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Prima legge di Pierce: siamo la nostra memoria. Non mi ero mai accorto di quanti ombrelli rotti vengono abbandonati per strada quando piove, di quante ragazze in bicicletta si fermino davanti ai cossonetti dell’immondizia per liberarsene. Finché un giorno si è rotto anche a me. L’identità non può essere coerente, il ricordo del vissuto è casuale, cambia in relazione ai luoghi, alle circostanze, all’umore; è conseguente ai fatti. L’inavarianza macroscopica è solo un po’ meno provvisoria della microscopica e la trasformazione è la legge. Alcuni pensieri sono solo più frequenti di altri. Le ossessioni seguono le inclinazioni. Non c’è più dignità nella sofferenza che in un orgasmo, nonostante tanti se ne vantino, sia che l’abbiano ricevuta in sorte, la ostentino, oppure se la siano cercata. Piove per poche ore; poi spunta il sole. Capita che piova per più giorni. Che passino pure, trascinando via tutto. Il tempo che ci lascia giovani ce lo siamo guadagnati a poco prezzo, senza bisogno di avvicinare la velocità della luce. L’abbandono è a buon mercato, non costa più di un libro di cui si può chiudere la copertina, di cui si possono rendere immortali i caratteri. Per farlo con me stesso ho eliminato da casa tutti gli specchi. Ora immagino di avere il naso porcino e il petto villoso di Stevie Ray Vaughan. Ma non ne ho il talento. Le rughe cominciano a strangolarci gli occhi, e io, forse per compensazione, da qualche tempo, ho sviluppato una predilezione per la carne fresca e muta, il desiderio di scopare un’anoressica perché il suo corpo non è capace di sentire, per sconfiggere il vuoto guardandolo nella sua umanità di fibre, per passare il tempo alla faccia di chi è incapace di sacrificio se non per se stesso e ne fa una missione e pretende, per di più, di donare carità. Non voglio ingroppare una regina che abbia il coraggio di Anacaona, non desidero l’abbraccio abbacinato della terra, che è pur sempre un’illusione collettiva; voglio sperimentare la parola passione quando sfida le proposizioni della comune stupidità, quando tenta di dimostrare che la sofferenza sia farsi patire mentre è l’unica cosa che siamo stati programmati a generare. La ricetta è leccare le ferite sul clitoride e sul perineo, spremere i bulbi ocracei, come i porci. In quanto uomo ho imparato a rimorchiare e a farti assumere nitrato d’amile per rilassare la muscolatura anale. Non credo, ma forse tu mi puoi dimostrare che possiamo gonfiare e penetrare d’aria come un vegetale. L’amore interessato di cui scrivevamo è la stessa avidità dell’affetto disinteressato di cui scrivi ora. Direzioni diverse, est ed ovest. Migrazioni e demolizioni. Tanti rifugi e caverne ammobiliate dove si cercano di depilare dei lupi mannari che ormai si sono fatti troppo grandi, con le unghie troppo lunghe. Escono a sera passando sotto ai detettori, allacciandoli ai polsi, fissandoli sopra le cosce, sugli occhi, in testa. Ognuno porta con sé il suo cronometro ma le lancette non coincidono mai. E anche la mia è a senso unico. Avremmo dovuto prendere un aereo per l’America, ma ho finito la chemio troppo tardi. Mi è rimasto un foro da bruciatura nella trachea, proprio fra il tendine dell’ipocrisia e quello della falsità. Spero che da lì tu non legga i miei pensieri, automatici come la respirazione. Quello che non posso dire è che penso spesso al suicidio, mentre vago per questo buco di città dove è impossibile perdersi. Non allo stesso modo di quando ero adolescente. È il proposito di un gesto non eclatante, come uscire per un caffè al bar e non tornare più, come il rischio calcolato di perdere le dita nell’allegria acquistata dei botti di capodanno. Eppure, come potessi essere ancora presente, mi chiedo come farei a giustificarmi nei tuoi confronti e in quelli degli altri, di chi mi sta vicino; non di chi mi vuol bene, questo sarebbe troppo. È la catena più forte che mi trattiene. Perfino la morte, così immutabile da sempre, in conclusione è capace di osare più di me. Non avrebbe potuto essere diversamente: per tutta la vita non ho fatto altro che considerare le conseguenze delle mie azioni, per quanto sappia che, quasi sempre, a nessuno importi se non in quanto ostacoli il corso della sua vita. Se lo dici ad alta voce la non esistenza non può essere il tuo benessere. Ma è sufficiente non disturbare. Non credo ci rivedremo senza questa carne, se non avremo niente da perdere. La sostanza della solitudine, di ciò che non si condivide, per quanto orribile, è perfezione: non in sè, ma per te e per gli altri. Non avrò bisogno di replicare perché non ci saranno bisogni. E in fondo all’assenza ci abituiamo più in fretta che a qualunque altra cosa. E questo è la mia vita; quella che si sgomitola irrimediabile all’uscita della stazione: la clemenza scampata alla breve e meravigliosa vita di Oscar Wao per rispetto agli orari e al parossismo della concatenazione dei fatti; la lenza invisibile alla mano che impugna la canna; papà che dimentica l’aspirata nell’ausiliare dei passati prossimi sui biglietti che lascia sull’incerato della tavola, e il trionfo, la sconfitta e la speranza che, in qualche modo, ci rivedremo oltre anche senza. Non ci è concesso sulla terra di voler condividere la vita che si vuole, quella che non si vuole invece può essere accettabile ed è previsto che abbia un finale triste, affinché possa anche essere bello. E sembra sempre tutto imminente quando rimandiamo, mai esaustibile se ripetibile. E io cerco di dissimulare le mie stereotipie gestuali, ma sono consapevole di fallire. Ed è terribile. Ecolalie entrano in circolo supplendo alla mancanza d’immaginazione; all’inutilità dell’immaginazione. È impossibile decidere se fare una vocazione del proprio dubbio significhi risolverlo o semplicemente continuare a dubitare. Anche se tutto è sconvolto ci è consustanziale l’invarianza di ciò che fuoriesce dagli orifizi e per questo si accentua l’impressione di restare impelagati in caustiche battute da nosocomio, in una famiglia di sconosciuti fratelli scherzosi, ma solo per emergenza. Fuori piove ed è il penultimo giorno dell’anno, i lampi ti fanno trasalire e le raffiche di vento squassano le finestre. Le voci a centinaia si frammischiano e le ore scoccano ad una ad una. Qualche volta, fra le palme, mi sopraggiunge il ricordo scultoreo di un viso, bello e sempre giovane come quello della dama di Elche; con un difetto di fabbricazione, destinato a naufragare, come il vascello dei Vasa. E posso cancellare o far tutto d’oro, ma ad ogni modo mi accorgo di quanto Mida somigli a Sileno, di come una stella sia la stessa identica cosa di un buco nero.

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