Sono sette le divinità della fortuna ma un cuore dovrebbe essere unico nello stesso modo in cui non esistono colori. Ci sono solo tinte e ombre, gradazioni di grigio che corrono avanti a bocca aperta come rane pescatrici, ad occhi chiusi. Addentano tutto come porci, dimentiche di se stesse, slavate dalla ricerca di un accento, di una sfumatura più bella e solitaria delle altre, senza salire né scendere su gradini di scale a chiocciola che attraversano pareti di stanze attigue, pilastri in orizzontale sullo stesso piano. Le loro labbra non si chiudono mai. È l’aspetto malvagio di ciò ha vita, assuefatto ad un mondo in cui dimenticare è naturale e sostituire è una pratica celata e ben tollerata. Ovunque ti volti occhi ruggiscono d’amore nel punire i figli della propria ingiustizia perché la felicità è difficile da ammettere dove il piacere è una malattia congenita come farsi una pera o fottere la moglie di un individuo con lo stesso sangue. Insaccati, sporcizia e sudiciume sono dappertutto, come spade sulle teste, e il vizio è il principio di costituzione. Sotto la pelle ci sono organi che sfiatano da orifizi d’oro, appestati dalla retinenza. Ma non c’è nessuno che sia capace di dare, di rinunciare; nessuno che giri per strada nudo. Perché solo allora cadono veli e rivestimenti, le monache dalle tuniche, le pleure dai polmoni, e smettiamo di gratificarci della sufficienza con cui trattiamo ciò che è latente, rinunciamo a nutrirci di ciò che in noi muffa come un verme e abiuriamo al comandamento di essere intelligenti trappole di carne, enormi plughi artificiali. Il nostro corpo è l’impostore, il più perfido degli aguzzini e la più indifesa delle vittime; e la personalità è una disgrazia che s’incarna in una provvisoria, instabile metamorfosi di un nocciolo sconosciuto alla stregua degli alberi che crescono dalla terra, delle case che sorgono dalle fondamenta, delle pietre erose che rovinano giù dalle montagne. E non ci può essere delizia quando senti ma non ascolti, se guardi e non osservi. E l’enumerazione è l’espressione più consona di noi stessi; le abbiamo attribuito la qualifica di figura retorica pur di evocare false emozioni. Ma in verità è solo un simulacro dell’avidità, la metafora della coercizione che ci spinge a classificare; e i cataloghi sono gli unici libri che sappiamo sfogliare, gli unici registri da compilare. E quanto siamo bravi a contare, da bimbi le caramelle sulle dita e poi a mente le pecorelle in sogno; da adulti le promesse infrante, gli anni che passano, e il gusto sadico di raccontare per scherzo ai fidanzati le persone dimenticate. Fuggire, scomparire ti dà un po’ di quiete anche se sai che in vita può esistere libertà solo in una morte prematura o in una straordinaria longevità. E quando faccio a meno di tutto o tutti mi hanno abbandonato sulla strada, allora sono fradicio di vita; e non importa cosa indosso; scanso le pozze zoppicando ed evito di guardare negli occhi il bastardo che ringhia aldilà del fossato perché per una volta, senza distrazioni, posso riconoscere chiaramente una delle regole della sopravvivenza. Se fai silenzio ti accorgi che anche fare una rapina è solo un problema di linguaggio. Allora finalmente mi perdo per un po’; mi affretto giù, sulla statale, in mezzo alla campagna. C’è un uomo anziano sul cancello del cortile di casa, stringe nel pugno un martello tenendolo per la testa. Mi avvicino, lo osservo, sorrido, e penso con quanta velocità e con quale facilità, e quanto poco rumore farebbe se mi fracassasse il cranio; e l’abete di natale, piantato sul ciglio della strada, per non doverlo abbandonare vicino ai cassonetti dell’immondizia, per non farlo seccare, resterebbe lì immobile per ancora tanti giorni e i gabbiani continuerebbero a planare a pelo d’acqua.