Mani che stringono vuoti. Mi tendo sulle punte dei piedi cercando di rimettere a posto qualcosa sullo scaffale ma non riesco ad arrivarci. Ho polpacci atrofizzati come panni infeltriti, scarpe slacciate che succhiano sangue come betoniere. Un tentativo di restare in equilibrio rende palese come in fondo alla realtà si agiti la vibrazione del disordine. Le cose sono piene d’euforia quando avvertono la possibilità di una diminuzione, se sono sul punto di sfaldarsi, perché ogni conformazione è una infezione, come le radici dell’albero o le spine nelle prese della corrente, e solo quando si manifesta il fetore ha inizio la fine della putrefazione. Passare di stato e tornare alla densità, trasmodare come i quattordici pezzi di Osiride nel sarcofago e sparire nella bocca di un fiume: è come il cane del fucile che colpisce la capsula, il punto in cui il piede del diavolo si biforca confuso e incerto fra penetrazione, calcagni sporchi e candele alla citronella, per tener lontane le zanzare.Proviamo gioia ad avverare, a realizzare; vogliamo che la vela proceda col vento in poppa, anche solo per pochi istanti. Ma ciò che accade non è mai revocabile, e, se lo pensi come tale, è già compiuto e morto e lo sai calpestare. La terra occulta i cadaveri, come i cani o i serpenti che rimangiano ciò che hanno già digerito, e non tollera l’indolenza e la negligenza che sradicano la necessità dell’inconsueto e di ciò che subitaneamente s’impingua e disacerba. Muscoli e carne vanno giù, appena scossi, come palle di neve contro il pupazzo di Natale, come melma sulla scarpa affondata nel canale; e, nonostante tutto, ciascuno continua ad impegnarsi a fraintendere se stesso affinché si corrobori l’adesione agli altri e sia mantenuta la normalità. Regole e vocaboli: qui dico solo bugie; le verità stanno nascoste nelle cose di cui non parliamo più, e non consentono altro da dire, come precipitare piuttosto che ascendere, procrastinare invece di anticipare; e quanta più soddisfazione ci darebbe un regresso al posto di un puerperio: poter rinascere al contrario fallendo la solita entrata e poter vedere un posto che non abbiamo mai visto; sognare di poter aprire la bocca e muggire e ricevere tutta l’esecrazione e l’avversione che si riserva ad un sociopatico, a chi soffre perché ha presentito e capito in tanta distrazione che il finale è una defezione imposta da una macchina che manovra. Religione e droghe, alcol e pensiero: non c’è differenza se non d’orientamento; ogni cosa che si fa somiglia all’esplosione di un capillare, alla traccia di un fulmine, solitaria, intensa, d’indefinita labilità. Solo nei cortocircuiti è un po’ più facile esprimersi perché abbiamo momentaneamente disimparato a parlare. Come le cartoline illustrate con i dipinti eseguiti con i piedi o con la bocca da persone che definiamo meno o diversamente abili, che ti arrivano a casa, nella cassetta della posta, con la richiesta di un’offerta, e per cui proviamo non rispetto per l’abilità con cui riproducono l’esattezza di un pennello, ma invidia perché immaginiamo che posseggano, che contengano l’espressione che non riusciamo a dare a niente perché passa sempre per qualcosa: parole, oggetti, specchi, vestiti, profumi, ciprie, fondotinta, abbronzature e che invece sta sotto le mani, dentro la bocca, nella dita dei piedi. Ma è ciò che vediamo che solo ci coglie e ci investe muto come i cocchieri in piazza Duomo, con la barba ispida, che abbracciano e baciano i cavalli: sono due pennellate di colore che rifrangono la luce e la fondono se hai l’accortezza di sistemarti abbastanza distante. Tutto e tutti siamo punti di raggio più o meno grande e colori dentro vesciche di maiale; ci perforano con lo stilo e in brevissimo tempo crepiamo e contraiamo, e la sabbia si appiccica sulla pelle come si è amalgamata al cielo della spiaggia sul mare a Saint Palais di Guillaumin e un germoglio di pioppo resta imprigionato fra i capelli come fra l’erba sotto i panni stesi ad asciugare sulla riva della Senna di Caillebotte. In questa sala non ci sono finestre aperte, ma spira lo stesso vento. Ci sono alcuni dei Cezanne che abbiamo visto insieme; sono rimasti immutati, come le nostre facce in fondo. C’è sempre una nuova mostra da allestire e di nuovo abbiamo scavato sul fondo come spinarelli, non per proteggere il nido, ma per dimenticarlo e ingannare noi stessi. Facciamo tanti disegni preparatori e forse la salvezza sta proprio negli oli che non sono stati mai eseguiti o che sono andati perduti, come l’abbozzo delle tahitiane di Gauguin, dove ancora non ha pace la commozione dell’inattuato. E mi fermo a guardare il ponte di Clichy, la sua impressione di giallo, un po’ slavata, e resto ammaliato dalla vista abbacinata che si posa un attimo e poi mira oltre l’argine fitto di cespugli senza curarsi del fiume che scorre senza pietà. Penso che perfino la più piccola e insignificante fra le azioni dovrebbe essere per sempre.