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Cresco fuori dalla mia pelle e brucio fra queste persone. L’oscurità ha oltrepassato il suo confine ed adesso sono solo. Il mio segreto è rimasto fuori dalla mia lingua come i piedi e le mani amputate per i convitati al banchetto di Tieste. È naturale cercare di farsi amica la ferocia che ci tocca, che ci aderisce come la brocca al suo sbroccare, la grana al lento sgranarsi; per forza intransitiva perché priva di soggetto. E ogni giorno mi sveglio per una nuova pioggia di denti confidando che sia solo una momentanea reticenza del divino. Mi attengo al copione. Nei sogni mi capita di dare un’occhiata al crocifisso che parlò a Francesco, ad Agnese che si aggrappa all’altare. È un uomo stanco cui riesco a far muovere le labbra solo quando esco dalla stanza, mentre faccio una pisciata da cinquanta centesimi fra i distributori automatici di merendine. Lei grida disperata nel transetto della chiesa. I luoghi chiusi schiudono la possibilità della parola, più sono angusti. Per questo le persone parlano soprattutto con se stesse. Il corpo umano è un sistema domotico in cui l’autolinguaggio è la risposta più conforme ed efficace, il regalo più gradito. Se ampli i confini ti precludi quasi tutto. Il cesso, nella sua ristrettezza, è uno dei pochi posti dove le persone ancora ti sorridono: non per socializzare, ma a causa dell’imbarazzo dell’ammissione che a breve, in gabine attigue, di truciolato, ci toccheremo i genitali, ascolteremo l’evacuazione rumorosa delle vesciche e dei fiati, e ne inaleremo estatici l’odore. Il puro riconoscimento è la condivisione del delitto. All’interno mi trattengo un po’, euforico per il lavoro tacito del mio intestino. Leggo i messaggi sbiaditi lasciati su queste mura claustrofobiche: qualcuno ha appuntato il cellulare di una promettente troia, altri danno appuntamenti per pipe passeggere. Se solo me l’avessero chiesto direttamente, non avrei rifiutato un pompino e chi l’avrebbe fatto. Ma è impossibile là fuori, sulle mattonelle smaltate; tutto è precisato, condizionato come l’aria, prezzato, intoccabile e indicibile. Sulla strada ogni giorno ti aspetta la locandina senz’occhi della New Orleans jazz band e la maschera di tre ragazzi morti. Sulla tazza invece ci tiriamo giù i pantaloni, liberiamo la camicia stropicciata; quindi le mutande. Ciondolano coglioni di mulo. Poi caghiamo gli altri per liberare il vuoto che di loro non si colma; gli altri che invidiamo e disprezziamo; gli altri che sono troppo perché ci sembrano di troppo rispetto a noi stessi. Anche gli odori che si credono tanto caratteristici sono replicabili su qualunque collo, proprio dietro l’orecchio: basta comprarli in profumeria. Sono accessori posticci rispetto al tanfo in cui viviamo oltre le apparenze. Sulle strade di pietre antiche cala il crepuscolo con i suoi fuochi spenti. I polpacci delle monache ciottolano come zampe di puledre nei mocassini senza lacci, irsuti nelle loro barbe. Porto il cappello di lana che mamma metteva fin sopra le orecchie di mio fratello quando era bambino. È di color marrone chiaro, con tre bande arancio, bianco e celeste all’estremità inferiore. Sulla superiore s’inclina da ogni lato una nappa che mi ricorda il Natale e i settant’anni di mio zio tappezziere quando batte i materassi. La basilica aspetta immobile in fondo alle cosce delle strade, imperscrutabile come una passera; schiaccia la frenesia delle persone ben disposte a santificare per un contratto ad ore. L’aria è umida come l’interno inseminato di un popone, come un cervello nel suo nido; la luce gentile, lucente come i capelli sotto un chador. Scendiamo dei gradini alti, usurati, fino al ventre della chiesa. Schioccano i tuoi tacchi alti. Gli affreschi sono meravigliosi, scorie di una strana alchimia di separazione in cui ogni rifinitura è stata un fallimento. Non riesco a figurarmi coloro che per tanti anni si sono affaccendati qua sotto; non c’è proporzione fra quegli individui e questa permanenza che segna i libri e l’immaginazione: la crocifissione di Giotto e di Simone Martini, che ora li crocifigge. Vivere e morire soli; e nel frattempo lavorare. Non è che sia una perdita di tempo: è solo ridicolo. I frutti del lavoro inoltre sono uno straziante camuffamento della banalità, tendono a degenerare minati dall’umido, dai parassiti e dal tempo, coperti da macchie come la retina di un ottuagenario. Non so che differenza ci sia fra avere rimpianti di aver fatto o di non aver fatto, perché il postulato in sé è un fatto che degenera alterandosi nei cromosomi o nella materia, una nascita aneuploide, precaria e fastidiosa come una mosca su una brioche, un capello nell’impasto, le strisce di gelatina sulla testa; e i corollari ne sono la voce squillante di una negra dalle mani sporche e il ventre largo, le luci del mercato di San Lorenzo che si svegliano quando si fa sera, l’impazienza di arrivare all’ora della notte in cui abitualmente usi menarti il cazzo. Il rifiuto è solo un altro tipo di affermazione come l’affermazione è sempre anche un rifiuto. L’unica cosa vera del mondo è che ci si può scherzare sù cercando di essere indecenti, e illudersi di riuscire a flettere un momento l’indolenza, scalfirla e lasciare che decanti e trasudi la sua morchia che costituisce l’unica cosa che siamo capaci di apprezzare.

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