140

È stato in un pomeriggio di qualche anno fa, vicino a Natale; è stato proprio quel giorno che ha avuto inizio. Anche le strade sono cambiate da allora nel quartiere, per far posto a nuove costruzioni, per interrare altre strade. Ruote su ruote hanno cancellato le tracce, ma tornare qua ormai è un vizio, anzi una necessità. Era quell’ora del pomeriggio in cui il giorno si stanca, diventa pallido in faccia e vibra, impaziente di andarsene a dormire. Si faceva sera insomma. Spirava un vento freddo e mi sentivo più vecchio dei miei ventinove anni; avanzavo attraverso la via alberata, nei pressi della rotonda trafficata, proteso in avanti, con i gomiti in fuori e il viso incollato all’asfalto al punto da distinguere la forma di ogni sasso. Ero diretto in quella galleria che frequentano anche Fantasio e Giò, per un regalo da fare a papà; un regalo più importante del solito, di maggior valore. Fantasio l’ho conosciuto una volta e gli ho pure stretto la mano. Era un signore anziano, avrà avuto una settantina d’anni; papà mi aveva detto che era stato malato, un tumore credo, e io tenni la mano sudata nella sua e lo guardai come si guarda qualcuno che sai non avrai l’opportunità di rincontrare; credo di non aver spiccicato parola. Lui prese il libro che tenevo nell’altra mano, l’aprì e disegnò sulla copertina, solo per me, fra l’invidia dei visitatori di passaggio. È un posto magico quella piccola galleria come lo è la strada per arrivarci. Mentre mi avvicinavo ho percepito che avrei ripercorso quel tragitto tante volte ancora negli anni a venire ma non ne capii immediatamente il perché; avvenne invece durante la notte della vigilia, quando abbiamo scartato i regali, quando papà ha allargato maldestramente le braccia pelose e ha mosso impacciato le dita sulla carta finché non l’ha strappata e mamma ha detto con indifferenza che quello era, in verità, un regalo che avevo comprato per me. Sorpreso, ma non troppo, provai la sensazione di aver cercato e perso senza aver trovato, che ci fosse qualcosa che avessi scambiato e che sarebbe somigliato a te, ed ebbi all’improvviso la certezza che certe cose si conficcano così profondamente nella memoria e con una violenza tale che risultano allo stesso tempo vicine, presenti e irrecuperabili per sempre, come una gamba amputata in un malato di cancrena. Era già scritto che poi ci sarebbero stati i segni dell’intreccio della canapa dura sul mio e sul tuo viso e gli scherzi e ruzzolare giù col culo per terra, e i calcagni all’aria, e oltre le chiome degli alberi che scivolavano via come l’acqua e tutto quel vento che avremmo potuto portare via a sacchettate e che invece abbiamo perso e lui non si è fermato. Adesso tu cerchi di non mangiare e sogni; sogni i profiteroles, le sculture rifinite in glassa e ostia, gli sposi di zucchero sotto i baldacchini di marzapane, cose che non invecchiano mai perché finiscono mangiate. In un certo senso, confusamente, è ciò che ci aspettiamo per ciascuno di noi: addentare, mordere come fa la poesia, o essere morsi; sentire il batti e ribatti, il fiato e l’epiglottide che sussulta come una giostra, lo scalpitare dei tori nell’arena, la sabbia che buca la guancia dei perdenti. Era già tutto scritto, nella vita della carne, nella vita che è una cinghia intorno al braccio e ti basta stringere per sentirle il cuore; nella vita che è un barattolo legato con uno spago alla caviglia, che fa brevi, squillanti rumori, e quanto sono più piccoli, tanto ci fanno sentire meno uomini. Era il bisogno del male ciò che ho avvertito quel giorno, perché il male è più largo di questa esistenza cui siamo costretti ad addomesticarci per non provarne paura come fosse un elefante da legare per una zampa ad un albero. E come troviamo divertente e ben augurante intingere il dito nella schiuma sulla bocca dei poppanti come in un’acquasantiera; e riderne, quando non c’è proprio niente da ridere, e festeggiare, smaniare per la villeggiatura, fare l’elemosina, dimenarsi come bisce per rassicurarsi, sorridere, pretendere grandi gesti e sentimenti almeno quanto serva a coprirne l’oscenità. Ma aprirsi al male è soprattutto cedere, e cedere è la natura dell’esistenza, la provocazione che non viene ammessa. Ci vuole una certa inclinazione per lasciarsi andare e il coraggio della stupidità per nuocere agli altri. Con l’età ho imparato che non c’è amore in uno slancio, ma nella perseveranza; che anzi amore non esiste ma è una parola più bella per dire resistenza, perché prima o poi siamo destinati comunque a mollare la presa. Adesso i girasoli secchi mi raccontano la storia di come si dimenticano le cose, mentre passo in silenzio fra il gracidio dei ranocchi e per le vie di Malastrana, e quando alzo gli occhi inumiditi sul volo di Ceccosanti. Ogni cosa è a termine, anche le nostre parole, ed è peggio di non proferirne e dell’indifferenza. Certe lettere non vanno aperte mai perché il fatto di esserlo è il massimo che possono dare. Ho fatto ciò che dovevo fare e lo farò ancora. Hai ragione quando mi dici che non riesco ad essere altro che la mia solitudine; in fin dei conti piscio ancora nei lavandini, non lavo né condisco l’insalata e non uso la tovaglia, ma magari hai conservato la voglia di farle un po’ di compagnia. Il mio è semplice narcisismo della noncuranza e lo sai che la stanza che mi porto dentro è solo mia e non ci faccio entrare nessuno. In fondo ho cacciato i miei genitori da questa casa ed è come avergli dato la spinta verso il posto da cui sono venuti, verso la morte che è una polla d’acqua che si fa specchio in primavera e terra in autunno per poi tornare ad essere polla. Così era scritto. Forse non ci fossero stati cambiamenti, se niente si fosse mosso, se non ci fossimo tagliati i capelli, se non fosse piovuto; forse non saremmo mai morti. Ma così era scritto. Le costole sono una noce che si indurisce sul cuore e una volta sono stato inutilmente sensibile. Ora piango per essere stato bambino e vorrei riuscire a dimenticarmi del tutto. Il destino che conosco è stare incastrato qui ad abbrutirsi, come in un cesso intasato, fra la folla dell’Heineken Jammin’ Festival, e provare a sprizzare emozioni, e non sentire un cazzo; e sudare come una capra fra gente dislessica, brutta, disarticolata, tizi dediti al dudeismo, turbolenti e scanzonati, con magliette ridicole e tatuaggi osceni, come me. Tutta qui la mia vita da barbone, acquistata per cento miseri euro, del valore di un soldo di cacio. Ma almeno adesso so fingere e un po’ ho imparato a resistere. Ed è per quei sassi che torno ogni volta, dove vuoi che siano finiti, i sassi non hanno le gambe, sarebbe stato così facile afferrarli. Torno ogni volta per quei sassi, per le tue parole gentili, per i tuoi gesti d’affetto; ci torno e li cerco; e qua, in questa strada, ancora li trovo; anche se, di sassi, in realtà, su questo asfalto, non ce ne sono più.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *