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Ormai sono un uomo, nonostante ancora abbia delle remore a pronunciare questa parola riferendola al mio corpo. Me ne vergogno come mi vergogno della vecchiaia di papà, come provo insofferenza per le nefandezze mie e altrui, come non riesco a rinunciare alle magliette che si scoloriscono e si bucano sotto le ascelle, alle persone che spariscono dalla vista, a chi se ne va per sempre: per questo bestemmio dio e lui forse, se si ricorda, bestemmia me. È difficile non passare il tempo, e inevitabile esserne trapassati. In alcuni giorni della settimana prendo posto dall’altra parte delle aule, dietro ad una cattedra; ho sempre la stessa faccia da bambino, o almeno così la vedo io; mi sembra che le persone che conosco invecchino mentre io sia rimasto a quando avevo ventisette anni, all’età, raggiunta la quale, mi ero convinto che non avrei proseguito. Sì è vero, sono sempre qui, occupo lo spazio sulle sedie; sono un millantatore, un reazionario, lo stupratore dei pensieri che mi costringono ad essere me stesso. Forse qualcuno ha fermato il tempo per me e solo l’espressione non ha smesso d’incupirsi. In fondo sono vestito allo stesso modo del giorno in cui ho poggiato il culo sulla spiaggia di Carmel, in California, e mi sono fermato ad osservare l’immensità dell’oceano Pacifico; credo che l’altro me che festeggia i compleanni sia rimasto là: è un gemello che non mangia e che non prende l’autobus. Ogni tanto me lo immagino, immobile, mentre le scarpe gli si riempiono di sabbia bianca, assorto, intento a contare il tempo che si allontana da quel primo sguardo. In fondo entrambi aspettiamo con ansia, paura e curiosità il viaggio più originale, quello per cui non serve l’aereo; contiamo i passi che ci separano dalla morte. Mi sembra ridicolo che, in un certo senso, ci sia aspettativa anche nel terminare un’esistenza. E forse non è la più urbana delle proposizioni, ma è così: non ci voglio più stare qui. Sono stufo di non poter buttare i regali e sono certo che l’idea che ci facciamo delle persone sia deludente almeno quanto le persone stesse e che l’unica differenza stia nell’ineffabilità della condizione in cui ogni cosa nasce e prende forma. Pensieri, oggetti, particelle e aggregazioni animate di vita sono tutti artefatti della natura, predisposti con una precisione che è inconoscibile e maggiore di una infinita approssimazione. Non riesco ad accettarlo; non riesco ad accettare di essere figlio, fratello e padre di ignoranza e di esperirla e donarla e riceverla dagli altri. Cara mamma e caro papà la vita e gli esseri umani mi fanno schifo, perché il caso che si libera non è previsto se non come un acquazzone fra cielo e terra; e non credo sia un peccato dirlo, anche se per voi questa affermazione non potrebbe mai essere condivisibile. Non è un problema psicologico, non sono gli attacchi di panico, i fischi come treni nelle orecchie, le difficoltà respiratorie a causa delle quali devo inghiottire e non riesco a rispondere a chi mi chiede qualcosa, i tremori, gli aghi che bucano nel petto, la sensazione che ogni organo del mio corpo abbia a sua volta un cuore, delle narici, una bocca o l’insonnia che non mi lascia mai, di fronte alla quale aspetto con sollievo incubi ricorrenti e terribili; non è la paura di crescere, e neppure ritengo sia un fatto genetico, anche se è vero, fin da piccolo sono stato un ragazzino problematico. Ma forse allora era più esibizionismo, ingenuità, voglia di primeggiare, il peso di una certa infima ed esclusivamente umana intelligenza che ti poggiano come un fardello sulle spalle ed è come un verme in una mela, o semplicemente la carica sessuale di un adolescente; e chi è che, in una fase della sua esistenza, non fa esperienza di qualche droga. Non è questo il punto; e se leggo nelle riviste mediche che il dieci per cento delle persone che soffrono dei miei problemi si suicida per il terrore di uscire in strada o per la paura che la morte li anticipi, sono sicuro di non rientrare nella statistica, e che, d’altra parte, non mi basteranno dei farmaci, o l’affetto auto-indotto di qualcuno o una qualche forma di stabilità, provvisoria come una convinzione, per continuare a trascinare un’esistenza. È sempre stato così per me, non ricordo da quando; penso sia dal momento in cui ho visto il mondo con occhi a cui non serve una vista. Fra i miei pensieri, in un angolo nascosto dove ho timore a transitare, c’è scritta su un cartiglio la certezza che sia una questione di analisi, riflessione e consapevolezza; e la realtà è che il mio corpo è di gran lunga più sincero di me e riesce ad esprimersi senza gratificare se stesso come faccio ogni volta che scrivo in questo diario. Non si può fare alcunché di bello se non si va aldilà di se stessi, e anche raccontare significa eseguire il ritratto non di chi siamo ma di dove siamo quando non possediamo più niente, a patto che spariamo. Ma adesso e qui guardo la vita come un problema da risolvere, e non parlo della vita come entità astratta ma della mia narcisistica e bieca singolarità che persiste oltre queste parole, come mangiare, lavarsi, lavorare, passare il tempo, provare piacere, condividere qualcosa; e se fisso il centro, mi sembra solo una disfatta, una perdita di tempo, un’inutilità, un’interminabile e allo stesso tempo singolarmente breve partita a scacchi dove le pedine si chiamano inettitudine, pigrizia, noia, disgusto. E ciò che mi sconcerta è il fatto che l’unica cosa che mi pare sensata è che ciascuno di noi dovrebbe avere la dignità di seguire quello che è, e che, nonostante questo, io non ci riesca. Senza coraggio non siamo niente, se non banali bugie con le gambe. Paura e desiderio di morire, essere e non essere, sono l’unico ambiguo amico con cui parlo ancora, l’unico ermafrodito con cui faccio ancora dei progetti.

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