissà se mai sia stato un uomo immenso, senza patria, che abbia ruggito, di fuoco, strappo intestino all’unico infinito locale personale, intuito nell’ombra della notte; respiro irregolare di una ortopunzione ortodossa. Prendo posto, mi accomodo; stretto, come sul sedile dell’autobus; porto a giro un carico, in orizzontale, in verticale, lo poso; mi rompo in pose, atti e posizioni. Sogno l’America chimera e la gioventù in colonne di una città fiorita; sogno sogni, singhiozzi della notte che ride. Spremo notti di dilemmi in poche dita di seme: se il padre impari dalla morte del figlio o il figlio da quella del padre, o se non impari mai nulla nessuno; e poi, che importa. Penso ai giorni di vita senza filosofia: il basilico e la caccia ai bruchi. Rapisco, stupro, saccheggio corpi; ballo la tarantella dei pederasti. Passeggio, vedo, rincorro il tempo, non diversamente da come fai tu all’Armani Cafè, in Saint-Germain-des-Prés. Sai, hanno potato gli alberi del nostro giardino e insieme ci hanno potato le braccia: sei in una città straniera, non ne provi dolore; hanno potato gli alberi al nostro giardino, ci hanno potato le braccia. La luna dalla finestra continua a ritagliare corpi, scolora e cova di macchie e brividi la pelle che sbuffa e s’increspa di mare come superficie di una terra che bolla di case, alberi e palazzi, che trema di civiltà nel suo inganno consueto di digestioni, valvole e membrane, d’avvenimenti di carta carbone. Qualche sconosciuto, come un padre, non smette mai di fartene ritratti, mentre tu ti sciogli per questa città d’acquerello e incandescenze nelle prostitute rasserenanti dalla fica amichevole di madre, che vestono strade storte; nei pagliacci olimpici e nei clown eletti in luce di fanale, illusionisti confessi d’inganno; nei trucchi della notte, bianchi come calce di cliniche opaline. E l’ebrietà è la tua sola poesia in cerchio che alita sulla città in un’alba d’antenne e croci.

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