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Ogni qualsivoglia luogo, ogni animale, ogni evento, tutti i refoli di vento, la nube incerta, il volo del più piccolo uccello, lo sbattere d’ali d’ogni minimo insetto, i sorrisi, gli sguardi, i passi dovrebbero avere un nome: non un nome comune ma un nome proprio. Dovrebbe averlo anche ogni istante, così da poterlo chiamare e fermare. Resta da discutere se debbano essere nomi su cui si concordi, fatto impossibile quanto al tempo e al luogo e alla possibilità di convenirne; o se invece debbano esistere solo nella vita di noi, ciascuno separatamente. In questo modo potrei con un legno secco tracciarne i confini sulla sabbia e potrei farne prigione o cielo; potrei riconoscere la nube nelle sue trasformazioni, gli animali ad uno ad uno, ciascuno con il suo linguaggio; così tu non avresti sorriso o pianto ma saresti ogni sorriso che è stato e ogni tuo pianto, e tutti arriverebbero fin qui; ogni momento non passerebbe il testimone all’altro ma sarebbe come il tasto di un pianoforte premuto durante l’esecuzione di una sonata che vada dal larghissimo al prestissimo; ogni tuo sguardo continuerebbe a guardarmi e ogni tuo passo sarebbe e farebbe rumore anche dove non siamo arrivati; così potrei anche meglio ricordare a chi ho fatto involontariamente male, le cose che ho trascurato o peggio rotto; chi ne ha fatto, anche solo passando, voltandosi o senza voltarsi, a me. E pure le persone, e qualche volta gli oggetti d’appartenenza, hanno già questi nomi, ma per assurdo, proprio in essi, sono così insensibili, smarriti o allo stesso modo presenti nella stalagmite o nel magma della pienezza di sé da usarli come per antonomasia: perché, mi dici, anche tu sei un uomo; e tu sei una donna, le ali dei coleotteri si sclerotizzano, il tempo passa, il vento spira anonimo anche dove non sei, e un cane è un cane.

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