Non parliamo mai delle cose cui teniamo di più e finiamo per non saperne più niente; così restano immortali e le possiamo deformare al punto che esistono dovunque. E chissà poi perché ci attacchiamo tanto visceralmente a coloro che ci provocano dolore; forse è dovuto al fatto che loro hanno il coraggio di farci ciò che vorremmo per noi stessi ma che non riusciamo a fare. Ho imparato a perdonare, lo giuro; ma non mi ha fatto sentire meglio, non mi ha sollevato l’animo, perché per questo non è necessario il perdono né un’assoluzione, ma la comprensione. I nostri simili compiono in un batter d’occhio le uniche cose che mai avremmo creduto fossero capaci di fare; sempre le peggiori e le più scontate. Non si conosce mai nessuno e neppure se sorprendi il tempo con le mani nelle pieghe di una gonna e le dita nelle rughe della pelle, confessa di essere uno stupratore. Fare per pensare; e non pensare, per smettere di fare; oppure il contrario, ed è qui che sta la contraddizione; camminare o stare composti, e che importanza vuoi che abbia di fronte alla morte. Le nostre vite ce le hanno date in prestito, ma noi ugualmente cerchiamo di comprarle e di rubarle perché non ci va di restituire; e vogliamo viverne altre, e vorremmo viverle tutte. Pensieri: il centro di una tromba d’aria, l’odore peloso di buccia del mercato rionale, l’aspersione di sangue del culto di Mitra: come la penna arruffata dell’ala di un piccione in equilibrio su una balaustra arrugginita sono il punto di svolta dello svolgersi di un’altra vita. Ne conservo il ricordo e in fondo vivo coloro che ormai sono diventati altri. Il suggeritore bisbiglia dentro la botola sotto al palco che dovresti mettere in atto un’estrusione delle cose verso il meno, azionare il conto alla rovescia, togliere i punti dal tabellone; le sirene fanno eco. Voglio cominciare dall’inizio, ma non per procedere di nuovo in avanti; voglio andare all’indietro come i gamberi e poter pulire con lo straccio le impronte dei piedi che hanno calpestato e si sono incise nel cemento mentre aprivo la mia strada, ripulendola degli altri. Non essere stati ma… essere mai stati; non aver conosciuto, non aver mai abbassato le palpebre per non averle mai aperte. E che cosa sono in fondo i nostri occhi, la bocca, le orecchie, il naso se non tagli aperti dalla separazione di ciò che ci unisce al tutto affinché vi possano uscire pianti, muco e grida di dolore, macchie dove si esaurisce la continuità del colore della pelle come le parti più chiare della corteccia di un albero nei punti in cui sono stati appena potati i rami; e quali sono le cose che si chiudono, cosa ci manca per prima cosa nel momento in cui moriamo: proprio una bocca, degli occhi, delle orecchie, un naso. Spero che nel nulla ci sia la pace che cerco. Fiumi e ceneri e vento e il tutto che si scioglie. E camminare e camminare ancora. E io lo faccio sull’orlo dei canali, in mezzo all’erba alta, e sogno fenicotteri rosa. Ma ancora penso, involontariamente; e questo mi conferma quanto in fondo non ci sia un io che esista veramente. E allora provo a lottare, ma non riesco a spengere le sinapsi: e gli argini sono file di teste ricciute di persone ed i pensieri sono come capelli affondati nella corrente mischiati ad oggetti di ogni tipo: palloni, lavatrici, biberon, maschere di carnevale, scarpe, telecomandi, bambole, uccelli morti e, se mi concentro, li posso vedere attraverso le fronti, aldilà delle connessioni delle molecole dei cervelli, attorcigliati insieme ad altrettanti esseri umani che vi si aggrappano con forza trascinati via dalla furia delle acque, sbattuti qua e là, alcuni infangati ed incappucciati come prigionieri perché ormai è dai tempi della scuola che non li vedo più; ed i ricordi non somigliano alle serpi sulla testa di Medusa se non nella freccia di lampo di un morso di dolore; sono più simili a quegli individui sbandati, avvinazzati, torturati, fuorilegge legati per i piedi alla cima di una fune fissata alla sella di un cavallo imbizzarrito; cercano di non mollare la presa, mi solleticano i follicoli, mi irritano la pelle del cranio, scolorano catene di cellule morte a forza di agguantarle e le fanno diventare bianche come vecchie, le fanno impallidire; poi, alla fine, me le strappano via e vengono risucchiati nei gorghi. Vorrei che facesse male solo per un momento; vorrei che poi già li avessi dimenticati. Ma non è mai così.