A volte penso come sono strane le cose che ricordiamo della nostra vita. Non ricordo esattamente quelli che, in teoria, dovrebbero essere i giorni più belli. Non ricordo il giorno in cui sono nato né i volti delle persone che mi hanno preso per la prima volta in braccio: immagino che forse ho sentito freddo, avvolto in una stoffa grossa di fortuna, sgranchiendo al rallentatore le piccole dita, estatico e appiccicoso come una rana; forse ho sbadigliato. Non ricordo con chiarezza i miei compleanni, tutti simili, chiusi nella luce tenue di candeline che non ho saputo contare; ripetitivi come i cicli della luna. Ora vanno e vengono in file instabili come boe, sotto un cielo velato e gravido di luce. Mi sfuggono le cose che facevo da piccolo con mio fratello e non saprei dire quelle che non abbiamo fatto: è per questo che adesso fatico a riconoscerlo quando varca la soglia di casa, come fosse un signore distinto col bastone, con le spalle grosse ed un cappello impolverato. Mi tiene una mano sulla schiena senza che lo possa vedere, per rimettermi in pista su delle rotaie, per incoraggiare la mia fantasia. Il giorno del diploma o della laurea penso sia rimasto solo in alcune delle retine altrui in una sorta di rappresaglia delle cose che ci fanno paura e che a turno ci appartengono. Ormai confondo i visi degli amici che ho avuto, arrugginiti come attrezzi che hai usato una volta sola, appesi da qualche parte, alla parete di una serra. Le ragazze con cui sono stato sono corpi lunghi e indefiniti; di cotone, inutili ed ingombranti, come risate in sottofondo. Chissà come è stata la prima volta che ho fatto sesso, la prima che mi sono ubriacato o che ho fumato una canna; la sensazione di adesso le sopravanza come se potessi toccare senza dolore sul mio corpo cicatrici rimarginate. È tutto irrimediabilmente lontano: somiglia ad un bagliore stonato, ad una macchina abbandonata sul ciglio di una strada di periferia, con i finestrini in frantumi. Il cerchio si allarga in una perdita e nessuno è in grado di tenere il conto: quante volte abbiamo respirato, quanti passi abbiamo fatto che ci hanno portato fin qui. Come è limpida e senza tempo invece quella curva sulla strada per San Francisco, fiancheggiata da abeti altissimi, di verde brillante; la pietra lavica che ho tenuto in mano, eccitato, sull’isola di Lanzarote, come avessi trovato una pepita d’oro, così materica e pungente; il bacio da voltastomaco che mi hai dato chiusi in uno sgabuzzino buio, come premio per le nostre penitenze, mentre i nostri compagni di scuola sghignazzavano dietro la porta. Quanto lo sono i pezzetti di würstel e lo strano e denso liquido verde della prima volta che ho strippato. Scuoto il grano nel vaglio ed è questo che resta: un sogno che ho fatto da piccolo dove un lungo filo multicolore si tendeva fino a scoppiare in una miriade di schegge di vetro, una cattiveria che ho detto ai miei, una goccia di sudore che corre sui tendini di una mano, l’ubriachezza d’essere un perdigiorno, un terrazzo basso ed un’aiuola in cui sono caduto, un momento di solitudine e l’intreccio di una corda, un tripudio di sangue nelle vene, il suono lontano di un tamburo. Rappezzo ancora tutte queste cose, ogni giorno, con quelle che non ho mai fatto, con ciò che è rimasto confinato come vecchie carte sigillate in una scatola. Ma più di tutto è indissolubile il senso d’abbandono e di libertà della passeggiata che ho sempre desiderato fare, da solo, una domenica mattina, su un marciapiede nel Greenwich Village, a New York, ubriaco, con una chitarra in spalla, senza aver idea di dove essere diretto.