Lo zio aspetta
solo, in una RSA;
caduto di rovescio
dal letto
come intonaco
dalle pareti,
svegliando l’insonnia.
Sono passati tre anni;
non ha più visto
quasi nessuno
da tre anni;
non ha sentito nessuno.
Dice “non ha gambe il corpo
ma l’anima ha un cuore forte”
e che fra le ciabatte bianche dell’infermiera
per un attimo ha visto un insetto:
la morte;
ed è lei qualche volta
che gli fa compagnia:
se ne sta grassa, su una sedia;
indossa una vestaglia
sbadiglia;
ha la faccia di mamma la morte
se capita che si volta,
allora ha gesti dolci, carezze,
è una protesta;
ed io non ho che da pensarti, oggi
dove la miopia appanna
d’incoscienza gli occhi
dopo che tutta la notte
ho ascoltato la pelle
di un figlio,
a difesa;
e all’improvviso
da dentro le mura del sonno
un’altra porta di carne
ha bussato, aprendosi
a una scoliosi d’energia
e un piccolo corpo
di piccole ossa
ha deviato
l’ectasia dell’abisso
nella meraviglia del gioco.